OGGETTO: L'avvento della physical AI
DATA: 21 Gennaio 2026
SEZIONE: Tecnologia
FORMATO: Scenari
AREA: Altrove
Una nuova frontiera della tecnica si profila all’orizzonte: non più l’astrazione simbolica, ma macchine che penetrano il mondo fisico, cancellando la distanza tra calcolo e azione. Un progresso che non si limita a estendere le capacità operative, ma riconfigura l’orizzonte entro cui l’agire umano può ancora sottrarsi alla logica della funzione.
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Il 7 gennaio 2026, dal palco del CES di Las Vegas, Jensen Huang ha delineato una prospettiva che si presenta come il compimento definitivo di una parabola tecnica millenaria. Presentando Alpamayo e i nuovi World Foundation Models della piattaforma Cosmos, il CEO di Nvidia ha annunciato l’avvento della Physical AI, decretando la fine dell’intelligenza artificiale confinata alla manipolazione di testi e simboli. Le nuove macchine non si limiteranno più a processare dati astratti o a rispondere a quesiti logici ma impareranno il mondo attraverso lo sviluppo di modelli capaci di sintetizzare le leggi che governano la realtà fisica e le complesse interazioni spaziali tra gli oggetti. L’AI uscirà così dal perimetro del computer per entrare nella realtà fisica, muovendosi e agendo al posto nostro con una precisione che trascende la capacità umana.

Al di là, però, della sua effettiva maturità tecnica, l’importanza di questo annuncio non risiede tanto in ciò che oggi è già pienamente operativo, quanto nel fatto che rende esplicita una direzione che da tempo orienta lo sviluppo della tecnica. In tale ottica, la prospettiva delineata da Huang non è solo una notizia tecnologica, ma un evento ontologico che ridefinisce il concetto stesso di azione. Per la prima volta, la tecnica non si limita ad automatizzare un compito, ma colonizza la “verità del suolo”, quella dimensione fisica che un tempo rappresentava il limite invalicabile dell’uomo, lo spazio del rischio e della resistenza della materia.

Con i nuovi modelli Cosmos, la fisica stessa viene digitalizzata e sottomessa al calcolo. Quando la gravità e l’attrito diventano variabili di un algoritmo di ottimizzazione, la realtà cessa di essere il luogo dell’imprevisto per trasformarsi in una equazione risolta. È il trionfo dell’Utile, inteso non solo come categoria economica, ma come logica dell’agire “transitivo”, dove ogni gesto è ridotto a un mero mezzo e il valore dell’istante è sacrificato al risultato finale. Al contrario, viene espulso l’Inutile, ovvero l’agire “intransitivo” che trova il proprio fine solo nel proprio compiersi (come l’arte, il rito o la pura contemplazione). È proprio in questo scarto di gratuità, dove l’ingranaggio dell’efficienza si ferma, che l’essere umano ha sempre attinto il proprio Senso: un significato che non è una funzione e che, proprio perché non serve a nulla, sottrae la vita alla sua riduzione a mera prestazione.

La radicalità di questa mutazione emerge chiaramente nel modo in cui queste intelligenze vengono addestrate nell’Omniverse. In questo purgatorio digitale, la Physical AI compie miliardi di esperimenti simulati, “vivendo” infinite vite potenziali per imparare a non commettere mai un errore nel mondo reale. Si assiste così alla meccanizzazione del possibile, in cui la vita, intesa come movimento e gesto, viene degradata a pura variabile statistica. In questo scenario, l’essere umano, incatenato all’incertezza di un unico presente e alla fragilità di un irripetibile errore, finisce per apparire come un “difetto di sistema”, un residuo lento e impreciso di una performance robotica che imita la vita proprio per sottrarla all’imprevedibilità.

A chiudere il cerchio è l’automazione del pensiero riflessivo. Attraverso l’evoluzione di processi di Chain-of-Thought che ora coordinano non più soltanto il linguaggio ma la stessa interazione con il mondo, modelli come Alpamayo-R1 non si limitano ad agire ma imparano a “ragionare” esplicitamente sulle proprie scelte, scomponendo logicamente ogni traiettoria per massimizzare sicurezza ed efficienza. Ma se persino il “perché” di un gesto viene delegato a un software (trasformando l’intenzione in una sequenza di passaggi logici predeterminati), il pensiero perde la sua natura di attività libera e disinteressata per diventare un mero ingranaggio della prestazione.

