L'editoriale

Zohran Mamdani non è una meteora

Nella società occidentale c’è un profondo cambio di paradigma in corso. Mentre la destra si normalizza per diventare establishment consolidato, specularmente la sinistra ha necessità di radicalizzarsi all’opposizione. New York non è l’America, ma soprattutto l’America non è l’Europa.
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Zohran Mamdani non è un incidente elettorale: è la rappresentazione di una tendenza che attraversa l’Occidente, in cui la sinistra torna a essere minoranza identitaria e antagonista, dopo decenni di compromesso. La sua vittoria alle elezioni newyorkesi, letta da molti come un referendum implicito sulla questione palestinese, segna la rottura definitiva tra l’ala progressista urbana e l’apparato centrista del Partito Democratico. La frattura è netta: chi vede in Israele un alleato strategico e chi, come Mamdani, chiede una ridefinizione etica e politica del rapporto con lo Stato ebraico alla luce delle violazioni dei diritti umani.

La particolarità del momento è che la discussione non è più confinata alla sinistra. All’interno del mondo intellettuale MAGA si registrano posizioni inedite: Nick Fuentes, simbolo dell’ultradestra millennial, ha espresso toni apertamente anti-israeliani; Tucker Carlson, più calibrato, sposta la critica su basi geopolitiche, ma di fatto contribuisce a sdoganare un anti-interventismo che rompe con il neoconservatorismo tradizionale. È il segno che la questione palestinese, per la prima volta da decenni, attraversa lo spettro politico in modo trasversale, ridisegnando alleanze e categorie. In questo contesto, il ritorno d’interesse per figure come Mamdani non nasce da un’utopia vintage ma da una crisi sistemica. Peter Thiel, miliardario libertario e ideologo della Silicon Valley, lo aveva intuito già nel 2020: in una lettera a Mark Zuckerberg, oggi ripubblicata su The Free Press, scriveva che “il capitalismo non sta più funzionando per i giovani”. Thiel individuava nella generazione post-crisi il terreno fertile per un revival socialista, più per disperazione economica che per ideologia. Era una previsione interna al mondo americano, dove il costo dell’università e della casa – due beni che in Italia restano in larga parte pubblici o di proprietà – ha trasformato l’ascensore sociale in un miraggio. 

Roma, Novembre 2025. XXIX Martedì di Dissipatio

Quando un venture capitalist come Thiel riconosce che la sua stessa creatura, il capitalismo californiano, non garantisce più prospettive, il problema non è più ideologico: è strutturale. La New York che elegge Mamdani non è l’America profonda, ma è il laboratorio culturale dove i segnali arrivano prima. Qui si testano linguaggi, movimenti, narrative che poi si diluiscono nel mainstream. E in questo senso la sua affermazione non è locale: parla a un’intera generazione globale che fatica a trovare rappresentanza politica e strumenti di riscatto. La sinistra radicale statunitense non ha più il monopolio dei campus o dei quartieri gentrificati; si muove dentro la crisi urbana, dentro le contraddizioni di un modello economico che crea innovazione e precarietà in dosi simili. Mentre la destra occidentale – da Trump a Meloni – lavora per diventare nuovo establishment, rassicurando mercati e classi medie, la sinistra che non si riconosce in quel compromesso sceglie di spostarsi verso un terreno più conflittuale. È una strategia di sopravvivenza e di identità. La radicalità diventa il modo per non essere riassorbiti, e la figura di Mamdani rappresenta la traduzione elettorale di questa logica: un parlamentare che parla di debito studentesco, Gaza, edilizia popolare, come se fossero parti dello stesso discorso di liberazione economica.

Ciò che emerge non è la nostalgia del socialismo novecentesco, ma la costruzione di una nuova grammatica della disuguaglianza. In Europa, dove welfare e proprietà diffusa ammortizzano ancora l’impatto del mercato, il discorso resta in parte astratto. Ma la tensione è comune: le giovani generazioni non vedono più nella sinistra tradizionale una garanzia di emancipazione, e guardano a esperienze che osano ridefinire il perimetro morale della politica. Zohran Mamdani non è dunque una meteora, ma il sintomo di un movimento tellurico che parte da Brooklyn e si riflette a Londra, Berlino, Milano. È la prova che la radicalità non è più un vezzo minoritario, ma la forma attraverso cui una parte dell’Occidente tenta di sopravvivere alla normalizzazione del conflitto. 

di Sebastiano Caputo e Davide Arcidiacono

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