Montecitorio, Cinecittà

L’Operazione Scoiattolo ha avuto il merito di ricordarci un’antica regola tutta romana: mai scambiare Montecitorio per Cinecittà.
L’Operazione Scoiattolo ha avuto il merito di ricordarci un’antica regola tutta romana: mai scambiare Montecitorio per Cinecittà.

Onore delle armi, se non altro, alla brillantezza comunicativa: l’Operazione Scoiattolo aveva l’allure animalesca de I tre giorni del condor e la lucentezza della Disney più silvana. È andata com’è andata, ché tra sceneggiatura e risultato finale non sempre c’è corrispondenza. Già sui titoli di testa, lo scoiattolo ha perso l’innocenza del prodotto per famiglie e l’operazione si è fatta più prosaica del previsto: il film della corsa al Quirinale del Cav si è allora chiuso più nel ricordo del roditore marchiato Vigorsol  che nel segno delle prodezze della spy story di Pollack. 

E sì che, dicono, ci abbia provato in tutte le maniere che la retorica gli avesse messo a disposizione, dall’adulazione alla sfida, dal ricatto al dono, passando per i segnali in codice con cui far firmare le schede. C’è chi si è visto recapitare comodamente a casa sua perfino un dipinto, chi una telefonata eccellente, altri ancora una promessa di carriera tra quei circenses che lo stesso Berlusconi ci ha dato in pasto per anni. Si è materializzata, in altre parole, la scena del film Loro in cui il Berlusconi di Sorrentino componeva numeri scelti casualmente dagli elenchi telefonici di tutta Italia, in modo da testare lo stato di salute delle sue doti da imbonitore con gli sventurati che gli avrebbero risposto. Pare sia successo lo stesso a Nicola Acunzo, deputato ex M5S ora al Misto, attore col vizio della politica: “Mi dicono che lei è un attore di fiction”, avrebbe esordito Silvio al telefono, e stando alle ricostruzioni sembra non sia stato necessario aggiungere altro. Peccato di hybris, quello del Miconsenta, perché se la politica è anche cinema, il suo pantheon non sempre ama chi è impegnato nella cosa pubblica, specialmente a Roma.

Che il racconto politico si adatti bene alle dinamiche della finzione e che, di conseguenza, Onorevoli e associati (parenti di sangue e acquisiti) abbiano spesso le facce, i temperamenti e le velleità da commedia dell’arte non è una novità, non sarà un caso se in certi contesti ci venga più naturale citare Andreotti anziché De Niro, Craxi piuttosto che Hoffman, ma a guardare in casa nostra torna spesso in primo piano l’attività gassosa: Cinema Barberini, 1942, sala inaspettatamente traboccante per la proiezione di Le vie del cuore, protagonista tal Miria di San Servolo, al secolo Maria Petacci, sorella di Lei e cocca di Mussolini, nonché attrice “negata e inespressiva” (citofonare Alvaro Mancori). Luigi Freddi, che gestisce la sala in quanto presidente dell’Enic, è piuttosto teso, ha paura che qualche scapestrato – e nelle sale dell’epoca ne abbondano – si lasci scappare un commento a voce alta sulla pessima performance dell’attrice, immaginando già le ire della sorella e, indirettamente, di Mussolini. “Mormorii, sussuri, risatine, ma null’altro”. Pericolo scampato? Macché:

A un tratto si precipitò da me il commissario Ps di servizio, congestionato, innervosito: che accadeva? Ecco: qualcuno aveva lanciato nella sala delle bombette puzzolenti […] Allora una voce aveva gridato: “Non sono peti, sono Petacci!”. Mi convocò la Petacci.

Luigi Freddi in L’avventurosa storia del cinema italiano – vol.1

Il nome d’arte Miria di San Servolo era stato attribuito a Maria Petacci dallo stesso Mussolini, che non sempre però, stando alle testimonianze dell’epoca, gradiva la sua presenza nei ricevimenti ufficiali a Palazzo Venezia.

