OGGETTO: Femminicidio di Stato
DATA: 25 Novembre 2023
SEZIONE: Società
FORMATO: Analisi
AREA: Italia
La morte di Giulia Cecchettin si è tradotta in una rivolta diffusa e reale. L'invito a bruciare tutto è così diventato la risposta a un modello stantìo e a imbarazzanti rigurgiti controargomentativi.
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Doveva avvenire che il gesto più simbolico che potesse esserci, la fine delle lacrime televisive e dei proclami limitati a due giorni all’anno, con tanto di nastrini, di minuti di silenzio, di programmi televisivi, speciali, dati e numeri, di opinioni ed esplosione di notizie di cronaca sull’argomento della violenza di genere, sia arrivato in queste calde, concitate e drammatiche giornate successive al ritrovamento del corpo di Giulia Cecchettin e all’arresto di Filippo Turetta, da sua sorella Elena:

«Turetta viene spesso definito come mostro, invece mostro non è. Un mostro è un’eccezione, una persona esterna alla società, una persona della quale la società non deve prendersi la responsabilità. E invece la responsabilità c’è.»

Una responsabilità universale e civile che oltrepassa i limiti del singolo caso e diviene emblema di una presa di coscienza collettivo. Più impegnati a discutere della valenza, dell’etimologia di termini o espressioni come patriarcato o cultura dello stupro, favorevoli o contrari a riconoscerne l’esistenza ontologica, in lunghi dibattiti su giornali, televisioni o social, abbiamo dimenticato l’umanità e la realtà: il persistere e la crescita di azioni che culminano nel femminicidio, e che, sfumando, si insinuano nei singoli gesti, ripetuti e canonizzati, di una società che ha ammesso come normalità degli squilibri e delle ingiustizie ormai radicati. La discriminazione di genere si traduce in una somma di eredità antiche e di nuove criticità, laddove alla discrepanza tra differenti possibilità umane e lavorative, che sussistono tra uomini e donne, si aggiungono i deliri di una società capitalista che è liquidazione, distruzione di comunità e di connessioni, tra famiglie e istituzioni svuotate di autorità, in una realtà che oggettifica e mercifica qualsiasi cosa e dunque anche le persone che ne fanno parte, accentuando i divari. Il tutto condito da un’indifferenza non più sostenibile.

Una responsabilità universale maschile è quella che ormai da tempo si richiama. Responsabilità di Stato, aggiunge Elena. E checchè qualcuno vi intraveda un attacco diretto al governo, questo appello, in un mondo ideale, dovrebbe essere generalizzato e super partes. Perché questa non è una questione ideologica, non lo è mai stato, mentre sta finendo per diventarlo. Nessuno, di nessuna forza politica, può ritenersene esente, poiché seri interventi di cura psicologica, di educazione al rispetto attraverso le scuole non sono stati mai seriamente avviati (mentre i progetti, i lavori di gruppo e le relazioni trite e ritrite di educazione civica tormentano i sogni del corpo docenti); il tutto mentre gli enti intermedi arrancano e le famiglie sono spesso impreparate a raccogliere una simile sfida, gigantesca se appaltata alle sole istituzioni scolastiche.

Oggi si propongono ore aggiuntive di educazione sentimentale a scuola, anche se si prospetta che ciò verrà fatto ancora una volta in maniera fallimentare e con un’occhio alla spesa – laddove l’istruzione, assieme alla salute, continuano a vedersi umiliati e demoliti in quanto diritti sociali. Verrà fatto senza investimenti in psicologi, tecnici, esperti. Senza costruire intorno alle proposte una solida impalcatura di ricostruzione dei fragili fili della nostra società. Pertanto, l’unico criterio per colpire il problema resterà ancora la (paventata) repressione, mai la prevenzione. Mentalità radicata nel contesto italiano, laddove si preferisce sempre “curare” che prevenire (e, aggiungeremmo, curare male).

La prevenzione latita laddove l’attenzione alla salute mentale è ai minimi termini. Un problema enorme che diviene questione di genere. Le briciole del Bonus Psicologo, concentrate ora nelle fasce economicamente più deboli, sono di appena 8 milioni di euro per il 2024, laddove i 25 milioni stanziati per il 2022 hanno coperto appena il 10% delle domande presentate. Inoltre i dati relativi alla percentuale più alta di donne che vanno in psicoterapia, rispetto agli uomini (53,6 % contro 46,4 %) suggerisce un problema di fondo: oltre ad essere, obiettivamente, un lusso lavorare per la propria cura e il proprio benessere mentale, la psicoterapia viene associata ad una sorta di debolezza da molti uomini. Percepirsi fragili diviene sinonimo di tale debolezza, opposta ad una apparente ed ostentata virilità.

Risultati dell’incapacità di percepirsi fragili divengono la difficoltà di affrontare il rifiuto o la solitudine, che si trasformano in sconfitta personale. Ecco dunque che ogni prevaricazione diviene l’emblema di una cultura – moderna, capitalista e tradizionale ad un tempo – in cui l’uomo non può mai perdere, né sentirsi inferiore. Deve insistere, laddove rifiutato. Deve controllare, laddove la cultura del controllo anche tecnico straripa in ogni forma possibile dai piani alti ed interessa ogni categoria sociale. Figurarsi poi se ad infliggere tante e tali sconfitte è chi, come la ragazza, moglie, ex di turno, nella sua dignità di persona, non è mai stata e continua a non essere mai riconosciuta completamente come tale.

