OGGETTO: Il vuoto, distruttore di mondi
DATA: 31 Maggio 2024
SEZIONE: Metafisica
FORMATO: Visioni
AREA: Altrove
L’Uomo moderno soffre la precarietà dello stato attuale del progresso tecnico-scientifico perché vive nella contraddizione fra il mondo come potrebbe essere e il mondo attuale costellato di problemi. Sospeso fra la possibilità che il mondo continui ad esistere o sprofondi nel nulla, avverte un peso che fatica terribilmente a reggere. L’angoscia del nulla lo conduce a distogliere lo sguardo e a perdersi nelle mille occupazioni che riesce a trovare. L’idea che in fondo, tutto finisca nel nulla, conduce le grandi potenze mondiali a spendersi per salvare la Terra dal nulla in cui rischia di sprofondare. E si è convinti di aver creato la pace.
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Il frammento di Anassimandro, riportato da Simplicio, è la prima, e allo stesso tempo tremenda, traccia scritta della filosofia occidentale che segna l’inizio della frattura fra “le cose” e “le cose che sono” per cui quest’ultime sono sottoposte all’annientamento, per effetto del Tempo, e condannate a ritornare alla dimensione originaria, l’aperion. Il filosofo di Mileto la identifica come una dimensione indefinita, un’unità immutabile che rappresenta il principio e la fine di tutto ciò che è. Una dimensione che, nel suo significato più intimo, sottintende il nulla. L’idea del nulla come dimensione che incombe sull’essere è l’inconscio dell’Occidente. “Perché esiste qualcosa piuttosto che nulla?” si chiedeva Leibniz giungendo alla conclusione che il nulla non fosse possibile nel mondo reale, a differenza di quanto sostenuto dalla fisica newtoniana. La stessa domanda se la pose Heidegger due secoli più tardi. Se affrontato intensamente il pensiero del nulla scuote nel profondo le coscienze e conduce l’Uomo sulla via della follia. Il confronto con l’inesistenza è l’inizio della crisi di una civiltà destinata al tramonto.

È pensabile il nulla? Perché se il pensiero, come sosteneva Parmenide, è necessariamente il pensiero di qualcosa, allora il nulla è impossibile. Platone teorizzava la coesistenza dell’essere e del non essere dell’ente, ritenendo che il nulla fosse semplicemente il non essere dell’ente. L’ente non è, in relazione ad un altro ente, in quanto ente diverso. La filosofia greca sin da Anassimandro ha pensato il nulla come principio di tutte le cose grazie all’evidenza suprema, il fluido incessante in grado di trarre ogni ente dal nulla per riporvelo al termine dell’esistenza: il diventar altro di tutte le cose. Dall’evidenza del divenire la filosofia greca ha iniziato a pensare il nulla, la dimensione che raccoglie ciò che ancora deve ancora essere e tutto ciò che non è più, elaborando la visione circolare all’esistenza segnata dall’oscillazione fra l’essere ed il non essere. Il nulla come origine dell’universo, che lo si definisca proprio nulla o lo si chiami Dio. Se il nulla è l’origine dell’Universo, non è forse il nulla l’origine di tutte le cose e quindi il destino di ogni essente?

Il cosiddetto caso che regola l’esistenza, se davvero esistesse, non sarebbe forse, e ancora una volta, il nulla che getta nell’esistenza le cose o le richiama a sé? Nella storia dell’Occidente il senso del caso è indissolubilmente legato al senso del niente. Il divenire è il frutto del caso, quindi del nulla. Nella terra isolata dal destino, il nulla è il compagno fedele di ogni ente, la dimensione che incombe su di esso. Nietzsche ricadeva nel medesimo errore di affermare l’evidenza suprema del divenire come forza in grado di strappare l’ente dall’esistenza e condurlo all’oblio. L’eterno ritorno è il tentativo estremo di salvare l’ente dell’oblio, condannandolo ad uscire dal nulla ed a rientrarvi. La questione risiede nella concezione del divenire non come apparenza ma come forza in grado di determinare il mondo. Se una forza non ammette l’immutabile e rifiuta l’eterno, la conseguenza è doversi confrontare con l’annullamento. La ragione alienata crede che l’annullamento delle cose sia un fatto visibile. Se qualcosa viene distrutto non appare più, dunque è essenzialmente niente, destinato a ritornare nelle stanze della contingenza riservate alla Terra. Per l’Uomo tanto basta per affermare che ciò che scompare si annulla. Dove si ha traccia di questo annientamento? Il problema che l’Occidente si trascina risiede proprio nel ritenere che l’essere e l’apparire coincidano. Nessuno si sognerebbe di pensare che solo guardando il mondo, il mondo inizi ad esistere. Verrebbe accusato di manipolare la realtà. Se tuttavia qualcosa non appare alla vista perché infinitamente grande o infinitamente piccolo, per questo riteniamo che non esista? Quando con un microscopio o un telescopio riusciamo finalmente a vedere ciò che prima non appariva, ciò determina la sua esistenza? Mai ci sogneremmo di affermarlo mentre con facilità disarmante non esitiamo nel sostenere che ciò che apparse e, per effetto del “decreto del Tempo” non appare più, è nulla.

