L'Impero del Quirinale

Il Presidente della Repubblica è molto più di un garante delle istituzioni. Parliamo di un perno istituzionale, geopolitico, strategico dello Stato italiano, che vede Mario Draghi, leader sistemico e “schmittiano” nell’esercizio del potere, il favoritissimo.
Il Presidente della Repubblica è molto più di un garante delle istituzioni. Parliamo di un perno istituzionale, geopolitico, strategico dello Stato italiano, che vede Mario Draghi, leader sistemico e “schmittiano” nell’esercizio del potere, il favoritissimo.

Il Quirinale è perno istituzionale, geopolitico, strategico dello Stato italiano. Di ciò che ne rimane (emblematico il titolo del quirinalista del  Corriere, Marzio Breda: “Capi senza Stato”), di ciò che resiste dopo trent’anni di destrutturazione graduale del sistema-Paese, delle sue articolazioni burocratiche interne ed esterne. Non si può capire l’importanza della partita per la Presidenza della Repubblica prossima all’apertura se non attraverso una radiografia strategica del Paese. E se da un lato recentemente un gruppo di geografi anglosassoni ha censito quasi mezzo milione di punti geografici nel Vecchio Continente da cui partono strade per la capitale italiana, mostrando che “tutte le strade portano a Roma” non è solo un detto, dall’altro nell’Urbe tutte le strade portano al Quirinale.  Vi conducono i gangli strategici delle burocrazie ministeriali, gli apparati sistemici del Paese, i circoli di influenza legati ai grandi poteri sistemici (Vaticano, magistratura, imprese di Stato), la diplomazia estera, il notabilato amministrativo che regge lo Stato italiano. Vi conducono gli sguardi e l’attenzione della politica politicante, dai peones ai sempre più transitori comandanti in capo di partiti e correnti. Vi conduce, in ultima istanza, il sistema-Paese nel suo complesso.

Carlo Pelanda nel 2018 su Limes definiva il Quirinale “cuore del nostro Stato profondo”, super-burocrazia strategica del nostro Paese. La presidenza della Repubblica veniva descritta da Pelanda con caratteristiche che, lette a quattro anni di distanza, permettono di capire in nuce la rilevanza della sfida attuale. Il Quirinale “da un lato, non ha poteri esecutivi. Dall’altro, nella costituzione non sono stati descritti con precisione i suoi poteri, rendendoli così illimitati e informali”. Descritto spesso con l’espressione “potere a fisarmonica”, quello del Presidente della Repubblica italiana è sintesi del potere kelseniano, dunque degli ordinamenti democratico-costituzionali a cui si ispirava la Carta del 1948, e schmittiani, ricordando che se sovrano è chi decide dello Stato d’eccezione o in periodi di acuta crisi bisogna sottolineare che è proprio nell’era delle tempeste che il Quirinale si fa timoniere della Repubblica. Non a caso, notava Pelanda, “i poteri privati interni e statuali esterni che vogliono influenzare l’Italia non danno molta attenzione alle elezioni politiche, ma esercitano la massima pressione sulla scelta dei candidati al Quirinale. E ciò avviene perché il vero potere in Italia, indipendente da qualsiasi controllo o bilanciamento democratico, lì risiede”.

La forza del Quirinale è quella di poter disegnare la cornice entro cui la vita politico-istituzionale può muoversi. Con potere informali di nomina o veto sui ministri, con un diretto riferimento al peso diplomatico esercitato sulle cancellerie internazionali, con la moral suasion il Presidente della Repubblica, sempre evitando scontri frontali o strappi, può usare tale leva per condizionare le scelte della politica di governo e degli apparati. La dialettica giornalistica, e parte di quella storica, hanno teso a dividere la lettura dell’esercizio del potere presidenziale tra fasi “interventiste” e fasi “notarili”, ma come ben sottolineato da Filippo Ceccarelli nella sua lunga trattazione per Rai Storia la presidenza della Repubblica è stato piuttosto il corpo dello Stato adattatosi in forma più polimorfa alle diverse vicissitudini dello Stato.

Nel cuore della Prima Repubblica, quando l’architettura di potere del Paese si innervava sul trittico costituito dal Presidente del Consiglio (capo del governo e indirizzatore della sua azione), dal Segretario della Democrazia Cristiana (espressione dei rapporti di forza politici nel partito di potere per eccellenza) e dal Ministero dell’Interno (tutelare dei segreti operativi degli apparati e mai lasciato dalla Balena Bianca dal 1948 al 1994) il presidente della Repubblica era il naturale complemento e il garante di questa poliarchia istituzionale e agiva nel contesto geostrategico e politico dato dell’era della Guerra Fredda. La caduta della Costituzione materiale dell’era primorepubblicana ha aperto la strada a un graduale consolidamento del ruolo del Quirinale a cui hanno fatto da apripista le presidenze “mediatiche” di Sandro Pertini e Francesco Cossiga.

Se Carlo Azeglio Ciampi, in quest’ottica, ha operato un’azione di riscoperta del patriottismo costituzionale come narrazione volta a tenere unita l’Italia di fronte alle pulsioni disgregatrici della globalizzazione e alla sfida dell’integrazione europea, nell’era della grande tempesta globale apertasi con la Grande Crisi del 2007-2008, proseguita con la crisi europea dei debiti, l’avvitamento della stabilità internazionale e la pandemia di Covid-19 il Quirinale ha assunto con crescente autorità i suoi poteri attuali di fronte a una politica sempre più volatile e incerta. Con modus operandi, tatto e attenzioni diverse, ma con eguale inesorabilità Giorgio Napolitano e Sergio Mattarella, due figli dell’era bipolare chiamati a guidare lo Stato, hanno gradualmente allargato il perimetro sostanziale di interesse del Quirinale, principalmente su tre direttrici.

