OGGETTO: Luigi Mangione è già meme
DATA: 13 Dicembre 2024
SEZIONE: Tecnologia
FORMATO: Scenari
L’assassino di Brian Thompson ha infine un volto, un nome e, forse, un movente. Deny, defend, depose: la viralità di tutto l'immaginario a lui connesso lo ha reso immortale nell'iperuranio internettiano. Il meme si conferma l’arma definitiva nell’arena politica dell’iperrealtà contemporanea.
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Uno spettro si aggira per l’etere globale: lo spettro di Unabomber. Ad un anno e mezzo dal suicidio, brusca conclusione di quasi tre decenni da ergastolano, Ted Kaczinsky si direbbe più vivo che mai. Potere del meme: travalicati i ristretti confini (im)materiali del cospirazionismo online che per primo aveva dato asilo alla sua filosofia anarco-primitivista, il bombarolo di Chicago si ritrova oggi al centro di un culto a tutti gli effetti, con un proprio testo di riferimento, una propria iconografia e dei propri santuari. Il Manifesto del 1995 è ormai considerato un classico della letteratura dissidente, la sua diffusione talmente vasta da non poterla quantificare; lo sguardo vuoto del Kaczinsky prigioniero campeggia su una sequela senza fine di gadget, così come il capanno in cui era solito confezionare i suoi micidiali ordigni, assurto ad irraggiungibile Ka’ba — smontato e rimontato pezzo per pezzo, il piccolo edificio si trova oggi nei depositi dell’FBI a Washington D.C. — di questa surreale para-religione pop.

Che sia per curiosità morbosa o per la genuina convinzione che il prossimo avvento del tecno-totalitarismo preconizzato dall’ex prodigio della matematica si appresti a divenire il nostro presente, a milioni s’identificano in varia misura con la figura ed il pensiero di Kaczinsky; incluso, a quanto pare, Luigi Mangione. Ventisei anni, capelli scuri e carnagione olivastra, secondo gli inquirenti sarebbe lui l’assassino di Brian Thompson, amministratore delegato del gigante assicurativo United Healthcare freddato con tre colpi di pistola a New York la scorsa settimana. Sul suo (presunto) profilo GoodReads [una piattaforma di social media dedicata ai libri, ndr], Mangione scriveva a proposito de La Società Industriale ed il suo Futuro che «è facile derubricarlo a manifesto di un pazzo […]. Ma è semplicemente impossibile ignorare quanto profetiche si siano rivelate molte delle sue previsioni sulla società moderna.» Ancora, Unabomber non sarebbe stato «un matto luddista», ma piuttosto «un rivoluzionario politico estremo».

Tra i due s’instaura così una relativa continuità; ben lungi dall’esserne un seguace e men che meno un emulatore tout court, di Kaczinsky Mangione sembra comunque condividere la nozione della violenza quale risposta, esecrabile ma logica, alla dolosa immobilità del sistema. «Ho letto un parere interessante: “[…] Quando ogni altra forma di comunicazione fallisce, per sopravvivere è necessaria la violenza. […] Le proteste pacifiche vengono completamente ignorate, e quelle economiche non sono possibili […], quindi quanto ci vorrà prima che riconosciamo che la violenza a danno di coloro che ciò hanno condotti ad una simile distruzione è giustificata in quanto autodifesa?”», recita un’altra parte della recensione. Analoghi i toni del manifesto — intitolato non a caso The Allopathic Complex and Its Consequences, un omaggio all’incipit degli scritti di K. in cui il mite ingegnere traccia una sommaria cronologia degli eventi che lo avrebbero portato a prendere le armi contro la sanità privata made in USA.

Dapprima la grave neuropatia della madre, ridotta a letto da dolori lancinanti mentre la United Healthcare continuava a negarle l’assistenza pattuita; poi una lesione alla schiena, l’operazione per sanarla e gli esperimenti con la medicina alternativa e le sostanze psichedeliche. Tutto inutile, e proprio in ragione di ciò ancor più profittevole per i pescecani delle polizze: bisognava reagire. Palese l’impianto ideologico libertario del testo, a partire da alcuni richiami al Secondo Emendamento; torna pure il tema dell’autodifesa e più in genere dell’autodeterminazione, declinato secondo la logica orgogliosamente individualista che da sempre contraddistingue il partito del serpente. In ogni caso va sottolineato che l’effettiva autenticità del documento è dubbia: un altro pamphlet, dato per autografo, descrive il gesto di Mangione come un attacco diretto all’intera industria della salute, rea di anteporre i profitti al benessere delle persone. «Questi parassiti se la sono cercata», sentenzia lapidario l’autore.

