La Genesi secondo la Scienza

In "Raised by Wolves", Ridley Scott immagina un nuovo mondo razionale e scientista. Eppure… Storia di Adamo ed Eva in tutine in latex che paiono uscite da un sexyshop: i genitori della nuova civiltà
In "Raised by Wolves", Ridley Scott immagina un nuovo mondo razionale e scientista. Eppure… Storia di Adamo ed Eva in tutine in latex che paiono uscite da un sexyshop: i genitori della nuova civiltà

Ridley Scott è senza dubbio l’autore vivente a cui dobbiamo gran parte del nostro immaginario fantascientifico. La saga di Alien – l’implacabile xenomorfo – e Blade Runner sono canoni con cui ogni nuova science fiction è obbligata a confrontarsi. Pellicole immortali, frutto dell’ispirazione/collaborazione con i soli artisti in grado di teorizzare una storia che andava ben oltre i confini di un film. Dal racconto breve Il cacciatore di androidi a Blade Runner c’è la stessa distanza che separa gli inquietanti esseri immaginati da H.R. Giger dalla claustrofobica astronave Nostromo. Era necessario quindi tanto l’estro di Philip K. Dick quanto la mano di Carlo Rambaldi per tramutare quelle suggestioni, quelle irrappresentabili fantasie, in autentica materia filmica. C’è voluta, insomma, la mano di un director  che concretizzasse la fantasia dello sceneggiatore e dei designer, facendola allo stesso tempo convergere verso un significante concreto, rappresentabile e sdoganabile al gran pubblico.

Tutte queste fonti, ispirazioni, però si fondevano perfettamente con la visione del futuro distopico che il regista inglese da allora ha invariabilmente messo in scena: le astronavi come mero mezzo di trasporto e non di esplorazione; la minacciosa presenza dell’automa umanoide; l’alieno naturalmente letale. La vera  ossessione, il sotterraneo filo conduttore, è però la genesi; e precisamente il modo in cui la vita una volta “generata” cerca disperatamente di perpetuarsi; di riprodursi a scapito degli altri esseri viventi. La serie Raised by Wolves – la prima da lui prodotta e girata (nei primi due episodi) – non fa eccezione. Già dal titolo, infatti, Ridley Scott sembrerebbe ulteriormente manifestare un’indole permeata di darwinismo.   

Ci troviamo nel XXII secolo, a bordo di una piccola navicella di salvataggio in procinto d’atterrare su Keplero 22b, un pianeta di un Sistema solare simile alla Terra quanto basta per tentare di colonizzarlo. A bordo troviamo Madre e Padre – una bionda androgina e un prestante uomo di colore –, novelli Adamo ed Eva. La loro missione è far rinascere la razza umana poiché la Terra è stata distrutta da una guerra fratricida. Elementi sufficienti per uno stucchevole film progressista, ma è subito evidente che qualcosa non torna perché i due protagonisti appaiono immediatamente come non-umani. Madre, infatti, ha a disposizione un numero limitato di embrioni da far nascere; è sostanzialmente un “utero in affitto robotizzato” inviato come ultima speranza per preservare il genere umano; Padre invece sembra più una via di mezzo tra un ingegnere e un educatore. Entrambi fasciati in avvolgenti tutine in latex blu che paiono uscite da un sexyshop, sono i “genitori” della nuova civiltà.