Eppure, a ben vedere, questa metamorfosi non giunge affatto come un evento inaspettato, poiché, per quanto la portata dell’annuncio di Huang sia dirompente, essa rappresenta l’esito quasi ineluttabile di una traiettoria tracciata già al sorgere dell’intelligenza artificiale e accelerata dal debutto pubblico di ChatGPT. Se i primi modelli linguistici si erano inseriti nel dominio della parola e del simbolo, la Physical AI ne costituisce la naturale e profonda evoluzione, segnando quel passaggio logico dal pensiero astratto alla sua definitiva incarnazione nel mondo sensibile. Ciò che era stato ipotizzato nei laboratori e nelle speculazioni dei primi teorici, trova oggi la sua forma compiuta, trasformando quella che era solo una possibilità in una presenza tangibile che chiude il cerchio tra l’astrazione del codice e la concretezza della materia.

Questo annuncio, dunque, si inserisce inevitabilmente in un dibattito filosofico che attraversa la storia dell’Occidente, dalla scholé aristotelica alla difesa dei saperi “inutili” di Nuccio Ordine. Oggi, però, il baricentro di tale confronto si è radicalmente spostato: l’urgenza non è più l’emancipazione dalla fatica fisica (quella da cui l’uomo ha tentato di liberarsi tramite la tecnica), ma la gestione di una nuova, silenziosa angoscia, ovvero il sentirsi superflui. L’inutilità, nei termini precedentemente tratteggiati, non è più vissuta come uno spazio di libertà o creatività, ma come una colpa esistenziale. Se una macchina può “pensare” la realtà e agire nel mondo con una perfezione sovrumana, la nostra esistenza sembra svuotarsi di scopo.

Qui, però, non si intende celebrare ancora una volta l’Inutile sul piano dei valori, ma interrogarci su una questione che precede ogni altra valutazione, ovvero se sia ancora possibile, in un mondo strutturato dalla simulazione perfetta, qualcosa che non serva a nulla e che, proprio per questo, conservi un valore in sé. O forse l’Utile è diventato ormai una forza tale che, attraverso l’efficienza, ci ha ridotto a spettatori della nostra stessa vita?

È una domanda che è doveroso porsi e per farlo, per comprendere tale mutazione, è necessario ripartire dalle due logiche dell’essere e del fine.

Da un lato vi è l’Utile come Sopravvivenza, in cui, come accennato, l’azione rintraccia il suo fine in qualcosa di esterno e il suo valore, per questo, è vincolato al risultato. È un’esistenza meccanica, in cui l’azione consuma il godimento del gesto in nome dell’esito. L’Utile, in breve, definisce un’ontologia della funzione.

Dall’altro vi è l’Inutile come Vita, dove l’azione disinteressata trova in sé stessa appagamento e giustificazione, poiché non schiava della necessità. È, di fatto, un’ontologia della presenza.

Le due, al contrario di quanto si potrebbe ritenere, non sono per nulla incompatibili. L’Utile, infatti, trova il suo Senso solo nell’Inutile. Esso ha sì uno scopo particolare che lo distingue da ogni altro Utile, ma al contempo, se vi è uno scopo che distingue, vi è anche un fine che accomuna: quello di rendere possibile il manifestarsi dell’Inutile. Il muratore che sovrappone mattoni o il programmatore che scrive righe di codice perseguono scopi tecnici differenti, ma sono mossi da una medesima intenzione: riscattare il proprio tempo. Entrambi agiscono nel dominio dell’Utile, non per esaurire la propria esistenza nella produzione, ma per alimentare la possibilità di un “fuori”. Il profitto che traggono dal loro agire transitivo è il pedaggio pagato alla necessità per accedere a quella scholé dove la vita smette di essere una prestazione e torna a essere un’esperienza dotata di valore intrinseco. Lavorano, quindi, per finanziare l’evasione dalla necessità, cosicché, una volta deposti gli strumenti del fare, possa aprirsi quel tempo disinteressato in cui il vivere smette di essere un “servire” e inizia, semplicemente, a significare.

