Jünger e la vendetta di Anteo

L’uomo moderno ha portato alle estreme conseguenze l’idea illuminista del positivismo, arrivando a perdere la sua essenza
L’uomo moderno ha portato alle estreme conseguenze l’idea illuminista del positivismo, arrivando a perdere la sua essenza

“Cercare di cogliere l’elementare con i mezzi della civilizzazione è come pretendere di afferrarlo allungando un mignolo: niente di più scontato che esso divori subito l’intero braccio”.

Ernst Jünger

Il borghese “riconosce nella sicurezza il proprio valore supremo e la assume come punto di riferimento della sua condotta di vita”. Così Ernst Jünger nel 1932 in Der Arbeiter. Pertanto, se un tempo – come ricorda Georges Sorel nelle Riflessioni sulla violenza – il borghese sarebbe stato un pioniere impavido in intimo rapporto col pericolo, via via avrebbe perso la sua selvatichezza smarrendo il contatto con le energie elementari e riponendo la propria acritica fiducia nella tecno-scienza, nuova ideologia escatologica, nuova dogmatica teologia. In generale, soprattutto a partire dalla Belle Époque, l’uomo moderno, portando alle estreme conseguenze l’idea illuminista delle “magnifiche sorti e progressive”, avrebbe creduto mediante la tecnica di poter edificare un mondo pacifico, distante dagli abissi della sofferenza, un Eden in cui avrebbe potuto vivere più a lungo, sano, con infiniti comfort, in armonia col contesto esterno e con gli altri, senza paura, sempre più civilizzato, sempre più buono, emancipato dagli irrazionali istinti animali, come se fosse un puro e sereno essere intellettivo, un immacolato angelo della Ragione. È chiaro che siffatta concezione abbia goduto non solo della diffusione della filosofia positivista (e successivamente neopositivista) ma anche degli indubbi riscontri pratici della tecnica e della scienza che proprio in quegli anni rivoluzionavano per sempre il volto della terra, lo stesso capitalismo e, nel bene e nel male, il modo di vivere di milioni di persone. 

È interessante osservare come Der Arbeiter sia stato pubblicato quando la Grande guerra aveva già mostrato nelle battaglie di materiali il proprio lato apocalittico e la crisi del 1929 aveva quasi spazzato via l’idea secondo cui il capitalismo sarebbe stato in grado di alleviare, se non di debellare, la povertà nonché con essa parte di quel tremendo dolore che affliggeva la massa di persone rimaste ai margini della luminescente società del progresso. In altre parole, Jünger scrive allorquando la Belle Époque era terminata da un pezzo e quando, per dirla con Eric Hobsbawm, il secolo breve, con tutti i suoi mutamenti, aveva già iniziato a muovere i suoi pesanti passi, la sua marcia vittoriosa – e, per molti versi, infernale. D’altronde Der Arbeiter – apprezzato e commentato non a caso da Julius Evola – avrebbe contenuto l’elaborazione di una nuova etica guerriera tesa a conciliare il gusto per la tecnica con i valori tipici della Kultur e orientata a oltrepassare sia il ruralismo nostalgico che la stessa retorica esaltazione della scienza e del progresso. Il testo dunque è la prova che, malgrado gli abissi della guerra e le connesse distruzioni delle quali il pluridecorato eroe Ernst Jünger fu diretto testimone, si avesse ancora negli anni ’30 il sentore che lo spirito della tecnica si sarebbe in ogni caso globalmente dipanato forgiando la metallica, meccanica era del Lavoro – d’altra parte, la stessa rivoluzione bolscevica, come di lì a poco quella nazionalsocialista, più che sconfessare avrebbero sublimato e rafforzato il mito del lavoro e la tecnica sarebbe stata il principale strumento di dominio degli stessi stati totalitari. La forma del lavoro tecnico si espande dunque in quegli anni – anche grazie alla stessa esperienza epocale della guerra – dai cantieri all’ambiente militare così come i valori gerarchici e il cameratismo tipici della caserma si diffondono nel contesto della produzione.