Quando qualcosa non appare più, il fatto che sia diventato nulla o che continui ad esistere non possono essere determinazioni visibili. L’esperienza non fornisce la prova immediata della circostanza che gli enti finiscano nel nulla diventando altro da loro stessi. Se un ente in trasformazione perdesse una configurazione di sé, un dato momento di sé, finendo nel nulla, come è possibile che appaia l’ente trasformato e non appunto il nulla?

L’apparire non dice nulla sulla sorte di ciò che non appare più. Di conseguenza il passato, al pari del futuro, sono considerati niente perché non appaiono. Quindi se potessimo viaggiare nel tempo, il passato ed il futuro non sarebbero più nulla? Il passato continua ad apparire nel pensiero del ricordo. La psicologia insegna che la mente non perde niente di ciò con cui ha avuto a che fare, semplicemente l’oblio seppellisce alcuni ricordi mentre altri rimangono vividi. Secondo Freud sarebbe un errore considerare la dimenticanza al pari dell’annullamento perché la nostra vita psichica non conosce l’annullamento. Se tuttavia dal campo della memoria, e quindi delle idee, ci si sposta sul piano materiale, ecco che riemerge l’evidenza suprema secondo cui il passato non esiste più perché non appare più. Ma ciò che continua ad apparire nella mente del presente, pur non apparendo più di fronte all’individuo, ha per questo terminato la propria esistenza? Il pensiero occidentale ha elaborato la teoria che la memoria è memoria delle idee e non degli enti, che terminano la loro esistenza quando non appaiono più e sopravvivono soltanto psichicamente. Se invece la memoria fosse il permanere dell’essere, non avrebbe senso rimpiangere il passato perché sarebbe ancora qui sotto la luce dell’apparire. Sulla scia dell’alienazione oggi viviamo il trionfo del dominio sull’essere.

Se l’individuo si convince che le cose in fondo siano nulla, gli restano la disperazione oppure l’illusione di dominare il ciclo essere-nulla a cui è sottoposto tutto ciò che esiste, traendo in salvo le cose che ritiene meritevoli e ricacciando nel nulla quanto di abietto popola la Terra. L’individuo pensa da sempre a come sottrarre ciò che lo circonda dalla minaccia del divenire. Per raggiungere lo scopo si rimette alla volontà di dominio sulla Terra, sugli enti dei quali mantiene il ruolo di creatore, guardiano e distruttore. Le nostre esistenze sono scandite dalla creazione e dalla distruzione. La volontà di potenza, perennemente frustrata dall’impossibilità di ottenere ciò che desidera, è affermazione del dominio dell’Uomo sulla Terra per impedire che le cose periscano. L’inconscio della cultura occidentale è ormai l’inconscio delle grandi potenze mondiali che alimentano l’illusione della salvezza dalla precarietà dell’esistenza. La tecnica prosegue il progetto di salvezza dell’Uomo laddove ha fallito la metafisica dominante. Tuttavia anche questo progetto, come l’intera storia dell’Occidente, si sviluppa all’interno del pensiero metafisico per cui l’essere, in quanto precario, può essere costruito e annientato.

Roma, Maggio 2024. XVIII Martedì di Dissipatio

L’Uomo moderno soffre la precarietà dello stato attuale del progresso tecnico-scientifico perché vive nella contraddizione fra il mondo come potrebbe essere ed il mondo attuale costellato di problemi che ne mettono a repentaglio l’esistenza. Sospeso fra la possibilità che il mondo continui ad esistere o sprofondi nel nulla, avverte un peso che fatica terribilmente a reggere. La smania dell’Uomo di evitare di fare i conti con l’angoscia del nulla lo conduce a distogliere lo sguardo ed a perdersi nelle mille occupazioni che riesce a trovare. L’idea che in fondo, tutto finisca nel nulla, conduce le grandi potenze mondiali a spendersi per salvare la Terra dal nulla in cui rischia di sprofondare. E si è convinti di aver creato la pace. Entrambe le prospettive risentono dell’idea dell’Uomo come padrone del divenire, ente dotato di volontà creatrice in grado di plasmare il futuro del mondo. Ogni opera del nostro tempo porta in scena gli spettacoli dell’alienazione dal significato dell’essere.

