Tutti Mitomani

Si dicono giornalisti ma sembrano influencer. Auto-referenziali, egocentrici, mettono sempre se stessi al centro di ogni narrazione. Parlano di tutto ma non sono esperti di niente. Poca credibilità e molti like. Sono i professionisti della mitomania. Ne abbiamo parlato con chi si spende quotidianamente nel "debunking" di questo fenomeno.
Si dicono giornalisti ma sembrano influencer. Auto-referenziali, egocentrici, mettono sempre se stessi al centro di ogni narrazione. Parlano di tutto ma non sono esperti di niente. Poca credibilità e molti like. Sono i professionisti della mitomania. Ne abbiamo parlato con chi si spende quotidianamente nel "debunking" di questo fenomeno.

«Sono intorno a noi, in mezzo a noi, in molti casi siamo noi» cantava Frankie HI-NRG. Era il 1997 e l’mc si riferiva a Quelli che benpensano. Oggi potremo dire la stessa cosa dei mitomani del web, non tanto diversi dai benpensanti, in fondo, perché come loro «sono tanti, arroganti coi più deboli, zerbini coi potenti, sono replicanti, sono tutti identici, guardali, stanno dietro a maschere e non li puoi distinguere». Tra questi, alcuni hanno intrapreso la strada del giornalismo, ma confondono ogni giorno questa professione con l’accumulazione di like, visualizzazioni e commenti sui propri profili social, mettendo il loro Ego di fronte alle notizie, infiltrando l’autocelebrazione in ogni narrazione. A leggere quello che scrivono, quando non si prova imbarazzo e disagio, viene voglia di prendere in prestito la battuta che Dino Risi rivolgeva a Nanni Moretti, a suo dire troppo ingombrante nel lungometraggio La stanza del figlio: «Levati di mezzo e facci vedere un po’ il film», nel nostro caso, i fatti.

Per fortuna è nata su Facebook (non poteva essere altrimenti se si vuole combattere sullo stesso piano) la pagina Io, professione mitomane, un bollettino virtuale a sfondo satirico che svolge l’ingrato ma necessario compito di stanare i giornalisti mitomani e di metterli a nudo. Alcuni li conosciamo, scrivono per grandi quotidiani, fanno comparsate in TV, pubblicano con le case editrici che contano. Altri invece, quelli che non hanno trovato posto a sedere nelle redazioni delle testate giuste, confinati nello spazio di un tweet o sul proprio profilo Facebook – a cui sperano di apporre la famigerata “spunta blu”, il sigillo della loro autorevolezza – si vedono costretti a ingigantire il proprio talento per accumulare un po’ di attenzione. Tutti ad ogni modo finiscono per assomigliare più a degli influencer che non a dei giornalisti, anteponendo all’informazione lo storytelling di se stessi. La pagina Io, professione mitomane si limita a fornirci i ritagli dei post aggiungendo una breve didascalia, oscurando i nomi dei “pesci piccoli” e lasciando quelli dei personaggi più noti. Non dobbiamo scomodare McLuhan per ribadire che il medium è il messaggio, e che a forza di fare i giornalisti su Facebook, o comunque di utilizzare i social network coma vetrina e terminale del proprio lavoro, quest’ultimo si piega alla logica intrinsecamente narcisista che presiede a queste piattaforme, una logica che invita a mettere l’Io al centro di qualsiasi narrazione per creare più coinvolgimento possibile. In un’epoca così carente di miti, infatti, puntare tutto sull’auto-mitologia, anche se scadente, sembra un’ottima strategia per accumulare visibilità (ma che si tratti solo di una bolla pronta a esplodere?).

La crisi dell’editoria tradizionale e la pandemia, infatti, hanno accelerato la digitalizzazione della fruizione di notizie, obbligando gli aspiranti giornalisti in cerca d’autore ad abbandonarsi alla mitomania nella speranza di portare a casa lo stipendio. Auto-referenzialità, indignazione a targhe alterne, sensazionalismo d’appendice, polarizzazione del dibattito, mortificazione dell’avversario e poi aneddoti quotidiani romanzati (se non inventati), strumentalizzazione e cannibalizzazione dei morti: ecco gli ingredienti di un self made journalism che sta stravolgendo il modo di intendere il giornalismo e che sta condizionando anche i giornalisti più “accreditati”. Nel “capitalismo dell’attenzione” nessuno sembra avere la forza di sottrarsi a questa corsa verso l’abisso lastricata di like e di ricerca di visibilità. Ma fino a che punto è lecito chiamare giornalismo questo modo di approcciarsi alle notizie?