In primo luogo, il Presidente della Repubblica è diventato negli anni il prioritario interlocutore dei circuiti di potere diplomatici e istituzionali. Dal filo diretto di Napolitano con i leader europei durante la transizione dal governo Berlusconi IV al governo Monti e nelle fase più complesse della prima era renziana all’esplicita dichiarazione della dottrina Mattarella nel contesto della crisi risoltasi nella nascita del Conte I e all’alba dell’era Draghi la cornice del Quirinale è stata legata ai chiari riferimenti euroatlantici del Paese. Il mantenere dritta la barra del collocamento italiano nel campo europeo ed atlantico, da Napolitano e Mattarella ritenuti presupposto fondamentale per la stabilità del Paese nel quadro internazionale, si è  sostanziato nel condizionare l’approvazione dei nomi scelti dai vari governi per i ministeri-chiave (Economia, Esteri, Difesa) all’adozione di tale linea.

In secondo luogo, vi è una chiara questione di riferimento dell’influenza e del potere del Quirinale agli apparati dello Stato che percorrono i tempi della politica e resistono alla caducità dei governi. Tesoro, Banca d’Italia, forze armate, servizi guardano inevitabilmente al Quirinale come tessitore della tela della classe dirigente del Paese. Non a caso figure come il governatore della Banca d’Italia, il Ragioniere Generale dello Stato o il Direttore Generale del Tesoro vedono, nella loro nomina, un via libera obbligato nel benestare del colle più alto della Repubblica. A cui sono legati nella loro opera di condizionamento dei rispettivi “Stati nello Stato” da essi condotti. In sostanza, notava Pelanda, “la forte e anomala autonomia della burocrazia in alcuni settori chiave dell’apparato statale è spiegabile dalla relazione diretta con il Quirinale che le conferisce un potere di contrasto o condizionamento della politica eletta”.

In terzo luogo, il Quirinale ha investito della legittimità a governare le correnti politiche e gli esponenti di punta di riferimento in un senso più sostanziale di quanto la lettera della Costituzione ricorda. La prova del governo ha ad esempio radicalmente trasformato Movimento Cinque Stelle e Lega così come erano usciti dalle elezioni del 2018 che li avevano visti vincitori; più volte l’ala del Partito Democratico legata a Dario Franceschini ha fatto leva sui suoi legami col Quirinale per dirsi legittimata a determinare la linea della formazione; chiamando Draghi al governo, infine, Sergio Mattarella ha voluto imporre a tutte le formazioni la responsabilità di mostrare l’aderenza all’agenda presidenziale di emergenza (accelerazione sui vaccini, allineamento chiaro in campo euroatlantico, pianificazione della ripresa) in cambio della possibilità di essere ritenuti credibili per ambire a posizioni di governo in futuro.

Sulla scia di Napolitano e Mattarella ora mira a inserirsi Mario Draghi, leader sistemico e “schmittiano” nell’esercizio del potere che conscio di questi tre perni politico-strategici immagina l’ascesa alla massima magistratura repubblicana come completamento della marcia che lo ha portato ai vertici della poliarchia dello Stato in era pandemica. Draghi era il giocatore ideale nel terreno euroatlantico della “dottrina Mattarella”, come ha dimostrato con le sue scelte in materie di relazioni internazionali; da premier ha consolidato in asse col Quirinale il partito dei fedelissimi tra Tesoro e Banca d’Italia, comprendente tanto l’attuale Ministro Daniele Franco quanto il Direttore Generale del Tesoro Alessandro Rivera, il numero uno di Via Nazionale Ignazio Visco e il suo vice Luigi Signorini, tutti “draghiani” di stretta osservanza. Nel rapporto coi partiti, infine, Draghi teme che il 2022, in caso di sua mancata elezione, si risolva con un redde rationem e con una difficile gestione di un Paese sull’ottovolante per la crisi energetica, l’inflazione, il malumore sociale, le elezioni in continuo avvicinamento: salire al Colle e imporre la sua candidatura gli permetterebbe sette anni di controllo sull’agenda del Paese, lo metterebbe nella posizione ideale per rafforzare la visione verticistica e gli assetti chiave del suo esercizio del potere. E per paradosso dei paradossi qui rischia di pungersi con la coda velenosa dello scorpione: il potere al tempo stesso più etereo ma solido del Paese, quello del Quirinale, deve essere incoronato dal più marginalizzato, il Parlamento.

Potenzialmente in grado di prendersi la sua rivincita sotto forma di ondate di franchi tiratori, bagarre interne a gruppi e partiti, veti incrociati. Ciò che rende apprezzabile e meravigliosamente insostituibile da altri modelli la democrazia è proprio il grande margine di imprevedibilità e incertezza, vero barrage da superare per ascendere al Colle. Perché non può accettare di essere pronto a gestire questioni tanto complesse e poteri tanto discrezionali come quelli del Capo dello Stato chi non è parimenti pronto a gettarsi nell’ordalia del fuoco del Parlamento in seduta comune. Fuoco da cui rinascere come una fenice, per assumere il timone del settenato. O con cui scottarsi attraverso una bocciatura che, in passato, ha segnato l’irrimediabile declino delle carriere dei respinti del Quirinale. Tertium non datur: il controllo dello Stato profondo d’Italia passa inevitabilmente per il consenso dello Stato “reale”. Unico vero, ma indispensabile, sistema di check and balances a cui è sottoposto un Presidente della Repubblica è il voto parlamentare che porta alla sua incoronazione. E che in circostanze come quelle del caldo inverno 2022, che apre un anno di sfide e incertezze per il Paese, assume portata strategica cruciale.

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