Dall’incontro tra il lavoratore e il soldato nasce d’altronde l’Arbeiter che non è soltanto chi lavora e combatte in fabbrica, ma chiunque, indipendentemente dal proprio settore di produzione, trascenda se stesso nel tipo umano che incarna l’omnicomprensiva e “metafisica” forma del lavoro. Essere la forma del lavoro tecnico implica superare l’eudemonismo, l’egoismo “borghese”, l’individualismo, un certo gretto materialismo e progressismo, l’astratto pacifismo e sacrificare il proprio io sull’altare della sovra-umanità comunitaria. L’Operaio non è il proletario che ambisce a raggiungere la ricchezza dei “padroni” e a sostituirsi in qualche modo a essi (insegna ancora Sorel), ma è un guerriero della produzione che con totale abnegazione lotta per fondare una nuova comunità – in sintonia con le energie elementari che titanicamente si manifestano nella stessa tecnica moderna disposta a mobilitare totalmente gli enti, ad abbattere i muri e a trasmutare la natura rendendola disponibile al dominio dell’Operaio. 

Come un sismografo il filosofo scorge prima di tutti i mutamenti antropologici ed estetici cagionati dalla tecnica moderna: superamento delle qualità individuali; meccanica precisione; imporsi dell’anonimato, della statistica e della cifra in ogni ambito; scomparsa delle differenze tra uomo e donna; rigidità da maschera; moda dell’uniforme; oltrepassamento della distinzione tra ozio e lavoro, tra sport e lavoro; deterioramento dei confini; stato mondiale. L’analisi è d’altronde per così dire profetica nella misura in cui, forzando i segni, preconizza l’imminente avvento dell’Operaio quale protagonista di una rivoluzione alternativa avente come fine una organica comunità di lavoro gerarchicamente organizzata alla stregua di un ordine religioso e avente come esito conclusivo il perfezionamento della tecnica, il suo compimento, la sua vivente – quasi magica – integrazione con la natura. Si può affermare che alla lunga la previsione del veggente non si sia (ancora?) avverata – se non, solo per certi aspetti, nei due simmetrici Stati totalitari; ma, d’altro canto, si può ritenere che, quantunque la figura del Lavoratore non abbia prevalso nel senso prospettato in Der Arbeiter, la Gestalt del lavoro con tutte le sue conseguenze disumanizzanti si sia incontenibilmente affermata. Nondimeno, l’automatismo, l’alienazione, la massificazione, il mezzo che diventa fine, la funzione come fine, la globalizzazione livellante, la tecnica come propaganda, lo sgretolamento delle demarcazioni e il crollo delle nazioni, l’impoverimento antropologico, l’avanzante nichilismo avrebbero poi fatto sorgere in Jünger l’idea di resistere a queste stesse dinamiche – di qui la figura del Ribelle e, in termini solo in parte differenti, quella dell’Anarca.

Sta di fatto che – come rileva ad esempio il compianto Manuel Rossini in I non luoghi dell’inumano – non solo il mascheramento e il gusto dell’uni-formazione hanno definitivamente impregnato di sé tutti gli ambienti di lavoro e l’intera società, ma, in senso stavolta rescendente e demonico, si è fatta strada una paradossale forma di con-formistico individualismo a causa del quale lo stesso individuo, lungi dall’aver raggiunto un grado più elevato di consapevolezza e autoconoscenza, ha accettato passivamente i dis-valori impostigli dal sistema “tecnico” e solo in ultima istanza politico – essendo la politica propaggine inerte della tecnica e funzione dell’inarrestabile processo all’interno del quale la scienza degenera in scientismo e l’economia in economicismo. Quasi si fosse ancora ai tempi della Belle Époque e la tecnica non avesse mostrato in tutta la sua vulcanica evidenza il proprio ambiguo volto di Giano, l’uomo contemporaneo crede che l’esistenza non sia di per sé profondamente tragica, che la salute sia sempre il valore prioritario al quale sacrificare financo la libertà (anche i suoi surrogati), che gli impulsi e gli aspetti non quantificabili siano segno di anormalità e follia, che il denaro conti in fondo molto più del tempo, che l’apparato conti più dell’uomo, la funzione più dell’io, che in definitiva, come per il Socrate del primo Nietzsche, il mondo sia razionalmente e univocamente decifrabile, che razionale e buono siano la stessa cosa e che anche bello e comprensibile siano lo stesso, che esista una sola forma di ragione, che il dolore sia un errore da estirpare, che il male sia una questione di incomprensione, che le differenze (di sesso, di etnia, di opinione…) siano necessariamente deleterie e che, ancora e sempre, il regime liberale, nonostante i gravi e continui attacchi alla libertà e al pensiero critico, sia l’unico in grado di garantire il migliore dei mondi possibili. Tale uomo per Jünger ha fatto propria un’etica utilitaria che a sua volta è la declinazione pratica della razionalità strumentale, la quale, per dirla alla maniera di Heidegger, pone davanti al soggetto il mondo come immagine facendone un oggetto di dominio: la natura – che già Spinoza aveva cercato di salvare dal finalismo antropomorfico – è considerata solo in relazione alla supposta utilità dell’uomo, è de-potenziata e pro-vocata, cessa di essere un fine a sé stante e diventa un mezzo della supposta e non raggiungibile felicità umana. Come insegna ancora Heidegger in L’epoca dell’immagine del mondo, fare dell’uomo la misura di tutte le cose significa che, “nella considerazione dell’ente e nel commercio con le cose”, “l’uomo conosce in anticipo”. La scienza insomma, in quanto matematica, presenta “in anticipo e in modo precipuo qualcosa di già conosciuto”.

