Rovelli vs. Heidegger

Il celebre fisico legge il sommo filosofo riducendolo a una specie di sciamano dal “punto di vista limitato”. Ovviamente nazista. Il dibattito tra scienze e filosofia si riduce così a fastidiosa farsa
Il celebre fisico legge il sommo filosofo riducendolo a una specie di sciamano dal “punto di vista limitato”. Ovviamente nazista. Il dibattito tra scienze e filosofia si riduce così a fastidiosa farsa

Non se ne può più. Parliamo dell’articolo che Carlo Rovelli, il famoso fisico e saggista italiano, dedica a Martin Heidegger o, per meglio dire, alla sua avventura nella lettura di Essere e tempo. L’articolo è comparso su La lettura del “Corriere della sera” la scorsa domenica e si intitola “Natura e individuo. Un fisico a tu per tu con Heidegger”. Il mio desiderio qui non è quello di discutere la lettura che Rovelli fa del testo heideggeriano: sarebbe un intervento noioso, didascalico, poco interessante. D’altra parte, almeno per gli addetti ai lavori, i limiti di una simile lettura sono autoevidenti. E questo, data la difficolta del testo e il linguaggio “torbido” di Heidegger, è assolutamente legittimo – non penso che Heidegger si sarebbe trovato a proprio agio di fronte alla congettura di Hodge. Rovelli stesso non ha nessuna pretesa se non quella di condividere una «lettura difficile» (così dice), intrapresa certamente con grande coraggio, curiosità, attenzione e anche con una (iniziale) modestia. La presunzione non è qui, direttamente, quella di Carlo Rovelli, ma è indirettamente quella di un mondo, di un orizzonte, che è frutto di una cattiva abitudine nel mettere a dialogo, anche nel dibattito divulgativo, la filosofia con la fisica e le scienze della natura; presunzione ormai divenuta fastidiosa come un battito d’ali dentro a un orecchio. Fastidiosa e non innocente. Mi spiego meglio.

La prima questione riguarda strettamente Heidegger e il pregiudizio ormai apparentemente ineliminabile con cui ogni nuovo lettore si trova a dover fare i conti: leggere Heidegger anzitutto tenendo bene a mente che Heidegger è il filosofo dei Quaderni neri,apparentato con la scura mano del nazismo storico. Rovelli è esempio limpido di questo pregiudizio. Neanche ci si immerge nella lettura del suo articolo che spunta subito, come una sorta di presa di posizione preliminare e necessaria nei confronti dell’auditorio, un lasciapassare intellettuale fondamentale per proseguire la lettura, «l’orrore per il suo supporto [di Heidegger] molto esplicito al progetto di Hitler e per il suo fosco antisemitismo». Più avanti Rovelli scrive, dopo aver illustrato la sua lettura di Essere e tempo: «è chiaro che ho tradito a fondo il filosofo, che forse mi toglierebbe la parola subito e mi guarderebbe con disprezzo, ricambiando il mio disprezzo per il suo razzismo». La filiazione heideggeriana con il nazismo, nota oramai a qualsiasi studente liceale all’ultimo anno di studi, ancora oggi (forse soprattutto oggi) impedisce a molti di approcciarsi al pensiero del più grande metafisico di inizio Novecento.

Quando uscirono i Quaderni neri, qualche anno fa, nelle università fu il caos per gli studi heideggeriani. Per molti, che negli studi filosofici non avevano percorso che poche miglia (sicure e immuni dagli anatemi ideologici), solo il pronunciare il nome dei Quaderni neri significava un buon motivo per recidere dai corsi universitari il filosofo dell’Essere. Stessa sorte è accaduta al Nietzsche presunto precursore dell’hitlerismo: ancora oggi bisogna convincere molti a superare questo tipo di retorica assolutamente nociva, sciocca e poco gratificante, e convincere che studiare Nietzsche ed Heidegger non equivale ad essere reazionari di estrema destra né un simpatizzante dell’olocausto. Ogni volta che penso che finalmente ci si sia emancipati dal politicizzare in modo così giovanilistico, perbenistico e inutilmente dannoso lo studio filosofico, l’ombra dei Rovelli torna a presentarsi, nera come i quaderni heideggeriani.

Del riduzionismo di Heidegger da parte di Rovelli a filosofo «sotto la pesante influenza del grande idealismo tedesco» prima, a soggettivista sfrenato dopo, che non riesce a superare i confini di una visione del mondo «come componente della sua personale esperienza», non discutiamo. Poche parole sono sufficienti a capire il misunderstanding di Rovelli: «io [Rovelli] penso che la mia esperienza sia parte del mondo», Heidegger no. Addirittura Rovelli arriva a dire che la filosofia di Heidegger è nient’altro che una «attenzione maniacale alla filosofia come resoconto diretto del vissuto», il suo un «punto di vista limitato», quello di un «esserino che non riesce a pensarsi se non il centro», quando invece «ci sono anche gli altri esseri umani. E gli animali. E le piante. E le montagne». Non solo. Rovelli pensa che basti affermare che il fisico naturalista (ancora non mi è chiaro l’uso di questo termine) vede, a differenza di Heidegger (?), il mondo «come uno sterminato universo di galassie dove vicino a una stellina marginale è cresciuta una biosfera all’interno della quale ci sono organismi senzienti». Insomma Heidegger non sarebbe nient’altro che un egocentrico razzista, capace solo di rendere conto dell’esperienza del soggetto, quando invece la natura è molto più vasta di così – e Heidegger non si sarebbe accorto né del problema dell’intersoggettività né del cielo stellato sopra la sua testa. Non so nemmeno da dove cominciare a rispondere, ma mi risparmio la fatica. L’unica cosa che posso fare, con la massima sincerità, è invitare umilmente Rovelli a leggere gli scritti heideggeriani successivi a Essere e tempo, gli scritti sulla natura, sull’animalità, sul linguaggio, sull’arte. Bastava dare un’occhiata ai loro indici per evitare tutto questo fraintendimento. E vorrei far notare che affermare che l’uomo viva scaldato dalla luce di una stellina marginale sia l’esemplificazione di un naturalismo sufficiente a spazzare via i secoli di metafisica e soggettivismo che Heidegger porta con sé, non è fare filosofia, è fare poesia. Ma per gli atomi opachi abbiamo già Pascoli.