La tragedia contemporanea risiede proprio nel ribaltamento di questo rapporto, per cui tendiamo sempre più a occupare il tempo al solo scopo di giustificare la necessità del lavoro, anziché utilizzare il lavoro come strumento per liberare il tempo. In questa saturazione forzata dell’esistenza ogni gesto finisce per essere sottomesso alla logica dell’utilità, conducendo all’inevitabile paradosso per cui, se tutto deve servire, nulla può davvero valere.

L’Utile, preso nella sua specificità, satura l’orizzonte con la domanda sul “come” (come fare questo, come ottenere quello), cancellando lo spazio per la domanda sul “perché”, o esaurendosi nel particolarismo dello specifico scopo, il quale si dissolve nella sua irrilevanza non appena raggiunto. Una sedia ha una funzione (sedersi), e finchè “funziona” non ci chiede nulla. Un’opera d’arte, un rito, o un tramonto non hanno alcuna funzione, non servono a nulla. Ed è proprio perché non servono che ci costringono a cercare un Senso. Il significato emerge solo quando l’ingranaggio dell’utilità si inceppa. Nel mondo dell’Utile totale, tutto funziona alla perfezione, ma nulla significa più niente.

Per orientarci in questa mutazione, non occorre inventare nuove mappe, ma fare appello a ciò che per millenni è stata l’ossatura filosofica del pensiero occidentale e che oggi, sotto l’urto della tecnica, sembra svanire in una progressiva amnesia. 

In primo luogo, occorre tornare alla distinzione aristotelica tra il lavoro come necessità e la scholé come condizione dell’uomo libero, una polarità che Hannah Arendt ha successivamente radicalizzato distinguendo il Lavoro,  inteso come l’asservimento al ciclo biologico della sopravvivenza, dall’Azione, ovvero la dimensione politica e decisionale in cui l’individuo manifesta la propria unicità (Vita activa). Se un tempo la tecnica doveva servire a liberare lo spazio dell’Azione, oggi assistiamo a un ribaltamento, in cui il Lavoro ha finito per inghiottire ogni residuo di libertà. Quando Nvidia annuncia che i suoi modelli sono in grado di “spezzare i problemi e valutare le opzioni” applicando la chain-of-thought alla realtà fisica, ci segnala che la facoltà propriamente umana di abitare il rischio di una scelta (che è l’essenza stessa dell’Azione) è stata definitivamente delegata a un’architettura informatica. In questo modo, lo spazio della scholé non viene liberato, ma svuotato, rendendo l’uomo l’osservatore superfluo di una performance robotica che non si limita a faticare per noi, ma agisce e decide al posto nostro.

Questa delega trascina con sé quella che potremmo definire, con eco marxiana, l’alienazione del gesto. Il lavoro contemporaneo, anche nella sua veste più immateriale e intellettuale, ha finito per ricalcare la struttura dell’ingranaggio, dove l’attività non è mai fine a se stessa ma è costantemente sussunta da un risultato esterno che ne esaurisce il valore. La precisione dell’esito, l’ossessione per il risultato, sacrifica sistematicamente la pienezza dell’istante, spogliando il movimento umano della sua sacralità disinteressata per ridurlo a una sequenza di operazioni ottimizzate.

È in questo vuoto dell’agire che il nichilismo celebra la sua vittoria definitiva. Per citare l’illuminante diagnosi di Nietzsche, «i valori supremi svalutano se stessi» poiché «manca il fine; manca la risposta al “perché?”» (Frammenti postumi 1887-1888, 9 [35]). Come intuito da Nietzsche e Heidegger, la “morte di Dio” segna l’eclissi di ogni fondamento capace di attribuire valore a ciò che non “serve” a uno scopo pratico, lasciando il campo a quello che Zarathustra descrive come l’Ultimo Uomo, l’essere che ha barattato la ricerca del Senso con la rassicurazione del benessere e che esclama: «”Abbiamo inventato la felicità” – e ammicca» (Così parlò Zarathustra, Prologo, § 5).

