OGGETTO: Il ritorno della legge del più forte
DATA: 13 Gennaio 2026
SEZIONE: Geopolitica
FORMATO: Scenari
Il blitz contro Maduro segna il ritorno esplicito della forza nelle relazioni internazionali. Dopo la guerra in Ucraina e la distruzione palestinese, anche il caso venezuelano appare paradigmatico. L’ONU sembra paralizzata, l’Europa fragile, mentre il mondo scivola verso un ordine instabile che richiama, per dinamiche e rischi, il clima geopolitico degli anni Trenta del Novecento.
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Il “sequestro” del Presidente del Venezuela Nicolas Maduro e della sua consorte, in un’operazione lampo dai contorni ancora poco chiari, che nulla ha da invidiare ai peggiori film d’azione americani degli anni Novanta, è solo da intendersi come ulteriore conferma della frantumazione dell’ordine mondiale avviata nel febbraio del 2022. Al di là dei delle ragioni di parte sollevate, peraltro ancora tutte da dimostrare, l’episodio denuncia incontrovertibilmente l’estinzione del diritto internazionale e il ricorso al principio della forza quale mezzo per regolare le contese internazionali. Il principio della forza, che l’Europa, in passato, ha conosciuto molto bene, soprattutto a proprie spese, è de facto ritornato.

Il clamore che sta suscitando l’operazione voluta dal Presidente americano Donald Trump, tuttavia, non deve trarre in inganno. L’atto in questione si inserisce perfettamente – la scelta dell’avverbio non è affatto casuale – in un quadro internazionale particolarmente provato e già interessato dalla guerra russa in Ucraina, dal caos in Medio Oriente, dalle iniziative cinesi nel Pacifico e dalle mire espansionistiche americane sulla Groenlandia; quadro non a caso definito in un recentissimo passato «guerra mondiale a pezzi». Lo scenario geopolitico corrente, con le dovute differenze storiche, rasenta terribilmente quello della seconda metà degli anni Trenta dello scorso secolo. In quel caso l’ordine mondiale uscito da Versailles, e teoricamente garantito dalla debole Società delle Nazioni, produsse una lunghissima scia di malcontento, acuita dalla crisi economica del 1929 e poi canalizzata da Hitler e Mussolini. Sul banco degli imputati, allora, sedeva il vituperato «vecchio ordine costituito», rappresentato da imperfetti regimi democratici, recepiti dalle masse, anche per via della propaganda politica del tempo, come corrotti, imperialisti, plutocratici, obsoleti e incapaci di stare al passo con i regimi dei «nuovi Cesari» e la giustizia sociale da essi prospettata. Dalle parole, in breve, si passò ai fatti attraverso le avventate iniziative di Hitler, Stalin e Mussolini e quel vecchio mondo venne spazzato via, per sempre, dalla guerra, che disvelò la vera essenza e la magrezza di cose, uomini e situazioni, dando vita a un mondo bipolare dove Stati Uniti d’America e Unione Sovietica si contendevano, attraverso la logica delle sfere d’influenza, il mondo intero.

L’implosione dell’Unione Sovietica che segnò la fine della guerra fredda, e per qualcuno anche della storia stessa, produsse l’era americana con tutte le sue violente contraddizioni, messe in luce da un capitalismo che si rivelò funzionare a intermittenza e, soprattutto, dall’11 settembre 2001 con la consequenziale guerra indiscriminata e senza confini al terrorismo.

Oggi il contesto geopolitico registra l’assoluta sterilità dell’ONU derivante da un contorto e anacronistico impianto del Consiglio di sicurezza, dentro il quale il valzer dei veti, da parte dei membri permanenti, paralizza qualsiasi iniziativa risolutiva, rendendo l’organizzazione stessa poco credibile ed efficace nella gestione delle varie crisi internazionali. Posta, dunque, la sostanziale assenza di un’organizzazione super partes, il nuovo mondo uscito dalla pandemia del Covid-19, che ha colpito inesorabilmente le economie di tutte le realtà statuali mondiali, somiglia a un’edizione rivisitata del vecchio mondo degli imperi, dove Cina, Stati Uniti d’America e Russia ambiscono al ruolo di attori protagonisti.

