OGGETTO: Le femministe contro Elliot Page
DATA: 03 Dicembre 2020
SEZIONE: inattuali
Se Elliot Page uccidesse una donna, commetterebbe un femminicidio? Storia breve di un cortocircuito.
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La persona da noi conosciuta fino ad oggi come Ellen Page, o come l’interprete di Juno, la “migliore attrice” nominata nel 2008 agli Oscar, ha annunciato di essere transgender e adesso si fa chiamare Elliot Page. Dovremo averlo detto bene senza urtare la sensibilità di nessuno. Ad ogni modo se queste dichiarazioni ci lasciano del tutto indifferenti, ci interessa però la reazione che la vicenda ha sollevato in seno ad una parte della comunità femminista, malgrado quest’ultima si sia sempre battuta al fianco della comunità LGBTQ+, come sua principale alleata. L’universo femminista infatti si era già spaccato qualche mese fa, quando venne depositato in Parlamento il ddl Zan (di Alessandro Zan, primo firmatario del PD), poi approvato lo scorso novembre alla Camera e ora in attesa al Senato. Il disegno prevede di inasprire la lotta “contro le discriminazioni e violenze per orientamento sessuale, genere, identità di genere”. Aggiungendo delle aggravanti a reati già previsti dalla nostra giurisdizione, affinché le violenze, fisiche o verbali, contro gay, lesbiche, bisessuali e transgender vengano punite, il ddl vuole sensibilizzare la popolazione sulle questioni relative all’identità di genere. Infatti l’incipit chiarisce che: “Per identità di genere si intende l’identificazione percepita e manifestata di sé in relazione al genere, anche se non corrispondente al sesso, indipendentemente dall’aver concluso un percorso di transizione”. Quest’affermazione – che mira a indebolire il concetto di sesso biologico a favore di una più libera mobilità della coscienza all’interno di un ventaglio di generi a cui si può liberamente aderire con un semplice atto del pensiero, con un semplice cambiamento nel modo di percepirsi, come se il soggetto potesse creare il reale invece di esserne sopraffatto – non poteva lasciare indifferenti le femministe più ortodosse. Il movimento “SeNonOraQuando” di fatti, ha chiesto con una lettera-appello di modificare il riferimento all’identità di genere, perché, come sostiene Francesca Izzo, tra le fondatrici, “la terminologia suscita ambiguità”. La Izzo e una parte del mondo femminista, come ad esempio il collettivo ArciLesbica (che ha commentato in modo colorito la vicenda Page) temono che questo processo comporti una neutralizzazione delle differenze, e che se donne si può diventare, come sostiene Simone De Beauvoir, con tanta facilità, allora perderebbero di senso anni di lotte femministe: “Le donne in tutto il loro processo di liberazione e di uscita da una condizione di oppressione sociale hanno messo in discussione il genere che veniva loro assegnato e che le poneva in condizione di subalternità. Con questa espressione si sostituisce l’identità basata sul sesso con un’identità basata sul genere dichiarato. Come scriviamo nella lettera, attraverso ‘l’identità di genere’ la realtà dei corpi – in particolare quella dei corpi femminili – viene dissolta. Il sesso non si cancella”.

Se portiamo alle estreme conseguenze gli assiomi che sono in gestazione nelle righe di questo ddl, ma più in generale di un certo orientamento dominante nel mondo culturale e dello spettacolo, e che vuole lasciare alla libera coscienza individuale e alla libera percezione di sé la decisione del genere a cui appartenere, gli esiti sembrano inquietanti ma anche grotteschi. È vero che al momento il passaggio transgender richiede, almeno all’anagrafe, delle modificazioni strutturali del proprio corpo, per via ormonale o chirurgica, che attestino la veridicità e la volontà della transizione. Tuttavia il caso Page è un primo passo verso l’affrancamento da questo criterio, perché presuppone che la percezione di sé abbia valore performativo: l’autoproclamazione, il riconoscimento personale (un’agnizione così privata, intima e difficilmente verificabile) deve diventare legge. È un cambiamento epocale, antropologico (e quindi ha tutto il potenziale per diventare anche giuridico) che eleva la coscienza personale e individuale a criterio dell’oggettività legale. Il soggetto pretende che la sua identità venga riconosciuta dalla collettività secondo un atto della propria volontà compiuto sulla base di uno stato d’animo transitorio e mutevole.

Se non ci tocca affatto la dichiarazione di Elliot Page, che pure è libero di sentirsi un uomo con tutto ciò che comporta questa “categoria” – che per altro viene identificata come il retaggio di un costrutto ideologico patriarcale, allora che senso ha aderirvi? A che idea di uomo sente di appartenere Elliot? Se si sente maschio è un maschio bianco, ed essendo sposato con una donna è anche eterosessuale… in questo caso è un privilegiato, un nemico della comunità LGBTQ+ – ci sconvolge di più pensare che il consolidarsi di questa tendenza sottoporrà le istituzioni a un’incertezza giuridica perenne sulle questioni di identità di genere. Il che poi complicherà immensamente la vita delle femministe, delle femministe di professione soprattutto, quelle che con le debolezze correlate all’identità femminile hanno circoscritto lo spazio e i membri di riferimento della loro battaglia, creando grazie a questa circoscrizione esclusiva il loro principale dispositivo di rivendicazione politica. Come faranno con la violenza sulle donne compiuta da uomini che affermano di riconoscersi nell’identità femminile? Come chiameranno il femminicidio a quel punto? Oltre alle complicazioni in ambiti sportivi (a breve vedremo dei pugili autoproclamarsi donne e spaccare la faccia a delle donne “vere” sul ring), ne sorgeranno di nuove in merito al numero di posti riservati alle donne nell’organico di determinate strutture pubbliche e private: le quote rosa. Potremo ritrovarci con dei parlamenti composti da soli uomini ma da un 70% di loro che si sente di appartenere a un altro genere. Per risolvere il problema del #ManPanels basterà un’autocertificazione in cui si specifichi che i relatori per il tempo della loro prestazione si sentivano decisamente femminili. La transessualità potrà diventare un escamotage per fare carriera tra gli uomini, o magari per appropriarsi indebitamente di tutta l’eredità femminista? Il parto diventerà un atto di razzismo? Le mestruazioni saranno una forma di discriminazione nei confronti di tutte quelle persone che si sentono donne senza esserlo biologicamente?

In definitiva, quanto è rischioso estendere illimitatamente questo approccio dai confini speculativi così indeterminati? Tanto più se si elegge a criterio giuridico la percezione di sé, un atto della volontà individuale che però, oltre ad essere instabile e temporanea, non è neanche così individuale, perché subisce l’interferenza di elementi esterni – condizionamenti familiari o sociali, mode, tendenze, interessi professionali e tutto un complesso inanellato di fattori – che fanno apparire tanto vuoto e retorico qualsiasi appello alla libertà in questo ambito, da ultimo quello di Elliot Page.

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