Roma, Gennaio 2026. XXXI Martedì di Dissipatio

Questo abitatore del comfort è il soggetto ideale per un mondo in cui la realtà fisica viene interamente ridotta a ciò che Heidegger definisce Bestand (ovvero un “fondo” o una riserva di energie), diventando una simulazione in cui ogni elemento è già prefigurato come risorsa, pronto per essere immediatamente sottomesso a un ulteriore calcolo. L’Ultimo Uomo accoglie con sollievo la Physical AI proprio perché essa, gestendo autonomamente questa riserva, gli garantisce una sopravvivenza senza scosse. Eppure, proprio Nietzsche ci ricorda che la risposta al nulla non è la resa al calcolo, ma la capacità di creare nuovi valori attraverso l’agire proprio del fanciullo. Quest’ultimo, infatti, rappresenta l’agire che non serve a nulla, ovvero quel gioco che è “una ruota che gira da sola” e che non risponde a logiche di utilità, ma rivendica la libertà di un inizio assoluto. Recuperare l’Inutile significa dunque raccogliere questa sfida creativa, rivendicando quel gesto che, non servendo a nulla, torna finalmente a significare tutto, sottraendo la sovranità del nostro spirito alla rassicurante e gelida infallibilità dell’algoritmo.

L’antica promessa di liberazione è stata dunque tradita, poiché la tecnica moderna, lungi dal restituirci la sovranità sul tempo, ci ha sollevati dal peso della fatica materiale solo per convertirci nella riserva energetica della propria espansione. In questo ribaltamento dei ruoli, l’essere umano è diventato il principio attivo che impedisce all’apparato di arrestarsi, agendo come quel flusso costante che, proprio come la pressione dell’acqua deve muovere incessantemente le pale di una turbina affinché essa generi potenza, deve irrorare con la propria attenzione e il proprio tempo i canali del sistema per garantirne la produzione. Siamo diventati il battito che tiene in vita un organismo, la linfa vitale che deve scorrere senza sosta affinché l’ingranaggio tecnico non riveli la propria natura di involucro vuoto.

La prova di questo “tradimento” è rintracciabile nel sacrificio della disconnessione. Decidere di stare un giorno senza smartphone o qualsiasi altro dispositivo, è diventato un atto rivoluzionario. Un “sacrificio” necessario per riconquistare una parvenza di vita piena.

Psicologicamente, questo ha generato una vera e propria patologia dell’inutilità. L’essere umano non sente più di possedere un valore intrinseco, ma solo un valore derivato dalla sua prestazione. Se non produciamo, se non siamo “connessi”, ci sentiamo difettosi. La tecnica non ci ha liberati dal lavoro, ha reso il lavoro l’unico orizzonte di Senso possibile.

E qui giungiamo al cuore della mutazione attuale. Nel passato, se si decideva di “perdere tempo” guardando il soffitto o passeggiando senza meta, quel tempo era veramente sottrattoalla logica del funzionamento e risultava invisibile all’apparato dell’utilità. Era un “fuori”.

Oggi, invece, il dispositivo digitale ha operato una cattura dell’Inutile. Quando scorriamo i social senza uno scopo (inerti, magari sentendoci in colpa), pensiamo di star sprecando tempo. Ma per la piattaforma, quel tempo è utilissimo poiché  stiamo producendo dati, stiamo addestrando algoritmi, stiamo visualizzando pubblicità.

Si verifica così un paradosso inquietante: l’estrazione di valore dal “vuoto“, ovvero quell’interstizio dell’esistenza che un tempo sfuggiva a ogni finalità e che oggi, invece, viene integralmente messo a profitto. Non esiste più un “tempo morto” che non sia processabile dal sistema. Anche il riposo monitorato dallo smartwatch o lo svago tracciato da Netflix sono diventati rami della produzione. Ma se anche l’Inutile viene messo al lavoro, l’uomo non ha più un rifugio. La distinzione tra ufficio e vita privata crolla non perché lavoriamo sempre consapevolmente, ma perché produciamo sempre qualcosa, anche quando siamo passivi.

Questa ossessione per l’Utile svuota i significati profondi della società, lasciando cicatrici visibili nel tessuto demografico ed estetico.

Prendiamo la crisi demografica. Fare figli non è più visto come una ricerca di Senso o pienezza vitale, ma attraverso la lente dell’utilità e del costo-opportunità. Se procreare è un impegno, un costo e una distrazione dalla produzione, allora diventa un “Inutile” assoluto: inutile per l’Utile, ma anche inutile per l’Inutile. I figli, infatti, da un lato sottraggono tempo al sistema dell’utilità, dall’altro sottraggono tempo a coloro che cercano di “evadere” da tale sistema.