Sul piano scientifico Einstein era convinto dell’impossibilità del nulla. Persino la fisica moderna ammette che il vuoto quantistico è caratterizzato da una quantità minima di energia, per quanto la quantità più bassa teoricamente concepibile, escludendo la possibilità del nulla. Ma se l’Occidente ha accettato l’inesistenza del nulla nella dimensione dell’esistenza, non per questo esclude che esista il nulla, rischiando il cortocircuito logico, come dimensione alternativa all’esistenza da cui provengono e verso cui ritornano gli enti. E su questo punto rappresentanti attuali della fisica quantistica, basata sulle nozioni relazionali, rinvengono rimandi, se non veri e propri collegamenti, alle filosofie orientali permeate anch’esse dall’antica concezione che l’essere, in fondo, sia nulla. Carlo Rovelli in un’intervista di qualche anno fa dichiarò di aver letto con molta attenzione un breve saggio filosofico di almeno diciotto secoli fa, Mulamadhyamakakarika di Nagarjuna, incentrato sull’idea che gli enti in fondo siano nulla, in sé, perché tutto esiste in dipendenza da qualcos’altro ed in relazione ad esso. In tale prospettiva le cose sono “vuote” nel senso che non hanno realtà autonoma ed esistono unicamente in un rapporto di relazione le une con le altre. Il buddismo, al pari delle principali dottrine filosofiche e religiose occidentali, intende il nulla come principio di tutte le cose e metà prediletta a cui dover ritornare come stato di liberazione dal dolore, il nirvana. In Nepal, a ovest di Kathmandu, domina la città una collina boscosa su cui sorge uno dei templi più antichi della tradizione buddista nepalese, Swayambhunath.

La leggenda racconta che l’intera valle di Kathmandu fosse un tempo un enorme lago, al centro del quale cresceva un fiore di loto che irradiava una luce unica. Il Bodhisattva Manjushri, per rendere il loto venerabile, scavò una gola fra le montagne in grado di far defluire l’acqua, liberando la valle di Kathmandu e permettendo i primi insediamenti nell’area, trasformando il loto in una collina. La collina su cui sorge il tempio è Swayambhu, “creato da sé”, quindi dal nulla. L’atto di creazione che permette all’ente stesso di diventare altro da sé. Persino in un canto rigvedico, l’inno alla creazione, si lascia intendere che l’origine di tutte le cose è da ricondursi ad una dimensione assimilabile al nulla. L’intero induismo è permeato dei concetti di creazione dal nulla e distruzione. Oppenheimer parafrasando un verso del Bhagavad Gita, testo sacro indù, affermava “Ora sono diventato Morte, il distruttore di mondi”. Nella versione originale a parlare è Visnù e la Morte altro non è che il Tempo annientatore. L’idea che il nulla sia l’inizio e la fine è il distruttore dei mondi. Quella che si definisce come follia occidentale è anche follia dell’Oriente.

Sorgerebbe spontaneo chiedersi perché se gli enti sono eterni, all’opposto di quanto si ritiene evidente, appare l’illusione del divenire? Perché tutto ciò che appare è destinato ad essere oltrepassato ed a scomparire? È la questione che poneva Popper. Se in un mondo parmenideo di immutabili il tempo è soltanto un’illusione della coscienza e non un annientatore, come mai l’uomo sperimenta ogni istante il divenire su di sé e su ciò che lo circonda? Severino nella Gloria e negli scritti successivi dimostrava la necessità che ogni configurazione della Terra fosse destinata ad essere oltrepassata e a scomparire. Poiché ciascun apparire è destinato ad essere oltrepassato, è destinata ad essere oltrepassata anche quella configurazione in cui la Terra, isolata dal destino, è incapace di concepire la storia come il processo di comparsa e scomparsa dell’eterno. Configurazione che è eternamente salva al pari degli altri enti perché come ricorda Massimo Cacciari in Metafisica Concreta “la verità fa apparire l’errore, non ha il potere di annullarlo”. Il destino dell’Uomo è abitare l’alienazione fin quando la verità non si farà innanzi costringendolo a rivedere il senso del tempo. Cronos non divora i suoi figli ma è il testimone degli eterni, il luogo del loro apparire e scomparire. Finché l’individuo non sarà in grado di liberarsi dalla convinzione che il divenire significhi annientamento, non sarà in grado di pensare l’Eterno. Ciò che sta da sempre e per sempre al di là della contingenza e della possibilità.

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