L’uomo in più

Il primo lungometraggio di Paolo Sorrentino racchiude in sé tutti gli elementi embrionali della sua poetica
Il primo lungometraggio di Paolo Sorrentino racchiude in sé tutti gli elementi embrionali della sua poetica

È il 31 agosto del 2001. Un giovane trentenne del quartiere Vomero di Napoli giunge a Venezia per presentare al grande pubblico della settima arte il suo primo lungometraggio, L’uomo in più. Tredici anni dopo, a Los Angeles, con La grande bellezza, vincerà il premio Oscar per il miglior film straniero. Ma questo non può ancora saperlo.

Sono trascorsi vent’anni da quel giorno. La nostra vita di occidentali, dodici giorni dopo quell’attimo, si è decomposta in maniera irrimediabile, siamo cambiati noi, è cambiato il cinema di Paolo Sorrentino. O forse no. Perché anche se in questo ventennio, in vesti virgiliane, ci ha accompagnati nel laico purgatorio delle miserie umane, nel demi-monde del nostro tempo, con delle pellicole anche molto differenti fra loro, tutta la poetica sorrentiniana, in maniera embrionale, è già racchiusa nel suo film d’esordio. 

Ne L’uomo in più, Sorrentino gioca col doppio e con la doppiezza dell’esistenza umana e lo fa per il tramite di Antonio Pisapia, o meglio, di due Antonio Pisapia, tanto omonimi anagraficamente quanto antitetici in termini essenziali. Antonio Pisapia (Toni Servillo), detto Tony, cantante napoletano di musica leggera all’apice del successo negli anni Ottanta, una vita di teatri pieni, concerti sold-out, applausi, donne adoranti fuori dai camerini, cocaina, notti ad alto tasso alcolico, la carriera stroncata da un’accusa di sesso con minorenne con tanto di assoluzione ma con un pubblico di piccoli borghesi che non perdona e ripudia. Antonio Pisapia (Andrea Renzi), calciatore umbro trapiantato a Napoli, una casa a Posillipo con terrazza fronte golfo, una moglie giovane, un gol in mezza rovesciata che lo lancia verso il successo e poi un infortunio sul campo, un legamento rotto durante un allenamento che scrive i titoli di coda della sua carriera di stopper. Per entrambi l’adrenalina, il boom, la popolarità, e poi quell’attimo, impietoso, feroce, che spezza tutto, e la parabola della vita che discende, si inabissa. Quindi l’intervallo deprimente di una fase grigia dell’esistenza, le ore lente di un tempo da rinnegati dal proprio mondo – la musica, il calcio – che sembra non trascorrere mai. Gli anni in attesa di una chiamata dall’alto per essere riammessi alla vita precedente, l’ultimo tentativo prima della rassegnazione. Per Tony l’ultimo concerto, una squallida festa di piazza in uno spettrale paesino abruzzese, i versi amari dell’ultimo brano eseguito, La Notte – “Mille luci che, non fanno luce ad uno come me” – a calare il sipario sulla carriera da cantante. L’ultima frase pronunciata con indifferenza prima dell’addio al palco, la chiusura di un’esibizione durata una vita: “Uagliù, attaccamm’ n’atu piezz’”. Per Antonio, l’ultima umiliazione da parte del presidente della sua ex squadra, il mancato ingaggio come allenatore, nonostante gli anni trascorsi a perfezionare un nuovo schema calcistico a quattro punte, detto “l’uomo in più”. Una frase gelida a sottolineare il rifiuto della collaborazione proposta, che fungerà da sentenza di condanna capitale:

“Antò, io ti devo dire quello che penso: penso che il calcio è un gioco, e tu sei un uomo fondamentalmente triste”. 

Per entrambi, al termine della notte, la fine del proprio voyage. Ma se le vite dei Pisapia sono come due binari sui quali corre e scorre l’esistenza, come due rette parallele che non si incontrano mai, per un rapido istante, una scintilla invade l’altra corsia. Nel deprimente scenario di un mercato alimentare che sta per abbassare le saracinesche, mentre Tony – che si diletta da sempre a cucinare piatti a base di pesce – acquista un polipo per andare contro sé stesso, incrocia lo sguardo vitreo di Antonio, ne percepisce quel baluginio negli occhi che è presagio della fine, del buio. Si tratta di un attimo, rapido come una scheggia di luce, fulgido come un lampo, che, come la scia di una cometa, lascia in Tony un senso di incompiuto, e che troverà la sua compiutezza in un gesto estremo, efferato, risolutivo, che laverà l’onta subita dall’ex calciatore e, in fondo, anche da egli stesso. Tony uccide il presidente del calcio Napoli con l’indifferenza di un Mersault partenopeo e, immediatamente dopo, si reca come ospite alla trasmissione televisiva Confessioni pubbliche a rendere, per un cachet di svariati milioni, una testimonianza della sua vita vissuta sul filo del rasoio, un monologo che suona come una deposizione, probabilmente il più poderoso di tutta la filmografia di Paolo Sorrentino. 