Ma l’ossessione per l’Utile non risparmia nemmeno l’arte, che subisce un duplice assedio. Da un lato, vi è la mercificazione del passato, attraverso la quale anche la bellezza antica viene oggi “messa al lavoro”. Il turista che affolla i musei spesso non guarda l’opera, la registra. La Gioconda o il Colosseo diventano lo sfondo per un selfie, riducendo così la loro bellezza millenaria a strumento per la costruzione della propria identità social.

Dall’altro lato, vi è la trappola dell’arte contemporanea. In un mercato saturo, spesso l’imperativo non è più “fare il bello”, ma “fare il nuovo”. L’arte è costretta a inseguire l’originalità a tutti i costi, perché è l’unicità che garantisce il posizionamento di mercato. 

È qui che l’arte contemporanea inizia a “giocare a nascondino” con il Senso. Spesso povera di bellezza, l’opera si rende volutamente opaca, enigmatica, cercando di sembrare un “concetto” elitario per mascherare il fatto che non è più vita activa, ma un asset speculativo.

Questa strategia rivela una frattura decisiva nella genesi stessa del significato. Quando l’arte è motivata dallo spirito, dalla creatività spontanea o – anche nel caso delle grandi commissioni del passato – dalla sincera ricerca della Bellezza, il Senso rientra spontaneamentenell’opera. È immanente. L’opera “parla” perché la forma e il contenuto sono fusi in un’armonia che precede la spiegazione. Si tratta di una vitalità che non esige affatto un’univocità interpretativa, tanto che, persino laddove il significato colto dal fruitore divergesse profondamente dalle intenzioni originarie dell’autore, la bellezza e la potenza contemplativa dell’oggetto artistico rimarrebbero intatte, sostenute da un’energia di Senso che, proprio per la sua natura eccedente, rifiuta di lasciarsi incatenare entro i confini di un’unica e definitiva spiegazione.

Al contrario, quando il motore della creazione è la ricerca dell’originalità per differenziarsi sul mercato, la bellezza rischia di scomparire, lasciando un vuoto. In questo caso, il Senso non può più sgorgare dall’opera (che è spesso muta), ma deve essere impiantato artificialmente dall’esterno. 

Ecco perché l’arte contemporanea ha così bisogno di “concetti”, di spiegazioni, di critici e di didascalie. Il Senso non è più nel corpo vivo dell’opera, ma è una protesi intellettualeaggiunta a posteriori per giustificare l’esistenza di un oggetto che, senza quella “istruzione per l’uso”, non avrebbe alcuna ragion d’essere. 

È così che l’Inutile viene sussunto dall’Utile: il “Senso” non è più ciò che l’opera sprigiona, ma la merce che l’opera vende.

Giunti a questo punto, ciò che emerge non è l’immagine di una pacifica convivenza tra l’uomo e la tecnica, ma quella di una silenziosa guerra di trincea (nella quale l’Utile avanza come un’occupazione dell’essere) che finisce per colonizzare non soltanto le nostre ore e i nostri gesti, ma la grammatica stessa con cui siamo ormai capaci di attribuire valore a ciò che viviamo. I sintomi del disagio contemporaneo, che vanno dalla proliferazione dei paradisi artificiali fino alla crisi demografica, non indicano una semplice crisi di costumi, bensì un sabotaggio ontologico, una torsione della forma del vivere, in cui l’esistenza, interamente assorbita dalla prestazione, non riesce più a riconoscersi come presenza. Quando la vita viene esposta senza tregua a una logica che non ammette pause, l’uomo non lotta più per la libertà – poiché la libertà stessa è stata ridotta a parola ornamentale – ma cerca l’evasione. Lo si vede nel desiderio di “staccare la spina”, in quel rifugio nell’ebbrezza, nel consumo di sostanze o nella ricerca di un’adrenalina che funzioni da anestetico contro la pressione di un sistema che pretende che ogni istante debba essere traducibile in resa. Lo si vede nel sabotaggio silenzioso che attraversa anche il rifiuto della generatività, poiché i figli, che dovrebbero essere promessa e apertura, vengono percepiti come un’ulteriore sottrazione di tempo a un individuo già prosciugato dalla propria funzione produttiva. E lo si vede, infine, in quella scissione identitaria per cui l’uomo, una volta deposti i panni del lavoratore, tenta di diventare “un’altra persona”, come se l’Io potesse sopravvivere solo nella parentesi e non nel continuum della vita.