La guerra russa in Ucraina ha aperto le danze, stracciando il diritto internazionale in nome di un revanscismo di facciata, che, in un arco di tempo più ampio, si è tradotto, invero, in un lento processo di annessionismo territoriale (emblematico è il ritorno del referendum sotto le bombe) volto a cambiare con la forza la carta geografica politica russo/ucraina e, conseguentemente, ad accaparrarsi risorse naturali e non, oltre a snodi commerciali particolarmente strategici, se non decisivi, in un prossimo futuro. L’operazione speciale scatenata dal Presidente della Federazione russa Vladimir Putin, in considerazione del disastroso andamento militare, ha finito per assumere i contorni di una drammatica guerra di logoramento che, nel più classico degli epiloghi europei, ha fatto saltare tutti gli schemi, per allargarsi, poi, a macchia d’olio, al mondo intero. Lo scenario è quello di una guerra che oramai nessuno può perdere e nessuno può vincere; una guerra che ha tradito la presenza di tutte le principali potenze mondiali, in un confronto sistemico e ideologico.

Il tentativo di costruire un nuovo ordine mondiale, da parte di Russia e Cina, il cosiddetto «mondo multipolare», dato l’incendio che non si riesce a spegnere in Europa, ha aperto, infatti, nuovi fronti di confronto, in un tipico scenario da guerra fredda, in Medio Oriente e Sud America, dove gli Stati Uniti hanno ribadito, e stanno ribadendo, con la forza il proprio stato di salute a scapito di tutte le previsioni (errate) costruite dalla propaganda bellica russa e, in generale, antiamericana degli ultimi anni. Analizzando gli eventi senza enfasi ideologica, la Russia, sulla quale gravano quasi quattro anni di guerra, risulta privata di storici e strategici alleati: Siria e Venezuela, con il regime iraniano degli ayatollah scricchiolante e messo, comunque, nelle condizioni di non nuocere; limitata anche nella possibilità di aggirare le sanzioni economiche attraverso il ricorso alle «petroliere fantasma», è costretta a fare i conti con una dipendenza sempre più importante dalla Cina. Quest’ultima è, invece, impegnata formalmente a condannare l’iniziativa americana in Venezuela, a sostenere indirettamente lo sforzo bellico russo e, nei fatti, a trovare una soluzione vincente, di forza, per l’occupazione di Taiwan, facendo i conti con un’economia che sembra aver perso lo slancio degli anni migliori. In Medio Oriente, dopo il caos iniziale, si sta delineando una situazione più chiara, che vede Israele notevolmente rafforzato e i suoi storici antagonisti significativamente ridimensionati. Medio Oriente e Sud America sono, pertanto, da recepire come precisi messaggi per Cina e Russia, al momento spiazzate dall’uragano Trump, il quale si è assicurato gli enormi vantaggi del petrolio venezuelano.

L’Europa, in uno scenario così delicato, aggravato dalle minacce americane alla Groenlandia, benché stia assumendo sulle proprie spalle la guerra di resistenza ucraina, si ritrova a dover prendere atto di una significativa arretratezza in ambito bellico, figlia anche di una disastrosa linea di pensiero, ideologicamente pacifista, che in passato ha eretto barricate contro ogni investimento nella difesa e nella costituzione di un esercito europeo; così come  paga un’ingenua e smisurata fiducia nell’alleato americano, pronto, ora, a battere cassa per la difesa europea attraverso la NATO, che, piaccia o meno, al momento, molto realisticamente, risulta l’unico mezzo di deterrenza occidentale. L’Unione europea, così, somiglia al classico vaso di coccio costretto a viaggiare tra i vasi di ferro. Paradossalmente, il ritorno del principio della forza coglie impreparato proprio il soggetto che ha scritto buona parte della sua storia anche attraverso tale principio, evidentemente dimentico di una vecchia, ma sempre attuale, lezione (europea) che recita:

«I patti senza le spade sono nulli.»

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