L’idea che il potere e i suoi figli dovessero di diritto flirtare col cinema era per Claretta una certezza assai prima dei biscioni catodici, tanto da rimanere incredula al cospetto della sufficienza con cui veniva trattata la sorella dal pubblico e dagli addetti ai lavori. Lei si guardava intorno, vedeva il figlio di Roosvelt e la figlia di Churchill impegnati nei loro capricci cinematografici senza che nessuno proferisse parola, poi tentava di lanciare la carriera della sorella minore e come ringraziamento non otteneva che delle pernacchie maleodoranti nella sala gremita. Se infatti la protetta di Mussolini era descritta nei termini più lodevoli come “meno furba e più smaniosa della sorella”, la carriera della figlia di Churchill, Sarah, raccoglieva considerazioni ben più lusinghiere oltremanica: la prima era “una fanciulla qualunque, senza originalità e carattere”, la seconda recitava con Gassman (Daniele Cortis, 1947), ballava con Fred Astaire (Sua Altezza si sposa, 1951) e realizzava report fotografici dal fronte. Non era necessario, nel suo caso, che Churchill convocasse i responsabili delle sale per chiedere spiegazioni su eventuali episodi diffamanti. 

Aplomb inglese, dunque, o tabù tutto romano? L’impressione è che darsi alla settimana arte da uomini pubblici o, viceversa, toccare prima la pellicola e poi la poltrona, peggio ancora se si è parenti di o aspiranti tali, in Italia costituisca una colpa imperdonabile. A Marianna Madia, per dirne una, ministra della P.A. renziana, fischiano le orecchie dal 2013, quando qualcuno la vide nel film Pazze di me senza più concederle il perdono, e dire che, tra dottorati e Fatti Quotidiani, di motivi per cui negarle gli ossequi, ai tempi, ce n’erano à la carte. Sciagurato destino anche quello di chi, a differenza dell’ex ministra, aveva preso il cinema col piglio giusto prima di scoprire il palazzo, se ne faccia una ragione Dino Giarrusso, grillino ex collaboratore di Ettore Scola e Marco Risi: sulla carta e sulla TV sarà nei secoli presentato con l’epiteto vagamente riduttivo di “ex iena di Italia 1”, mai come regista e sceneggiatore (Youtopia, 2018), figurarsi come eurodeputato. La salvezza dell’anima è negata addirittura a chi ha lavorato con Polanski e Costa-Gavras, peraltro senza mai entrare nella cricca degli italiani più versatili: sugli annali della cultura pop, di fatto, Luca Barbareschi (ex PDL e FDI) è attualmente segnalato ingenerosamente come assenteista cronico e torturatore di iene (Filippo Roma) e tartarughe (Cannibal Holocaust, 1980).Chi avesse il gusto dello sparo sulla croce rossa gradirà una menzione anche per l’ex sindaco tutto romanzi e documentari, ma alle volte l’oblio è preferibile alla dannazione. Più che di petacci, nel suo caso, sarebbe opportuno parlare di petini, innocui e nemmeno maleodoranti, privi cioè della dignità scabrosa delle “bombette” lanciate a Miria di San Servolo, idealmente legata a quella Alessandra Mussolini che in Una giornata particolare interpretava la piccola Maria. Regola valida anche per lei, dunque, a giudicare dal Cursus Honorum attualmente fermo sul dance-floor.

Barbareschi in Cannibal Holocaust, falso documentario di grande impatto: le uccisioni degli animali portarono al film e alla troupe numerosi problemi legali, che negli anni ne hanno alimentato lo statuto di cult.

Bello allora pensare che il carro di Berlusconi si sia schiantato non tanto perché sgangherato prima ancora di partire, quanto per aver toccato l’antica regola tutta romana che danna chiunque scambi Montecitorio per Cinecittà. Chissà se ora l’ex grillino avrà quanto gli era stato promesso, se gli era stato promesso. A leggere la sua filmografia apprendiamo di lavori con Veronesi, Salemme e Pieraccioni, gente che di pernacchie se n’è prese a bizzeffe. L’ucronia è servita? Tra un Macron e un Blinken, il Cavaliere che trova il tempo di convocare il critico che ha stroncato la performance del suo pupillo Acunzo è puro carnevale, e il trailer lo abbiamo visto nel 2011 con Gad Lerner su La7. La pernacchia, alla fine, l’hanno fatta a Silvio, tanto unfit da dimenticare un precetto italiano mai rammentato a sufficienza.

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