Intervista

Lamberto Dini: «Penso che in Ucraina più che una pace avremo un armistizio sul modello coreano. Ma Zelensky segua Trump.»

«Credo che Kiev dovrebbe agire in sintonia con l’azione del presidente USA senza contrastare i suoi orientamenti, ma dotandosi di sano realismo. Anche perché senza Washington la stessa azione dell’Ucraina non ha futuro.»
Lamberto Dini: «Penso che in Ucraina più che una pace avremo un armistizio sul modello coreano. Ma Zelensky segua Trump.»
VIVI NASCOSTO. ENTRA NEL NUCLEO OPERATIVO
Per leggere via mail il Dispaccio in formato PDF
Per ricevere a casa i libri in formato cartaceo della collana editoriale Dissipatio
Per partecipare di persona (o in streaming) agli incontri 'i martedì di Dissipatio'

Protagonista della Seconda Repubblica, Lamberto Dini è stato tra i più ascoltati ed autorevoli esponenti tecnici e politici italiani. Di formazione internazionale e liberaldemocratica, Dini si è distinto per un percorso al vertice di grandi istituzioni nazionali e non, come direttore esecutivo del Fondo Monetario Internazionale e Direttore Generale della Banca d’Italia. Nel 1994 l’ingresso nel panorama politico come ministro del tesoro del primo governo Berlusconi, nel 1995 è presidente del Consiglio del primo governo tecnico della storia repubblicana con cui avvia riforme cruciali come quella delle pensioni. Successivamente con Rinnovamento Italiano porta alla vittoria il centrosinistra svolgendo il ruolo di ministro degli esteri nei governi Prodi, D’Alema e Amato, per poi tornare nel 2008 nel centrodestra. Esperto dei nodi dell’economia e delle relazioni internazionali ha conosciuto i grandi della terra da Clinton a Putin, da Chirac a Major, vivendo in prima persona l’avvio delle relazioni tra Italia e i paesi dell’ex blocco sovietico, l’ingresso nell’euro, l’avvio della globalizzazione. Fiorentino lucido e schietto, abbiamo intervistato il presidente Dini per chiedere una sua panoramica sui nodi dello scenario internazionale e italiano. 

– Presidente Dini, come valuta il ruolo di Donald Trump nella questione russo-ucraina?

Credo che allo stato attuale stia gestendo al meglio il conflitto russo-ucraino, realizzando dei significativi passi in avanti. Ciononostante, il presidente statunitense non mi pare al momento nella condizione di influenzare in maniera definitiva l’esito del conflitto. Bisognerà, infatti, vedere come matureranno i semi di Anchorage. Anche se credo che il raggiungimento di una soluzione politica verrà determinato da come (e con quali conseguenze) Trump deciderà di valutare le richieste della Russia: che l’Ucraina non entri nella Nato, l’annessione dei territori russi o russofoni conquistati, la definizione di una architettura di sicurezza europea. Sono queste in sostanza le condizioni della Russia e in base a come gli USA decideranno di procedere si potrà trovare un’intesa o un compromesso. Putin con l’invasione dell’Ucraina ha commesso, infatti, il più grande errore della sua carriera politica, ma se non si prenderanno seriamente le sue richieste (forse non condivisibili, ma non certo irragionevoli) non si troverà una sintesi. Parallelamente, nonostante i pesanti limiti della gestione di Zelensky della guerra in Ucraina, occorrerà trovare una soluzione capace di contenere le perdite umane, militari ed economiche di Kiev e costruire nuove garanzie per gli ucraini. Alla luce di ciò Trump si sta muovendo per trovare un accordo politico che tenga conto di queste due premesse e lo sta facendo con realismo. 

– Vede quindi all’orizzonte, se non una pace, un congelamento della guerra in Ucraina?

Grazie all’intervento del presidente degli Stati Uniti credo che ciò sia in prospettiva possibile. Anche se io non parlerei di un accordo di pace, per il quale non mi sembra ci siano le condizioni. Penso però potrà esserci, invece, un armistizio (che è cosa ben diversa), che potrà portare ad un congelamento del conflitto. Come avvenne con la conclusione della guerra di Corea nel 1953.

Ciò creerebbe uno scenario per cui la Russia otterrebbe i territori russi e russofoni che ha conquistato, mentre all’Ucraina spetterebbe il resto del proprio territorio (senza la cessione formale degli oblast perduti) però con nuove e più consistenti garanzie.

– E chi tutelerebbe la sicurezza dell’Ucraina?

Credo che solo gli Stati Uniti, e non gli europei, possano dare questa garanzia che sarebbe la chiave per raggiungere un accordo politico risolutivo.

– Non crede che la presenza di contingenti militari europei potrebbe facilitare un assetto post-bellico?

No, credo che anzi un sentiero di questo tipo non solo allontani una vera soluzione di questo difficile quadro, ma anzi rischi solo di creare ulteriori conflittualità. La presenza di truppe in Ucraina europee (specie se non andranno a titolo dell’Onu) a mio avviso potrebbe, infatti, solo aprire la strada ad un nuovo e pericoloso scontro tra Russia ed Europa. Oltre che minare una eventuale ripresa degli scambi commerciali tra Mosca e gli europei.