Questa pre-conoscenza e pre-visione, sta alla base anche per Jünger del modo in cuil’uomo moderno misura, calcola e cerca di dominare il mondo. Il metro della verità è l’esattezza, la corrispondenza col metodo che si adotta per misurare. Siffatta modalità si appalesa nella tecnica in modo completo. Il soggetto che in questa opera di pre-determinazione subordina a se stesso la natura diviene tuttavia a sua volta succube delle dinamiche oggettivizzanti e, secondo il tipico movimento dell’apprendista stregone intuito da Goethe ed esplicitato da Günter Anders, l’esperimento di oggettivazione del mondo sfugge di mano allo stesso soggetto che ben presto da “padrone” – quasi hegelianamente – diventa schiavo. In Der Arbeiter Jünger coglie appunto questa inarrestabile tendenza della tecnica che, chiariranno successivamente Ellul e Illich, divenendo una rete autonoma, incatena l’uomo a implacabili e automatizzate meccaniche impersonali – come se, ancora una volta, la volontà di potenza di cui la tecnica costituirebbe l’acme avesse quale esclusivo fine non la felicità dell’uomo ma soltanto la propria espansione mondiale, il funzionamento degli stessi strumenti tecnici. E se l’Operaio, forma metafisica del lavoro, era consapevole della portata titanica della tecnica, se egli, parente di Dei e Titani, operava col martello della tecnica per una distruzione propedeutica alla instaurazione del dominio e se in un’opera di alchemica trasmutazione che culminava nella intuizione dell’immoto incomputabile cercava di governare il processo trascendendo nella stessa tecnica il proprio io, ora queste dinamiche si sono appalesate senza che ci sia alcuna figura capace di affrontarne le conseguenze in senso attivo; anzi, come rileva Jünger in Maxima-minima, nei nostri tempi lo stesso Operaio – dopo aver in qualche modo fagocitato il borghese o essersi viceversa nuovamente “borghesizzato” – è la suprema, tellurica espressione dell’indifferenziato: l’aspetto ctonio e amorfo, in un certo senso “femminile”, si è imposto sul tentativo marziale, “maschile”, di imporre un nuovo nomos. In sintonia con mutamenti non solo metafisici ma anche astrali, zoologici, geologici e cosmici (si leggano ad esempio ancora Maxima-minimaAl muro del tempo e Il libro dell’orologio a polvere) si è imposta la pericolosa retorica dell’uomo universale, uguale dappertutto, avente ovunque gli stessi diritti e valori nonché, come si diceva, il gretto consumismo, l’idea che libertà significhi obbedire alle leggi nella misura in cui queste consentano al cittadino di soddisfare i propri bisogni, non solo quelli naturali, ma artificiali –nella misura in cui, ancora una volta, il potere faccia sentire l’individuo sicuro, sano, libero dalla paura. In questa deriva in cui svaniscono la capacità di intercettare ed esperire ciò che conta e la possibilità di autoelevarsi, dell’uomo non è più nulla, la sua essenza è cancellata: nel tentativo ridicolo di annientare l’irrazionale relegandolo all’assurdo, l’uomo ha perso quel tipo di razionalità che lo inizia concretamente al mondo ponendolo in contatto col proprio più atavico sé. 