In questa fenomenologia della fuga, un confronto con il passato può illuminare una frattura reale, poiché in molte esperienze precedenti (nelle quali il mondo non era ancora saturato dall’Utile) la socialità poteva ancora essere intransitiva, cioè capace di compiersi nel gesto stesso, nell’incontro o nel gioco improvvisato, senza la necessità di un filtro tecnico che rendesse tollerabile la presenza a se stessi e agli altri. Oggi, invece, la socialità sembra richiedere una mediazione, poiché la realtà appare talmente priva di respiro da spingere l’individuo a cercare una sospensione della coscienza o un abbassamento del peso del reale. Eppure, proprio qui si rivela la prova della vittoria dell’Utile, poiché si fugge da un sistema rifugiandosi in una parentesi che il sistema stesso ha già previsto, codificato e rivenduto come merce. È il paradosso per cui anche il desiderio di “staccare” diventa un segnale leggibile e la fuga, anziché aprire un varco, rientra nel recinto come una deviazione già tracciata sulla mappa.

Davanti a questa diffusione della stanchezza e della rinuncia, l’apparato dell’Utile sembra reagire con un istinto di autoconservazione, riassorbendo la stessa crisi di Senso per trasformarla in un nuovo ciclo di cattura. Questo recupero si muove innanzitutto attraverso una sorta di rigenerazione funzionale, in cui il sistema, riconoscendo di aver teso eccessivamente la corda, istituisce aree di decompressione, riducendo il tempo di lavoro o concedendo spazi di relax (come accade nelle pratiche di mindfulness aziendale o nei programmi di benessere) che non mirano a restituire una libertà autentica, ma a evitare il collasso dell’organismo umano per garantirne la funzionalità. Parallelamente, si assiste alla mercatizzazione del Senso, attraverso cui la tecnica inizia a vendere esperienze profonde e spirituali in formati pronti al consumo, trasformando il silenzio e il rito in prodotti. È quanto accade, ad esempio, con la diffusione del “digital detox”, dove l’assenza di connessione viene paradossalmente venduta come un lusso a pagamento, trasformando un vuoto di dati in un pacchetto di sopravvivenza ontologica che riproduce l’idea di un “fuori” proprio per neutralizzarne la carica eversiva.

Quale via d’uscita resta, allora, all’individuo e alla comunità? Dinanzi a questo scenario, sarebbe retoricamente vacuo e umanamente autoassolutorio affermare che la salvezza risieda nella semplice riappropriazione di spazi di inutilità autentica, poiché una simile asserzione scivolerebbe in un’aporia logica, assumendo come premessa proprio ciò che pretende di dimostrare. La verità è che sebbene l’individuo possa tentare di riconquistare interstizi di gratuità, tali gesti atomizzati non possiedono necessariamente la forza per deviare la traiettoria di un sistema che si muove su scala macroscopica. Resta da capire, piuttosto, se la tensione verso il Senso e la necessità dell’Inutile gratuito siano tratti immanenti o se siano invece configurazioni acquisite, e dunque revocabili. Se il bisogno di Inutilità autentica si rivelerà una radice inestirpabile,  allora il sistema sarà costretto a una continua rinegoziazione, dovendo riadattare i propri ritmi in conformità a un’umanità che non si lascia integrare e che minaccia, altrimenti, un rigetto totale. Se invece dovessimo scoprire che anche la sete di Senso è un retaggio appreso, allora ci attende uno scenario in cui l’umanità si adatterà a una vita svuotata di ogni eccedenza, divenendo essa stessa una funzione di calcolo.

Dopotutto, ciò che davvero ci resta è, come sempre, l’interrogarci, poiché è proprio nell’esercizio incessante della domanda che può scaturire e alimentarsi la coscienza della propria condizione. La domanda rappresenta l’unico antidoto alla staticità (essendo generativa per definizione), il che non implica necessariamente il sapere in anticipo cosa essa produrrà, ma costituisce forse il tratto autenticamente umano e immanente che permette al futuro di essere ancora qualcosa di diverso da ogni presente. Aver coscienza di tale condizione è il risultato del saper abitare la domanda, il che significa mantenere aperto quel varco che la tecnica, con le sue risposte definitive, cerca costantemente di chiudere.

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