La “Genesi 2.0” sembra già scritta; un piccolo nucleo familiare con i propri laicissimi dogmi da tramandare ai posteri. Non più oscurantismo e religioni; non più Dio e peccato originale, ma solo Scienza allo “stato puro”; eppure la dura Natura del pianeta – non dissimile da quella islandese di leopardiana memoria – si rivela più ostica del previsto; obbligando i genitori-robot a una scelta sulla quale perfino le loro razionali intelligenze si troveranno in disaccordo. Non è qui il caso di svelare altri dettagli della complessa trama farcita di colpi di scena ma il mondo del futuro (la cosiddetta background story), lacerato dalla lotta tra due fazioni – i Mitraici e gli Ateisti – ricalca sommariamente la divisione tra evoluzionisti e creazionisti. I primi, infatti, venerano un Dio universale origine di ogni cosa, mentre i secondi ritengono la fede un dannoso orpello di un passato da cancellare. È interessante notare come entrambe le fazioni utilizzino la Scienza e i robot come armi – Madre per esempio è un modello negromante  dalla incredibile potenza distruttiva – ma, mentre i primi adoperano gli androidi come meri strumenti; i secondi invece attribuiscono loro la stessa dignità dell’uomo. In tal senso la missione colonizzatrice su Keplero 22b non è solamente il disperato tentativo di sfuggire alla sconfitta nella guerra, ma un grande restart; un nuovo mondo da (ri)fondare nel nome dell’ateismo. Madre e Padre non sono stati scacciati da un mitologico Eden; il loro scopo è l’esatto inverso: porre le basi perché gli uomini possano davvero realizzarne uno in questo “Nuovo Mondo”. Macchine intelligentissime e longeve, devono proteggere ed educare i “loro” figli ed è qui che sorgono i veri problemi. La rigida educazione scientista si rivela non adatta per dei bambini; non riscalda il cuore e non tocca l’anima di questi figli nati in vitro milioni di anni luce da casa. La logica razionalità di un androide è insufficiente a rispondere a domande universali come il senso della vita o la morte quanto fondamentale per la sopravvivenza in un ambiente ostile; eppure quando scopriamo, con grande scorno di Madre, che alcuni hanno iniziato a pregare di nascosto, non ci stupiamo. Sembra del tutto logico che lo stesso Ridley Scott ci suggerisca l’impossibilità di ridurre ogni cosa a un meccanico evoluzionismo. Nonostante siano stati letteralmente “raised by wolves”, nonostante conoscano la “verità”, si manifesta in loro un innato desiderio di “religiosità” così insopprimibile da far loro inventare delle preghiere mai ascoltate.

Fin dal primissimo Alien l’intera opera fantascientifica di Ridley Scott si confronta con l’irrisolto scontro tra “Cultura contro Natura” traslitterato in “Tecnologia versus Umano”. L’androide, diretto erede del kubrickiano Hal 2000 ma dal terrificante volto rassicurante, ha un proprio “sistema di valori” che a un certo punto, immancabilmente, confligge con la sopravvivenza dell’equipaggio. Se il super-processore di 2001 Odissea nello Spazio poteva essere almeno in extremis disattivato, l’androide evoluto e perfettamente mimetico, diventa quindi un nemico sleale che prende decisioni esiziali secondo una logica perfettamente aliena. Esecutore della volontà dalla mega-corporation o fautore di una propria missione positivista – come l’androide David 8, interpretato da Fassbender nei due prequel Prometheus e Covenant –, è di fatto il vero nemico del genere umano. E per quanto i film raccontino immancabilmente l’impari lotta tra il protagonista e la creatura aliena, paradossalmente la vera sfida è sempre tra l’Uomo e l’IA; senza il suo “intervento” il protocollo avrebbe funzionato, nessun alieno sarebbe mai salito a bordo. Nessun uovo schiuso, nessun ventre squarciato. L’androide, novello Frankenstein, si rivolta contro il creatore non per un malfunzionamento ma, anzi, proprio per un eccesso di razionalità. L’essere creato che desidera a sua volta essere creatore. L’ossessione per la perfezione lo porta logicamente a parteggiare per l’alien e, infine, addirittura a crearlo come svela l’ultimo capitolo della saga. Perché quello che il regista inglese invariabilmente porta sullo schermo è la storia di una genesi che è al contempo creativista – di fatto è il cosiddetto “ingegnere Prometheus” suicida a dare inizio alla vita sulla Terra nell’omonimo film; quanto David 8 a sviluppare in laboratorio lo xenomorfo – ed evoluzionista, in quanto poi il Dna segue la sua logica di spietata sopraffazione. Un millenario cerchio che si chiude solo quanto l’androide inventato dall’uomo, non si limita a distruggere il proprio creatore ma perfino il creatore del creatore con una biblica estinzione di massa, dalla quale emergerà la perfetta e immorale razza aliena; superiore a qualunque altra forma di vita dell’universo. Sostanzialmente una nuova religione atea come, infondo, raffigurata nelle prime opere di H.R. Giger e nell’utopia degli ateisti sconfitti di Raised by Wolves.

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