In mancanza di elementi davvero certi, la vicenda finisce dunque per biforcarsi in due narrazioni antitetiche. Da un lato sta la lettura di destra, ad un tempo nietzscheana ed evoliana, che interpreta l’accaduto come un supremo atto di rivolta contro la barbarie materialista della modernità; dall’altro quella di sinistra, che nell’omicidio di Thompson intravede l’insperato riaccendersi della lotta di classe ed un possibile catalizzatore della rabbia sociale strisciante oltreoceano e non solo. La medesima duplicità si estende naturalmente al killer, ora incompreso baluardo dei valori paleo-americani nel solco di Randy Weaver, David Koresh e Marvin Heemeyer, ora vendicatore solitario del ceto operaio come Gaetano Bresci — e pazienza se Mangione proviene da una tra le famiglie più facoltose del Maryland, mentre la sua vittima era il figlio di una parrucchiera ed un bracciante. Una visione contro l’altra, come ormai è lecito aspettarsi per pressoché qualunque cosa riguardi gli Stati Uniti, e tuttavia entrambe accomunate dallo stesso veicolo: il meme.

Roma, Dicembre 2024. XXII Martedì di Dissipatio

Da subito gli opposti versanti della grande faglia ideologica che attraversa gli USA si sono contesi la paternità di questa morte e di chi l’ha causata a suon di immagini ironiche. A volto coperto nei frame sgranati delle telecamere di sicurezza o ben in vista nelle foto rubacchiate qua e là sui suoi vari account, in un istante Mangione è diventato il simbolo antieroico di uno schieramento trasversale che in maniera sempre crescente avverte l’ostilità dell’intera impalcatura politica, istituzionale ed economica a stelle e strisce nei propri confronti. All’antagonismo del sistema — rappresentato per l’occasione da Thompson, anch’egli elevato suo malgrado a simbolo — questa proverbiale silent majority risponde appunto con la comunicazione obliqua di cui il meme è strumento principe: l’immagine dell’assassino basta da sé a trasmettere e condensare orientamenti il cui carattere radicale richiederebbe di norma un livello di articolazione affatto scontato.

Più banalmente, condividere una delle innumerevoli vignette che ritraggono Mangione è un’azione dal forte valore catartico: intimamente consapevole della propria impotenza di fronte ai colossali meccanismi di cui è insieme minuto ingranaggio e vittima designata, l’uomo medio trova in certi esercizi di semantica una consolazione a buon mercato. Soprattutto può rintracciarvi un senso di comunità, un’affinità elettiva con un altro speculare, diversamente impossibile anche solo da immaginare. Non sbaglia chi afferma che questo metaforico incontro potrebbe avere un immenso potenziale sovversivo; ma poiché esso avviene nella dimensione intangibile di internet, l’energia che gli è connaturata va in larghissima parte dispersa ben prima di raggiungere l’arena politica IRL, In Real Life. Il meme è parte integrante di questo processo di dissipazione: la stessa circolazione virale che sta alla base della sua forza può assumere, e spesso assume, dimensioni elefantiache in grado di occultare il messaggio che si vorrebbe trasmettere.

Il mezzo comprime il fine; il significante assorbe il significato, fino a rimpiazzarlo e, quindi, neutralizzarlo. Così appunto Uncle Ted ha soppiantato Ted Kaczinsky nella coscienza collettiva dei memers, e la sua precisa disamina dei mali — veri o no non importa — del mondo contemporaneo è stata ridotta ad una inconcludente opposizione nei confronti di un potere generico, a malapena definito. Unabomber è insomma diventato un simulacro baudrillardiano, una copia in serie di sé stesso identica all’originale nella forma, e però munita di una frazione della sostanza di quest’ultimo. È probabile che la stessa sorte toccherà entro breve a Luigi Mangione, già adesso schiacciato tra il piano reale e quello virtuale che pure ha attraversato. Niente prese di coscienza, niente rivoluzione, neppure un’affettata riflessione sulla fine prematura di un padre di famiglia; di questa storia resteranno verosimilmente soltanto i meme, come la mappa dell’Impero fittizio di Jorge Luis Borges che tanto ispirò il filosofo francese.

Quale che sia l’esito di questa storia l’imitazione, intesa sia come atto che come oggetto, avrà vinto. Ne consegue per sillogismo che avranno perso la creazione ed i suoi spazi, sempre più risicati: il rischio è che la facoltà di creare — idee, sistemi, alternative — si atrofizzi e venga infine meno, sostituita anch’essa da qualcosa di simile ma non uguale. Tra le risate.

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