A differenza di quello che pensano gli scienziati occupati in problemi di fisica, di matematica, di geologia, la filosofia è una casa aperta e non una casa chiusa con un padrone (padrone che, ad ogni modo, non sarei di certo io). E se non fosse una casa aperta, totalmente aperta (l’Aperto: altro concetto heideggeriano), non potrebbe esistere, sarebbe come un cane che prova a respirare sulla Luna. Non perché la filosofia si nutre delle scienze e delle altre discipline per avere propria sussistenza (le scienze sono di fondazione filosofica, non il contrario), ma perché la filosofia ha il dialogo come sua ossatura preliminare. Senza il dialogo e quindi, dal punto di vista epistemologico, senza l’interdisciplinarietà, la filosofia verrebbe meno. Il problema è che un grande difetto intellettuale degli scienziati è non comprendere 1) che la filosofia, quando non dialoga con altre discipline, è una disciplina del tutto autosufficiente, dotata di propri strumenti e di propri metodi che non sono quelli delle scienze e 2) che la filosofia dà delle verità sul mondo. Dispiace dover dire questo a un fisico, peraltro così attento: quanto sarebbe fecondo oggi il dialogo tra fisica e metafisica, se solo si superassero certe presunzioni! Molto spesso noto, con amarezza, che la scienza pretende ancora di avere un monopolio epistemologico sul mondo, di considerarsi l’unico vero cammino (di nuovo Heidegger) per comprendere la natura, in quanto l’unica a possedere l’apparato matematico. Zichichi è un fisico che molti detestano, ma è un fisico, e una volta disse una cosa assai esemplificativa: «io leggo solo Galilei». Questo è l’imperialismo della scienza, questo è il movente psicologico che spesso mette lo scienziato nella disposizione superomistica di non dover scendere a patti con le altre forme di conoscenza, di sentire di dover utilizzare questa parola così vasta, scienza, solo per ciò che ha a monte un apparato matematico come strumentario del proprio lavoro; che lo mette cioè in una posizione di ignoranza poco dotta e, soprattutto, di presunzione, il veleno epistemologicamente più letale. Allora davvero bisogna rileggere, come gli scolari, Aristotele, e capire che senza thauma, senza disposizione d’animo verso il mistero, e senza sospensione di giudizio, non si può fare nessuno tipo di scienza, né fisica né metafisica.

Ma Rovelli, da un esordio pacato del suo articolo, in cui prende i panni di un umile visitatore di quella casa (aperta a tutti) che è la filosofia, finisce con lo svelare la sua maschera e non resiste ad affermare che la filosofia heideggeriana (ma per metonimia: la filosofia tutta) nient’altro è che «scambiare una singola prospettiva per l’unica “vera”», «ambizione di individuare punti di partenza assoluti, che regolarmente viene rimessa in discussione nella generazione successiva», non rendendosi conto di avere dato, invece, una perfetta fotografia delle scienze dure, che proseguono, come dice il fisico e filosofo Thomas Kuhn, per messa in discussione di paradigmi, che vanno avanti proprio perché Newton ha delle limitazioni rispetto ad Einstein, proprio perché qualcuno o si sbaglia o ha detto troppo poco. La filosofia, caro Rovelli, non procede in questo modo. Per un filosofo accostare Parmenide al Novecento è del tutto normale ed è persino normale, paradossalmente, capire Parmenide tramite il Novecento. Così facendo Rovelli critica la pretesa di verità della filosofia utilizzando una pretesa di verità, quella cioè delle scienze. E finisce in farsa, paragonando la filosofia allo sciamanesimo e Heidegger a uno sciamano (nazista, naturalmente) che «incanta gli allocchi». Ma un filosofo, Rovelli, non se la prenderebbe di fronte a questo tentativo di derisione: ne sarebbe lusingato.

Eppure prima di convincere Rovelli, bisogna sperare di convincere studiosi come Alan Sokal e Jean Bricmont, che trascorrono molto del loro tempo ad accusare la filosofia di essere un fashionable nonsense, un abuso della scienza, solo perché qualche post-strutturalista francese si è permesso di fare riferimento a nozioni di analisi, di geologia e di fisica, e i due se la sono presa a male. Il caso in questione dimostra che se è vero che a volte l’apertura dei filosofi alle scienze dure è viziata da una fisiologica distanza da strumenti che, per forza di tempo e di cose, non sono i loro, un fisico che legge Heidegger rischia, quando pecca di presunzione, non di fare filosofia, ma di fare qualcosa di ancora più terribile per uno scienziato, ovvero teatro.

*In copertina: Carlo Rovelli in una fotografia di Ian Hanning (tratta qui)

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