Ogni giorno Io, professione mitomane cataloga l’orrore prodotto dalla mitomania, e ci aiuta a smascherare questi sedicenti giornalisti. Il confine tra la satira e la messa alla gogna pubblica di questi soggetti è labile, ma è un rischio che vale la pena correre se pensiamo agli immensi benefici che un simile lavoro di demistificazione comporta, mettendo in ridicolo i mitomani e rompendo la loro kayfabe giornaliera, laddove non c’è più una struttura redazionale – un direttore, un caporedattore – o semplicemente una dignità che possano frenare o smussare l’egomania dello scrittore. Ne abbiamo parlato direttamente con chi gestisce la pagina.

Io, professione mitomane nasce all’indomani del primo lockdown. C’è qualche correlazione tra la pandemia e l’inflazione di mitomani nel mondo del giornalismo digitale?

A voler essere precisi la pagina è stata aperta a dicembre 2019, poi per un paio di mesi è stata chiusa e infine riaperta a inizio pandemia. Il fenomeno è vecchio di anni e il disagio di fronte alle “mitomanate” era crescente. La pandemia, come ogni evento collettivo, ha finito per aumentare e ingigantire la voglia di esibirsi. I racconti autoreferenziali di giornalisti al rientro da Codogno, i primissimi giorni del covid, erano incredibili: sembravano eroi coraggiosi appena scampati dal disastro di Chernobyl.

Fenomenologia dei giornalisti mitomani. Da dove provengono, che studi hanno fatto, chi vogliono diventare da grandi? È possibile tracciare qualche profilo generico per orientarsi nella selva mitomane?

La casistica è veramente eterogenea, dovendo pensare ai più noti, Scanzi a parte, sono giornalisti o aspiranti tali senza particolare talento che non sono riusciti a entrare nelle redazioni più quotate e che quindi hanno ripiegato sui social. Dove non hai a che fare con la sovrastruttura, faticosa ma istruttiva, che comporta il fare davvero il giornalista: il rapporto con i colleghi e i capi della redazione, le riunioni, le necessità di coltivare e valutare le fonti. No, ti svegli e scrivi il pensierino su Facebook, e più è banale più sembra fare i numeri. Comunque alla fine la mitomania riguarda tutti, giornalisti famosi e non. La dopamina dei like è la droga del decennio e miete vittime in ogni campo e settore. E per mitomania non intendiamo solo inventare fatti mai accaduti, ma soprattutto la tendenza esibizionistica che i social hanno enfatizzato in molte persone. In generale comunque i giornalisti che davvero si sbattono nel loro lavoro non hanno tempo o voglia di fare questo sfoggio di sé: cercare le notizie, analizzare i fatti, richiede tempo e concentrazione. La mitomania è spesso figlia dell’insicurezza e l’insicurezza è figlia di un mancato riconoscimento interiore in primis. E poi c’è la mitomania-brand, in questo Andrea Scanzi è il maestro: gioca con la propria convinzione di essere il migliore di tutti.

I mitomani sembrano essere permalosi, hanno la segnalazione facile, spesso bannano i propri follower più indisponenti. Talvolta, specie con gli utenti che smontano la loro narrazione, si lasciano andare al vilipendio più scurrile. In questi casi si rompe la kayfabe del giornalista sentimentale dal volto umano, moralista e pedagogico. La mitomania nasconde una fragilità, un’insicurezza, è la sublimazione della violenza?

Sì, la mitomania è proprio questo: una enorme fragilità e una mancata accettazione di sé. Le critiche non solo non sono contemplate, ma vengono censurate. “La pagina è mia e faccio quello che mi pare”, ti rispondono: il tuo commento non mi piace, non mi loda, quindi lo cancello. Come un bambino permaloso che si porta via il pallone se sta perdendo la partita. Ed è ancor più ridicolo se ad assumere questi atteggiamenti è chi contemporaneamente postula i valori della tolleranza, il rispetto per l’altro, la democrazia. Nei casi più gravi infine questa mitomania, che poi appare come un disturbo bipolare – peace & love e poi “ammazzati” a chi ti critica -, sembra nascondere dei problemi psicologici, ma bisognerebbe essere psichiatri per analizzare bene il tutto.

La mitomania, a quanto pare, paga: sembra essere l’ingrediente del “capitalismo della visibilità”, il carburante dell’economia dell’attenzione, soprattutto per chi non ha talento. A forza di dopare la propria immagine, il mitomane riesce a portarsi a casa lo stipendio. Tosa fra un po’ lo vedremo direttore di «Repubblica»…? O si tratta di bolle speculative pronte a esplodere da un momento all’altro?

Lo capiremo tra qualche anno. I mitomani intanto diventano leader politici nazionali, quindi potrebbero benissimo diventare anche direttori o editorialisti di Repubblica o del Corriere della Sera. Giornalisticamente parlando vedere un signor nessuno come Tosa pubblicato da Mondadori dà da pensare: se l’obiettivo è solo vendere un prodotto o almeno provarci, senza pensare poi alla sostanza, allora i mitomani e i propagatori di retorica sono i giornalisti con più chance di emergere nel futuro.

