L'editoriale

Italia paranoica

Siamo morti il giorno in cui abbiamo creduto, anche per un attimo, di essere immortali.
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A inizio febbraio nella città iraniana di Qom, dove mi trovavo in quei giorni, il Coronovirus non era ancora oggetto di discussione nazionale. Lo sarebbe diventato qualche giorno dopo, appena atterrato a Milano, prossima a diventare zona a rischio contagio insieme a tutta l’Italia. Eppure le mascherine già le indossavano quasi tutti negli aeroporti di Fiumicino e Malpensa, i quali col passare del tempo, diventeranno dei veri e propri deserti urbani. Come se quel pezzo di stoffa poggiato sul viso potesse proteggerci dalle contaminazioni e quindi, per i più sfortunati e vulnerabili, dalla morte.

Testi fondamentali

Il virus che spaventa il mondo intero uccide, soprattutto gli anziani, colonna vertebrale della società moderna e custodi di una civiltà perduta. A dirlo sono i dati, e chi scrive non vuole negarlo, tantomeno minimizzarlo, bensì parlare di noi stessi, del sentimento di paura individuale, di psicosi collettiva, infine del rapporto naturale che ogni essere umano dovrebbe intrattenere con la morte. Perché a furia di imbalsamare i cadaveri, soffocare i ricordi funebri, allontanare i cimiteri dalle città; a furia di confonderla, nasconderla, rimuoverla, ci siamo dimenticati che la morte fa parte del ciclo della vita, ed è impossibile sfuggirne. Non ci sono riusciti, ci ricorda Alberto Giuliani ne Gli immortali,  “ricercatori che clonano, tagliano e cuciono ai limiti dell’eugenetica” tantomeno “i padri della robotica umanoide”; e ad oggi gli unici ad avercela fatta sono coloro che nel passato e nel presente ci hanno fatto i conti, comprendendola, accettandola, interiorizzandola, scegliendo quella più bella e salvifica: nel martirio, nel sacrifico, nell’eternità che trascina i morti nel mondo dei vivi, nel lutto, nel dolore, nella lamentazione, che riporta i morti nel mondo dei vivi. È un’immagine che mi riporta a Najaf, in Iraq, dove si trova il santuario dell’Imam Ali, con la sua cupola dorata che veglia sul grande cimitero collocato nel cuore della città santa, una distesa di lapidi bianche dove i ragazzi giocano, si rincorrono, ma soprattutto si innamorano.


Seppuku

Ora invece di accarezzare i contagiosi e di cullare le bare, tutto viene medicalizzato, ospedalizzato, isolato, e l’unica forma di espiazione diventa la legge marziale, lo stato di emergenza, la cultura americanizzata del “survivalismo” per cui si svuotano supermercati e si assaltano i treni per fuggire dall’epidemia. Un conto è la prevenzione, un altro è la nevrosi. Di sicuro un corpo sociale consapevole che si muore un po’ per poter vivere è un corpo sociale sano che invece di imprigionarsi a casa in quarantena si incammina nel deserto della Quaresima.

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Le memorie di un paracadutista ad El Alamein

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Roma sul filo dell'impossibile

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A cosa servono le città

Le città (e in particolare le metropoli contemporanee) non sono realmente il frutto di pure necessità sociali, storiche e tecniche, il cui sviluppo è gestito dagli uomini. Le città sono delle entità viventi inorganiche, che tramite la loro accumulazione e gestione di informazioni, dati, codici, simulazioni, speculazioni e controllo sugli uomini stessi rendono questi ultimi dei meri componenti della programmazione urbana e del loro sostentamento.

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