L'editoriale

A sinistra del Potere

Con la vittoria di Elly Schlein alle primarie, il Partito Democratico, anziché inseguire Giorgia Meloni sul terreno della sua istituzionalizzazione, ha scelto di superarla a sinistra sulla questione di genere.
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Più che una nuova stagione siamo di fronte alla fine di un’epoca. Il partito sistemico e istituzionale per eccellenza – quello del Quirinale, delle ambasciate straniere, della Commissione Europea – anziché rimanere fedele alla sua vecchia tradizione di potere ha scelto di percorrere una via radicalmente opposta. Il PD, accusato più volte di aver abbandonato i valori della sinistra da un’intellighenzia ancorata agli interessi del popolo, con la vittoria alle primarie di Elly Schlein, si sposta sulla casella progressista in un contesto storico che, sì vede il ritorno della dicotomia destra-sinistra, ma che sul piano politico ha già incoronato alle ultime elezioni Giuseppe Conte come rappresentante dell’elettorato (pro-reddito, ambientalista e no-war) al quale punta la nuova segretaria. Non a caso lo stesso Jean Luc Mélenchon, capo del partito-rivelazione La France Insoumise ha già fatto un endorsement al leader del M5S all’ultima tornata elettorale italiana. Il Partito Democratico come il Parti Socialiste in Francia rischia infatti di sparire dalla scena poco a poco, elezione dopo elezione. Credevamo infatti che Giuseppe Conte si sarebbe fatto cannibalizzare dal PD e invece è lui ad averlo cannibalizzato. La “cura” Rocco Casalino – valori progressisti, attitudine di destra e credibilità istituzionale – ha funzionato, ma soprattutto ha anticipato il “ritorno della destra e della sinistra” proprio quando Enrico Letta portava avanti la battaglia per il centro, in competizione con il Terzo Polo di Carlo Calenda e Matteo Renzi, che ora si fregano le mani. Per loro, si apre una breccia sulla scacchiera politica, un vuoto tutto da riempire, e quindi il “sigillo percentuale”, a sfiorare la doppia cifra, per diventare ago della bilancia dei prossimi governi.

Con Elly Schein, supportata dall’eminenza grigia Dario Franceschini, si apre la possibilità di un grande cartello elettorale progressista, la possibilità di fondere il Movimento 5 Stelle e il Partito Democratico in un’unica sigla. E a quel punto per Giorgia Meloni, che da maggio 2024, dopo le elezioni europee, lancerà il piano per un grande partito di destra e “conservatore”, la competizione avrà inizio. Giuseppe Conte è colui che ha già governato l’Italia, Elly Schlein invece il volto femminile della rottamazione (quella inaugurata da Matteo Renzi), ma anche la rivale naturale della leader di Fratelli D’Italia, prima donna della storia a governare il Paese. Anziché inseguirla sul terreno della sua istituzionalizzazione che per la destra va di pari passo con il principio di “sdoganamento”, che Giorgia Meloni porta avanti in maniera chirurgica, il PD ha scelto di superarla a sinistra sulla questione di genere (e dei diritti civili). Il calcolo, al netto della scacchiera politica e del sentimento popolare, è errato a breve e medio periodo, ma potrebbe rivelarsi corretto sul lungo. Dipende tutto dalla Meloni.

Errato perché il Partito Democratico tradisce la sua natura “sistemica” – sono più i voti che perde di quelli che guadagna finché c’è Giuseppe Conte; corretto invece qualora ci fosse la fusione col M5S e parallelamente Giorgia Meloni si impuntasse sulla battaglia per il presidenzialismo. Perché se si compiesse il “presidenzialismo” perderebbe il supporto della Lega, e si inimicherebbe il Partito del Quirinale, che già a Sanremo con la presenza di Sergio Mattarella ha mandato un messaggio tra le righe alla premier; mentre se perdesse la battaglia costituzionale, aprirebbe la strada alla creazione di una grande piattaforma progressista, guidata da Giuseppe Conte ed Elly Schlein, e a quel punto Dario Franceschini andrebbe dritto al Quirinale, e la destra tornerebbe ai margini delle scena politica. La sfida per Giorgia Meloni adesso è quella di sostituire il Partito Democratico con un partito di destra “sistemico”, e anticipare de facto qualsiasi possibile mossa del Terzo Polo (non sull’elettorato, ma sul principio di interlocuzione), e per farlo deve tenersi stretta la Lega, abbandonare il presidenzialismo, e di conseguenza allearsi con il Quirinale. La coerenza paga, è vero, ma a volte, la dissipazione è una tattica per portare avanti una strategia.

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