“Io ho sempre amato la libertà, e voi non sapete nemmeno che cazzo significa. Io sono un uomo libero”

tuona spavaldo Tony, l’uomo irriverente “nato a Vico Speranzella”, nel cuore della Napoli popolare, pronto a beffare la vita un’altra volta anche confinato dietro alle sbarre del carcere in cui sta per entrare. Con Tony Pisapia, Sorrentino pianta il seme di un personaggio che germoglierà in seguito, con il Tony Pagoda del suo primo romanzo, Hanno tutti ragione, per poi fiorire definitivamente con il Jep Gambardella de La grande bellezza. Si intravedono nel suo esordio alcuni dei topoi che diverranno emblema delle sue opere, come la sete di vendetta nei confronti di un torto subito, che da Tony Pisapia giungerà sino a Cheyenne, la rockstar protagonista di This must be the place, il continuo refrain d’un ricordo giovanile, per Tony la morte del fratello durante una battuta di pesca subacquea, nel tentativo di catturare un polipo, per Jep la memoria del primo amore, dell’edonismo bramato nel pieno degli ardori adolescenziali, ed ancora l’utilizzo di una sapiente ed esplosiva miscela di brani che spaziano dall’elettronica alla musica leggera, dal rock alla disco music, al funk, che caratterizzano in maniera psichedelica le sue colonne sonore, e poi i monologhi e i primi piani, l’ironia sprezzante che oggi fa arricciare il naso ai favoreggiatori della tirannia politicalcorrettista. Ne L’uomo in più, Sorrentino, in maniera profetica, narra infatti il declino personale e la rovina di un uomo sottoposto alla gogna sociale del perbenismo, si fa vate di quel che vent’anni dopo saranno gli esiti dei nuovi movimenti femministi, nuotando così, fin dal principio, in maniera huysmansiana, controcorrente. E la decadenza, che è anche il suo crittogramma stilistico, che racchiude in sé tutto il nichilismo che sarà proprio dei suoi personaggi, la possiamo già intravedere, nel suo esordio cinematografico, talora in forma simbolica, come la morte che compare agli occhi di Tony con il volto di sua madre, quasi in forma d’arcano, talaltra con brevi asserzioni degli stessi: “‘A vita è ‘na strunzata, Aniè” dice Tony, rivolto al suo amico pescatore, sotto il cielo livido di un’alba napoletana, ed ancora, interrogato in merito alla sua assenza al funerale del padre, risponde: “Mi so’ svegliato tardi”. Ma Tony Pisapia è un soggetto dall’esistenzialismo camusiano, che lascia sempre aperto uno spiraglio all’ottimismo, alla voglia di vivere, anche se la sua vita, dal centro della scena si è spostata ai margini dell’esistenza. È un uomo che non perde il gusto per i piccoli piaceri e questa sua forma di opposizione morale tempra l’amarezza della sua stessa esistenza, come nell’ultima sequenza del film, una delle più riuscite di sempre, una spigola cucinata per i compagni di cella, un sorriso sardonico ad accompagnare una breve frase, “Fatemi sapere”, e un ultimo, lungo applauso, dal suo nuovo pubblico.

Ma se la scelta d’esordio di Sorrentino ricade su due co-protagonisti opposti fra loro, come due facce dell’essere stesso – e poco importa che siano ispirate o meno alle vite vere di Franco Califano e Agostino Di Bartolomei – questa subisce un’evoluzione nelle sue opere successive. Il dualismo viene superato, i due opposti, il bianco e il nero dei due co-protagonisti si fondono, convergendo in un unico, grigio, personaggio. Titta De Girolamo, Cheyenne, Giulio Andreotti, Silvio Berlusconi, Lenny Belardo, Jep Gambardella, c’è sempre un uomo, un “uomo maschio”, per prendere in prestito le parole di Éric Zemmour, che emerge da un determinato milieu – sociale, politico – e, a far da sfondo, una congerie di casi umani. Sono trascorsi vent’anni di sorrentinismo – che sono stati come un lungo viaggio in un Satyricon postmoderno, in compagnia di scrittori depressi, parvenu, radical-chic, papi conservatori, correnti democristiane – peregrinando fra le strade deserte di Roma e i giardini di ville smeraldine, combattendo l’insonnia in alberghi svizzeri, dissipando le serate nei salotti romani, oscillando fra mondanità e decadenza, cinismo e volgarità, malinconia e ribrezzo per il tempo che scorre inesorabile. Ma dopo tanto errare, la sua macchina da presa gira l’obiettivo, e come una leggera imbarcazione si lascia sospingere, come da un soffio, dal limpido canto della sirena Partenope, verso il golfo, verso casa, per girare le scene del film che trepidanti attendiamo, È stata la mano di Dio

E allora, Paolo, riportaci a Napoli.

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