Essere in contatto col mondo, con l’altro che è noi, è farsi uno con le forze elementari custodendo e rafforzando parimenti la propria “drittura morale” – per utilizzare una felice espressione di Julius Evola. In Der Arbeiter l’elementare funge da energia primordiale, combustibile metafisico della forma del lavoro: l’Operaio cavalcando la tigre dell’annientamento non nega le energie originariené cerca di indebolirle, di arginarle ma se ne fa terribile veicolo, le incanala ed esprime. L’elementare è – alla stregua della energia di cui parla l’ultimo Nietzsche e come mostra efficacemente l’immagine della clessidra – sempre uguale in quantità e per questo è impossibile da annichilire: se lo si contrae in un senso, sicuramente esplode in un altro o, ancora peggio, in una sorta di effetto molla, conflagra prima o poi in modo devastante. Infatti nel libro del ’32 il pericolo (epifania dell’elementare) cerca “di rompere gli argini con cui l’ordine si cinge a difesa, e, secondo le leggi di una matematica recondita ma inflessibile, diventa minaccioso e mortale nella stessa misura in cui l’ordine si rende capace di espellerlo”. Ed è proprio questo che farebbe l’uomo moderno gettando l’inquantificabile nella pattumiera dell’impossibile, del superstizioso: a causa di quest’opera di ingenua negazione e riduzione, l’energia elementare diventa ingestibile, devastante. Il borghese farebbe ciò perché, essendo la sua concezione di felicità sempre connessa al raggiungimento della aponia, avrebbe il terrore di queste forze incomputabili, non matematizzabili. L’elementare infatti fa sprofondare l’uomo nel cuore del dolore, lo trascina dentro ciò che è propriamente naturale e, scardinando le certezze, devasta l’artificiale senso di sicurezza di cui l’uomo si nutre, dischiude le porte del rischio, ci mette di fronte alla nostra morte, apre alla angoscia, libera dalle catene del moralismo la paura, ci mette in crisi. L’uomo in senso originario è d’altra parte germoglio della eterna e amorale natura, pelle e respiro, in alcuni rari casi autocoscienza, di Gea. L’uomo con Gea con-divide le inarrestabili, infinite forze, il sostrato.

Rievocando in parte idee contenute nella Genealogia della morale, per Jünger la razionalità borghese, in una menzognera operazione di consolazione dell’uomo che invero collima col suo fatale avvelenamento, si esplicita nel tentativo di esorcizzare il dolore. Tuttavia – questo è il punto – tale forma della ratio non è l’unica esistente e l’equazione razionalità borghese = razionalità è del tutto priva di fondamento giacché, come nota ad esempio Giovanni Sessa in L’eco della Germania segreta, si può essere “razionali” e lavorare per un “nuovo inizio” senza abbracciare né il pensiero calcolante né, viceversa, l’ingenuo irrazionalismo – in questo senso risulta preziosa anche l’esegesi di Carl Schmitt. Di qui d’altronde sorge altresì l’equivoco e l’interessata esegesi degli intellettuali progressisti secondo cui chi non fa proprio il tipo di razionalità scaturito dalla rivoluzione scientifica e sublimato in una certa tradizione filosofica occidentale, sarebbe di per sé un autore irrazionalista, sentimentalista, al massimo uno scrittore e non un filosofo, appunto un romantico, un poeta che si rifugia nell’irrealtà e, immancabile accusa, paradossalmente un “borghese”, se non un reazionario che vorrebbe lasciare il mondo così com’è per cristallizzare per sempre i rapporti di classe e di potere. Chiaramente un pensatore come Jünger non solo rigetta tali accuse ma le rimanda al mittente essendo sin dall’inizio e sino alla fine la sua opera intesa a suscitare una radicale metamorfosi – sia questa di natura metapolitica come nel caso di Der Arbeiter o individuale (Ribelle e Anarca). 

In Maxima-minima Ernst Jünger annota che il tramonto è “un’alba altrove”. Eracle, il figlio di Zeus, sconfisse Anteo, il figlio di Gea, solo sollevandolo dalla terra, fonte elementare della potenza del gigante. Ora, i Titani, amici del mitico Pitone sconfitto dal luminoso Apollo, hanno spezzato il dominio uranico del Padre. Ma il serpente muta pelle. Dalla muta della serpe e dalle conseguenti vorticose scosse tettoniche, sorge forse ancora, nel plutonico crepuscolo dell’interregno tecnico, ombratile e numinosa, l’aurora.

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