– Vede possibile, invece, una entrata dell’Ucraina nella UE?

Nonostante la Russia non possa impedire né voglia impedire tale opzione, non credo essa sia fattibile, specie nel breve periodo. In quanto l’Ucraina non ha i requisiti economici e finanziari per accedere all’Unione Europea. O almeno non li avrà per i prossimi dieci anni. Questo perché l’Ucraina è un Paese agricolo a costi molto bassi e la politica agricola europea non potrebbe accettare il suo ingresso. Né il quadro istituzionale ucraino mi sembra al momento in linea con gli standard e gli orientamenti degli europei. Ciò ovviamente non vuole dire però escludere un sentiero di collaborazione economica specie per quanto riguarda la ricostruzione post bellica. 

– E che ne pensa delle resistenze di Zelensky?

Non si potrà raggiungere un termine del conflitto se si continuerà con una logica dello scontro frontale e con l’illusione di una plateale sconfitta militare della Russia. Una possibilità che non mi sembra al momento fattibile. In questo senso credo che Kiev dovrebbe agire in sintonia con l’azione del presidente USA senza contrastare i suoi orientamenti, ma dotandosi di sano realismo. Anche perché senza Washington la stessa azione dell’Ucraina non ha futuro.

– Che giudizio dà di Trump?

Si tratta di una figura estremamente complessa con una forte propensione al rischio e un alto grado di imprevedibilità. Come dimostra la politica estera e commerciale della sua amministrazione che persegue una linea che sta smontando il sistema delle relazioni internazionali ed economiche. Creando grande incertezza specie nei confronti dell’Europa. Poi in alcuni scenari sta ottenendo indubbi risultati, come abbiamo già detto, però è altrettanto fuori discussione che la sua azione stia cercando di dividere e indebolire pesantemente gli europei. Ed in questo senso la debolezza dell’UE non può che facilitarlo.

– Come vede, invece, lo stato dell’Europa?

Manca di coesione e unità, minata tanto dai propri particolarismi nazionali quanto dall’assalto di forti movimenti sovranisti. Servirebbe invece un’azione per favorire più coesione, più integrazione europea, più cooperazione su dossier cruciali nell’interesse comune (come l’esercito europeo) senza fughe ideologiche. Anche perché oggi una vera Europa politica è indispensabile per contare nella scacchiera internazionale, non solo rispetto al rapporto con gli Stati Uniti, ma soprattutto negli equilibri delle grandi potenze. Se l’UE non cercherà di superare questi ostacoli (oltre che una certa cecità per quanto riguarda l’avventurismo militare e la crescita), non farà che acuire la propria debolezza e finirà inevitabilmente marginalizzata.  

– Draghi al Meeting di Rimini ha esortato l’Unione ad agire come un solo Stato e a superare le proprie barriere interne, denunciandone la fragilità. Si ritrova nella sua denuncia?

La condivido pienamente. Oggi come non mai occorre un’Ue coesa e un orizzonte comune concreto e fattuale. E per superare la marginalizzazione dell’Europa il Rapporto sulla competitività di Draghi è fondamentale. Serve, infatti, più coesione, più crescita e più pragmatismo. Soprattutto per poter reagire alle sfide dei sovranismi e delle grandi potenze. 

– Come valuta l’azione del governo italiano in questo quadro?

Meloni ha fatto una scelta precisa di sostegno all’Europa, alla Nato e agli Stati Uniti. Tramite una adesione seria al campo occidentale pur nella coscienza di poter prendere delle differenziazioni per poter seguire l’interesse nazionale. Come conferma, del resto, la posizione del governo italiano di non inviare truppe in Ucraina. Una posizione altamente condivisibile e che io ritengo profondamente più lungimirante rispetto al confuso protagonismo di UK e Francia. Allo stesso tempo anche il fatto che delle proposte di Meloni – come l’idea di usare l’articolo 5 dello Statuto della Nato per garantire copertura all’Ucraina senza farla entrare nella Nato – siano al centro del dibattito internazionale, mi sembra una conferma della credibilità che sta ottenendo il governo italiano.

– E come valuta il modo in cui Meloni sta esercitando il suo ruolo da premier?

Io credo che si stia muovendo con prudenza e competenza e non possiamo non complimentarci per l’azione politica che sta svolgendo. È sempre informata, preparata e scrupolosa nel modo in cui affronta dossier delicati e questo ne garantisce anche uno standing non solo nel nostro paese, ma soprattutto all’estero. Meloni si è data, infatti, una credibilità internazionale che si è affiancata ad una gestione della finanza pubblica fatta di prudenza e moderazione. Una bussola politico-economica che ha rafforzato il nostro paese anche nei confronti delle sfide del debito pubblico e ha creato oltre un milione e duecento mila posti di lavoro.   

Tutti fattori che mostrano come oggi l’Italia abbia una posizione molto migliore rispetto a quella del passato e ciò non mi sembra un merito da poco…

– Sulla qualità di questi posti di lavoro si sono però espresse delle riserve…

È vero poi che i salari, come dice l’opposizione, sono più bassi che in altri paesi europei, ma questo è dovuto soprattutto al fatto che la produttività in Italia è più bassa che negli altri paesi. E questo è un problema ben più antico di questo governo.