L’accusa di mitomania può rivelarsi deleteria? Dopotutto questo disturbo della percezione di sé ci ha regalato tante personalità di spicco, tanti artisti, tanti geni. Carmelo Bene e George Best, per citarne due, erano dei mitomani veri e propri. Il mitomane è anche colui che produce miti, il mito di sé stesso e la mitologia in generale. In una società così carente di miti, così poco prolifica sul piano palingenetico, ad accusare costantemente di mitomania non rischiamo di compromettere la nascita di mitomani di razza?

I miti non diventano tali perché cercano di vendersi per quel che non sono, ma perché hanno effettivamente qualcosa in più rispetto agli altri. Qualità umane, ideali, artistiche, professionali. I migliori giornalisti della storia recente, si pensi a Enzo Biagi o Giorgio Bocca, avevano per caso bisogno di mettere in piazza le proprie qualità? No. Perché erano lì, chiare a tutti, non c’era bisogno di sponsorizzarle minuto per minuto. La promozione poi ci sta: la fanno gli uffici stampa delle case editrici, o i giornali stessi. Ci sta anche la gioia per un successo personale da condividere con i lettori. Ma non è un atteggiamento ossessivo, non è l’assillo del telemarketing, né l’ansia di aumentare like, condivisioni e così via. Senza dimenticare che anche l’umiltà è una qualità fondamentale per crescere professionalmente, e questa è davvero merce sempre più rara.

Tutti i giorni ci fornite un catalogo degli orrori e delle uscite più infelici dei professionisti dello storytelling. C’è un topos ricorrente nelle loro storie, un format sempre identico, al di là di piccole variazioni letterarie, una struttura che viene replicata all’infinito nella composizione dei post e che sembra ormai rodata nel rastrellare like?

Gli incipit: e niente, e poi, succede che. I tormentoni come stay tuned, o chiedo per un amico. La retorica è un ingrediente fondamentale. C’è quella dei buoni sentimenti, oppure quella del cattivismo, due facce della stessa medaglia. Ci sono gli indomiti nemici di mai specificati poteri forti, o quelli contro il politicamente corretto. Ma sempre specularmente, i maestri che ti insegnano quel che si può dire e quello che no. Sono tutti in cattedra, insegnanti di vita senza mai mostrare alcun dubbio. Il più scadente è comunque il tipico post necrofilo. Utilizzare la morte altrui per parlare di sé: è qualcosa di rivoltante ed è ormai una moda diffusa. In pratica si riduce il ricordo di una vita altrui alla parte nella quale quella vita ci ha toccato: non è egolatria ma molto di più.

La coppa Scanzi deve il nome al noto giornalista che avete eletto a Vate della mitomania, pioniere dell’egotismo digitale, profeta dell’autoidolatria. Ci allegate qui il suo post più emblematico, l’elegia scanziana che ha inaugurato questo fenomeno?

Servirebbe un libretto a parte, il suo autodefinirsi giornalista più potente dei social è molto divertente. Ma per tornare a quel che dicevamo prima, i suoi commenti con su scritto “ammazzati” o “sparati” a persone che lo criticavano sono da antologia. Ma come, basta un insulto di uno sconosciuto per scatenare reazioni di questo tipo? Ci si può mai abbassare al livello altrui, se si è un personaggio pubblico? Si dirà: magari ha un social media manager spostato, forse non è lui. Nessuno però ha cancellato quelle risposte. E il nome che compare è comunque il suo.

Sono più mitomani a destra o a sinistra? Oppure: qual è la differenza tra il mitomane di destra e quello di sinistra? Si può azzardare un confronto o queste categorie non hanno senso per interpretare il fenomeno?

La mitomania è di destra, di sinistra, di centro. Anzi, il mitomane in genere si veste di un colore politico per atteggiarsi, ma dietro c’è davvero ben poca coerenza e ben poco pensiero strutturato. L’ignoranza anche politica trasuda nei post dei mitomani, il che fa pensare che appunto, la collocazione politica sia semplicemente un ornamento, o un target al quale rivolgersi. Fateci caso: non c’è mai un reale travaglio personale, intimo, in questi personaggi. Sono tifosi: Conte con la Lega è un burattino, Conte con il Pd è un gigante. In mezzo non c’è nulla, non c’è una riflessione, zero. La mitomania “di sinistra” è comunque la più fastidiosa, perché utilizza dei tassi di retorica molto superiori a quelli di destra, dove invece il pensiero è in genere più spicciolo.