Il non possedere con le buone o con le cattive, è esso stesso percepito come un sintomo di debolezza. Comincia con le parole e con la prevaricazione. Talvolta con lo stalking. Spesso si radicalizza in gelosie e ossessioni. Non sono fenomeni sempre presenti, ma diffusi in una certa mentalità storicamente stratificata. Come ha evidenziato Elena Cecchettin, non mostruosità (dunque eccezioni) ma comportamenti normali nella loro anormalità, sintomo di insicurezze diffuse, di debolezze e fragilità represse, che sfociano nella violenza

Sorprendono allora le critiche piovute contro le parole di Elena Cecchettin. In un meccanismo ormai consolidato – genocidio di Gaza docet – la vittima diviene il colpevole, laddove esce da certi parametri sociali o mediatici. Ancora una volta, nel vero mondo al contrario ci si può permettere di sindacare sulle dichiarazioni apparentemente politiche di chi ha appena visto la sorella uccisa. Oppure si può accusare di politicizzazione, per una sindrome dell’accerchiamento ideologico dei conservatori che diventa vieppiù evidente, qualunque riferimento ad un problema più strutturato dell’evento del femminicidio o dello stupro. Smarrendo quella capacità, pur minima, di mettersi nei panni dell’altra.

Impazza così un inappropriato assalto frontale a delle generiche sinistre, accusate di deviare il discorso o di farne oggetto di campagna elettorale. Posto che in talune forze politiche ciò sia poi effettivamente avvenuto, il punto è che ciò allontana completamente dalla complessità e dall’umana e banale quotidianità del male.

Perché è impossibile, o sarebbe umanamente impossibile, ritenere eccessivi gli appelli ad una lotta alla cultura dello stupro. Appelli a cui non è più possibile replicare affermando che non tutti gli uomini siano violenti a quel livello (dichiarazioni di imbarazzante ovvietà e di scarsa comprensione del problema) ma che dovrebbero spingere a prendere consapevolezza della violenza più diffusa, quella del gesto o della parola. Quella di consuetudini che non possono più essere considerate innocenti o trascurabili.

Non può essere ritenuto (ad esempio) eccessivo denunciare il divario tra la libertà di movimento di un uomo, di notte, in una qualunque strada e di una donna nel medesimo contesto, rischioso oltre ogni limite per la seconda. E non si dovrebbe pensare di dover insegnare alla seconda a stare attenta e a proteggersi senza intervenire anche sul primo, laddove ancora una volta il problema non dovrebbe mai essere la vittima che si deve proteggere, quanto colui da cui deve proteggersi.

Siamo abituati a concentrarci sull’evento, a piangere nel sensazionalismo mediatico e a non riflettere sulla complessità del contesto; alimentati da un’opinione pubblica che si gonfia, esplode e poi tace nel giro di pochissimi giorni, abbiamo perso il contatto con le tematiche di più stringente urgenza in merito alla salute mentale, alla dignità e alla libertà delle persone, seppelliti sotto pagine e pagine di considerazioni, di dati e di indignazione vera o presunta, che si reitera nella mancanza di seri provvedimenti.

Di omicidio di Stato si deve dunque, a ragione, parlare. Di omicidio mediatico. Di omicidio che alla fattualità sostituisce la cronaca nera, lo spettacolo e un dibattito che, oltre ad essere inutile, non serve ad altro che a rinfocolare la propria parte, a nutrire oltretutto questioni di cui nessuno ha chiesto conto. Come chi si è concentrato sulle felpe indossate da Elena Cecchettin, anziché sulla tragica potenza delle sue parole. Oppure come chi ha fatto appello a presunte esagerazioni o incongruenze, evidenziate dalla stampa conservatrice: perché non si potrebbe, secondo alcuni, manifestare coerentemente contro la violenza maschile e contro l’islamofobia anti-palestinese allo stesso tempo (come se denunciare la violenza o l’ingiustizia, in qualunque forma si manifestino, non fosse già sintomo di coerenza).

E una nota di merito va anche a chi, come ne Il Foglio, ha dedicato alla questione il solito titolo di difesa dei valori occidentali, come se le culture dello stupro fossero un problema soprattutto non occidentale da integrare all’onnipresente scontro di civiltà, il che giustificherebbe talune (presunte) guerre al terrorismo ad opera di certe democrazie mediorientali.

L’appello a bruciare tutto lascia presagire qualcosa che al di là di macchiette ormai svuotate di efficacia, si traduce in una rivolta diffusa e reale. In una richiesta di interventi veri, radicali; un imponente segnale dell’impossibilità di ignorare, sminuire o deviare il problema della discriminazione di genere, come è stato fatto per troppo tempo. Augurandosi che, tra chi cavalcherà l’onda per aumentare il proprio seguito e la propria popolarità, senza reale interesse per la questione, emerga anche una più ampia, complessa lotta alle ingiustizie, incapace di accettare compromessi ed incoerenze, connessa ad una più generale lotta ad un sistema economico-sociale distorto ed autoreferenziale, basato su privilegi antichi e moderni.

Quasi un invito alla rivoluzione che ha l’aspetto di una sollevazione generale e non di un timido appello alla non violenza, e che sembra riecheggiare le parole di Michelstaedter:

«Il giorno che voi acquisterete piena coscienza dei vostri diritti e della vostra forza, il giorno che sarete raccolti attorno ai vostri eroi […] sotto le bandiere della libertà popolare, il giorno che vorrete affermare l’inizio di una nuova vita di giustizia e di fede – quel giorno l’umanità e il progresso della borghesia vi riveleranno la loro vera faccia, vi stringeranno in un cerchio di ferro e di fuoco, senza pietà per gli schiavi che si ribellano.»

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