– In una intervista al Giornale ha recentemente affermato che vede Meloni come possibile candidato al Quirinale nel 2029. Può spiegarsi meglio?

Vorrei fare un piccolo chiarimento. Non ho detto che auspico o prevedo una candidatura di Meloni al Quirinale, ma intendevo dire che nel 2029 in caso fosse confermata una vittoria del centrodestra alle elezioni del 2027 ci sarebbero i termini per una eleggibilità di Meloni come nuovo Presidente della Repubblica. Ed in tal senso non è da escludere a priori una opzione di questo tipo.

– Come valuta la riforma Nordio e l’obiettivo della separazione delle carriere?

Io credo che la riforma della giustizia sia una riforma sacrosanta ed urgente, indispensabile per il nostro paese. Tanto che in tempi non sospetti durante il mio mandato di governo avevo manifestato la necessità di risolvere i nodi del sistema giudiziario. Anche se, specie sulla separazione delle carriere, rimasi inascoltato.

– Si spieghi meglio…

Eravamo nell’inverno del 1995, le macerie di Tangentopoli erano fumanti. Durante il periodo in cui ero presidente del Consiglio andai dal Presidente della Repubblica, Oscar Luigi Scalfaro, sollevando questo argomento. Gli dissi che intendevo affrontare i problemi della giustizia italiana tramite la separazione delle carriere e la riforma del CSM. Scalfaro mi disse: “Sei a capo di un governo di programma, porta avanti quello e non uscire dal perimetro. Anche se hai ragione su queste tematiche”. Già all’epoca nel 1995 era, quindi, evidente la necessità di una riforma per sanare i mali del sistema giudiziario. Oggi, quindi, lo è più che mai. E sono convinto che il ministro Nordio con l’appoggio del governo e del presidente Meloni possa portare questo disegno a compimento.

– Come vede l’attuale stato dello scenario politico italiano?

Credo che un punto debole del governo Meloni, e di Fratelli d’Italia nello specifico, sia una certa mancanza di apertura a figure di spessore oltre il perimetro dei propri ranghi. Una parte degli esponenti di governo, infatti, sono stati selezionati principalmente sulla base della fedeltà o dell’appartenenza, ma non sono dotati di grandi capacità. Bisognerebbe, invece, guardare a quelle tante figure dalla profonda competenza che si trovano fuori dai partiti. Delle personalità che potrebbero così aprire il governo a nuovi orizzonti e a diverse sensibilità. 

– Ci vorrebbero più figure come Nordio quindi: esterni, ma di grande profilo e competenza?

Certamente.

– Come vede, invece, lo stato dell’opposizione?

L’opposizione mi sembra estremamente frammentata e minata da divisioni per ora inconciliabili. Tanto che essa si mostra, infatti, incapace di costituire una coalizione capace di sfidare l’attuale governo. Le divisioni della sinistra, del resto, sono terribili e non credo che il Partito Democratico possa superarle o avere un reale successo con la segreteria e la bussola che lo dirigono oggi. Anzi… Basta guardare all’impossibilità di una sintesi tra Calenda, Conte, Schlein e Renzi. In questo scenario l’opposizione non può aspirare ad essere una vera alternativa al centrodestra per la guida del Paese. E nemmeno appare come tale. 

– Cosa manca?

A mio avviso gli attuali tentativi di un campo largo delle opposizioni non hanno né forza né idee. Mancano in questo senso uomini di sintesi, collanti ideali e contenuti per formulare una vera proposta di governo e soprattutto per avviare un disegno comune.  

I più letti

Per approfondire

Il buio in fondo al tunnel

Angelo Travaglini racconta in "Yemen. Dramma senza fine" (Città del sole, 2022) il conflitto che da otto anni sta sbriciolando il Paese, e a cui non sembra esserci soluzione alle porte.

Le possibilità di un'isola

La futura invasione cinese di Taiwan si presenta, già nella teoria, come un'operazione molto complessa.

L'anarca e l'airone

“E voi come vivrete?”. Il viaggio dantesco immaginato da Hayao Miyazaki è consapevolezza della violenza e sua conseguente accettazione. Non si fugge dalla realtà, ma si impara a vivere senza rassegnarsi alle condizioni di partenza. Il tutto facendo attenzione a non perdere di vista il cielo, la meta ultima.

Ogni epoca ha la sua forma di guerra

Pubblichiamo un estratto del nuovo libro di Elham Makdoum - La geopolitica delle criptovalute (Castelvecchi, 2024) - incentrato sulle origini e l'evoluzione del fenomeno crypto, e sul confronto fra chi ha fatto propria la creazione di un'"economia parellela" e chi invece naviga ancora nel proprio scetticismo.

Il senso del martirio e noi

Il concetto di martirio non ha mai abbandonato l'anima del popolo russo, Il nostro invece sembra un martirio in comproprietà: noi ci mettiamo le idee, gli ucraini, la vita.

Gruppo MAGOG