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Farai di te stesso fiamma

È soprattutto nelle pagine della sua tesi - La Persuasione e la Rettorica - che si estrinseca il pensiero di Carlo Michelstaedter, il filosofo alla ricerca della Vita, e che per essa è morto.
È soprattutto nelle pagine della sua tesi - La Persuasione e la Rettorica - che si estrinseca il pensiero di Carlo Michelstaedter, il filosofo alla ricerca della Vita, e che per essa è morto.
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La realtà, scomposta e liquida, contraddittoria e devoluta alla trasformazione e allo slittamento verso il virtuale, richiede oggi all’umano uno sforzo tanto titanico quanto inutile. Così la filosofia e le religioni, la spiritualità e la scienza, si contendono le aspirazioni umane alla felicità e alla vita. Ne solleticano le ambizioni e le coagulano verso obiettivi, spesso lontani. Siano essi il progresso o la salvezza. L’immortale chiama. Le strutture umane rispondono. 

E sparse si alzano grida di dissenso. E si rivolgono a tali strutture e sovrastrutture. Esistenti, passate e future, senza preferenza alcuna. L’umano che grida all’inizio del tramonto occidentale è un folle solitario, come Nietzsche. In Italia, fatalmente incuneato al confine decisivo, in un mondo che gli orrori delle guerre mondiali spazzeranno via, ovvero a Gorizia, si alza all’inizio del Novecento una fragorosa ribellione. Effimera, rasenta una ribellione alla realtà così come viene imposta. Una ricerca disperata della radice di ogni male e di ogni bene. Una richiesta disperata di vita. Carlo Michelstaedter, racchiusa quasi la sua incredibile parabola nelle densissime pagine della sua tesi di laurea “La persuasione e la rettorica” è stato un intellettuale inattuale e profondissimo. Una fiammata improvvisa, paragonabile a quella di Yukio Mishima, concentrata in un arco di tempo nettamente inferiore. Morto suicida, si è consegnato come un martire dell’esistenza stessa. Nei suoi scritti precedenti e paralleli alla sua tesi, troviamo già raccolto tutto del suo elaborato e coerente sistema di pensiero. 

Cos’è il Bene, innanzitutto? È contraddizione inesauribile, una illusione nei termini. 

«Sommo bene dovrebbe esser la vera conoscenza e il piacere di questa conoscenza: ma vera conoscenza è annullamento di conoscenza e conoscenza in genere è sempre una azione negativa che non dà che puro dolore – è il dolore stesso.»

La conoscenza come dolore è un riecheggiare leopardiano, a cui si associa un desiderio di un vivere diverso. Rotta l’illusione non resta che la tristezza, o melanconia, che è pura volontà di vivere. Felicità è l’illusione di avere una volontà o di essere qualcuno. Non potendo prevedere l’universo delle illusioni spettacolari su cui si sorregge la nostra attuale società, Michelstaedter intravede lo spiraglio di una fuga disperata e inutile. Teorizza una ribellione totale e violenta all’ordine costituito, così nel Discorso al popolo:

«Fin che voi soffrite in silenzio la vostra miseria materiale e sociale, voi siete un’innocua moltitudine d’infelici da sfruttare: e la società borghese vi sfrutta in pace e in silenzio, – e perché vi tiene col gioco del vostro bisogno e della vostra debolezza, non ha bisogno di farvi sentire la forza micidiale delle sue armi. Ma le sue armi le prepara nel silenzio e nella pace, e le sa coprire con le apparenze luminose d’umanità e di progresso, e voi – voi le applaudite!…»

Così si stende l’anarchica invocazione di un ordine nuovo, caotico quanto infinitamente umano, privato delle sue leggi, delle sue istituzioni, della sua “scienza vana”, della sua “morale ipocrita”. Il tutto per preparar il mondo “dove regnerà l’uomo, l’uomo del lavoro, l’uomo sano nel corpo e nella mente”. Sanità mentale e fisica che non coincide con l’aspirazione conoscitiva, quanto con uno slancio vitale indefinito. L’uomo appare a Michelstaedter uno spettacolo di incredibile fascino. Una manifestazione pulsante della potenza della natura e della vita: 

«Che con misere pur nella loro apparente bellezza, le volontà sociali che turbinano nel mondo; l’uomo nella sua forza, nella sua vita naturale, nel giuoco delle sue potenze ingenue, nella libertà della sua vita selvaggia, è uno spettacolo più profondamente bello d’ogni altro; solo di fronte al grande mistero dell’essere ch’egli non indaga ma intuisce.»

Intuito selvaggio. Condensato di potenza. L’uomo di Michelstaedter, solo apparentemente simile ad una umanità carica di potenziale, pronto a disvelarsi nella tragicità della prima metà del secolo breve, è un disperato, un solitario. Un melanconico in cerca di vita. Ogni aspetto della propria individuale affermazione è uno schermo. La parola è uno schermo. Una pura apparenza di possesso della vita. 

L’arte stessa è mancanza di vita. Perché è mancanza di emozioni vissute. Così Rico, rispondendo a Nino nel Dialogo della salute, afferma che gli artisti “non soffron più le emozioni di questa terra – essi gli dei”. Schiavi del personaggio costruito, gli artisti sono fuori della vita, così i presunti tali. Propensi all’immortali, i nuovi dei marciano compatti verso il futuro del post-umano. Le emozioni nel frattempo restano indietro, la vita sfuma. Non soffron più le emozioni di questa terra né i pittori, né i visionari della Silicon Valley. E così anche la scienza, che pur studiandola non sa che sia la vita:

«Essa non si domanda mai perché e a che la vita – e questa è l’unica domanda che vale per l’uomo.»

Condannati alla finitudine necessitiamo di simili palliativi, fingiamo soddisfazione “alla qualunque debolezza”. Così il dovere di famiglia, il dovere di patria, il dovere di classe: 

«Grido perché mi paghino di più – non sono un uomo che ha fame – sono “il popolo”, “il Sole dell’avvenire”»

Necessitiamo di chiesa, di luoghi di ritrovo, di caffè, di cariche pubbliche e di piaceri raffinati. Diremmo, di reti sociali. Forse dell’illusione di un universo parallelo come il metaverso. La soluzione è nell’accettazione di una vita vera e pura. Poiché è impossibile essere diversi da ciò che si è. Ogni aspirazione deve essere aspirazione a vivere come primi e ultimi:

«Cosa che mi possa far esser diverso da quel che sono non esiste, che mi potrebbe togliere di continuare in ciò e per ciò che non esiste, ma non potrebbe mai togliermi il mio mondo: che duri un anno o un secolo sarà sempre lo stesso.»

Che si viva per anni, prorogando la morte senza soluzione, o che si perisca presto ha poca importanza. Scintilla di una parabola rapida e da osservare con riverenza, Michelstaedter ha sintetizzato prima dell’esplosione dell’inizio del Novecento, una inquietudine diffusa, giovanile ed incontenibile. L’ha lasciata agli occhi dei moderni, disabituati alla Vita. Ha proclamato l’Esistenza come l’essere nati come il nostro unico e vero obiettivo:

«Voi vivete perché siete nati – ma dovete rinascere per voi stessi – per vivere.»

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