Il giornalismo morirà di mitomania, o la mitomania è la nuova frontiera del giornalismo? In un disastrato mercato editoriale dove le grandi testate non possono più permettersi una redazione né dei collaboratori fissi, e dove una ristretta cerchia barricadera di giornalisti della vecchia scuola non è disposta a cedere quote di visibilità, la mitomania sui social non è forse l’unica strada percorribile per un aspirante giornalista?

Si tratta di una scorciatoia totalmente autoreferenziale. Il mercato editoriale è in crisi e così anche il giornalismo, ma questi fenomeni social che di giornalisti hanno solo il titolo ne aumentano il discredito generale in cambio di un qualche spazietto di notorietà personale. Il buon giornalismo però alla lunga emerge sempre, inteso come servizio alla collettività e non a se stessi. Non morirà quindi, anzi ce ne sarà sempre più bisogno, nei grandi giornali, in televisione, in rete, nei modi e nelle formule che ci saranno in futuro.

 Perché, malgrado tutto, questi personaggi hanno seguito? Perché c’è un pubblico che non compra più i giornali ma è disposto a dare credito a dei perfetti sconosciuti il cui unico merito è saper usare i Seo? E perché all’aumentare della mitomania questi autodidatti guadagnano in visibilità? La sfiducia nei mezzi di informazione tradizionali, finita l’epoca mitica dei grandi giornalisti, dei reporter di guerra, dei cronisti scomodi, ha fatto sì che le persone cercassero qualche mitologia, non importa se scadente, altrove?

Perché queste persone non stanno mica cercando un contenuto giornalistico. Si stanno semplicemente intrattenendo sul proprio smartphone e tra un selfie di un amico e la canzone di un’altra, ti appare il post finto impegnato o con un contenuto intellettuale, farlocco, lo leggi e metti mi piace, oppure condividi in grandi linee e “condividi”. L’ignoranza generale sul giornalismo fa sì che tu non sappia nemmeno chi sia davvero e cosa scriva e su quali giornali quel personaggio: hai capito che si definisce giornalista, vedi che si dà le arie giuste, gli dai il credito necessario per stare a leggerlo 30 secondi. Hanno capito qual è il format per fare grandi numeri: scrivere quanto basta per calamitare pochissimi attimi di attenzione. Ma chi se lo legge oggi un reportage da un luogo di guerra? In Italia eh, chi è che si mette proprio lì a leggerlo riga dopo riga, fosse anche sul Corriere della Sera: 10 mila persone? C’è proprio una diffusa incapacità di attenzione sulle cose, quei post lì funzionano perché agiscono sulla falla.

È possibile fermare tutto questo, ridimensionare le velleità e le speranze di questa classe disagiata di aspiranti giornalisti che non hanno trovato posto a sedere nelle redazioni dei grandi giornali e che adesso hanno deciso di diventare i reporter di sé stessi, facendoci la telecronaca dei loro presunti successi quotidiani?

I mitomani seriali vivono una realtà alternativa difficilmente modificabile e certamente non si radicalizzano nell’amore per se stessi a causa della nostra pagina. Questi personaggi sono in qualche modo anche gustosi per il lettore, sono il junk food dell’informazione. Bisogna conviverci, basta evitarli o comunque rendersi conto di cosa si ha davanti, cioè un prodotto scadente, fallato, intrattenimento a basso costo. Per poi andarsi a cercare altro, avendo ben in mente cos’è il giornalismo: raccontare la complessità della società, non se stessi. Non vendere retorica, ma delle idee in un quadro di onestà intellettuale.

La critica che questa pagina ha sollevato nei confronti di questo fenomeno, non rischia di allestire una gogna pubblica? E se anche fosse, ritenete necessario correre questo rischio?

La gogna è un pericolo e infatti i nomi di chi non ha una certa visibilità vengono tolti. Per gli altri no però. Perché se ti definisci o ti senti o ti atteggi da personaggio pubblico, devi poterti aspettare la pubblica critica e anche il pubblico sarcasmo. Sennò è come giocare sempre in casa e sotto la propria curva. Su Facebook manca il tasto “non mi piace”. Al mitomane, all’egolatra, raramente un amico va sotto a svelargli la verità con un commento negativo. Ti prendi solo i mi piace. Questo fuorvia anche il mitomane stesso, che si ritrova rafforzato nella propria immagine idilliaca di sé. Con ironia, tentando di rimuovere ogni tipo di commento insultante dei lettori, Io, professione mitomane tenta di regalare un sussulto di realtà, o comunque una rappresentazione diversa, a queste persone. Spesso sono loro stesse le prime a scherzare sotto i post, è buon segno, significa che non sono andati del tutto. Comunque il rischio va corso, rispondendo alla tua domanda.

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