Poetica e tecnologia nel pensiero di William Ford Gibson

Breve storia del movimento Cyberpunk.
Breve storia del movimento Cyberpunk.

Esiste una sola storia, quella del mondo e della sua vorticosa immanenza. Non c’è mai stato un prima e non ci sarà un dopo. È con questa premessa che bisogna addentrarsi nell’universo di finzione ricreato dallo scrittore americano, naturalizzato canadese, William Gibson; soltanto così possiamo apprezzare a pieno la patina ossidata di quella grande lastra di acciaio rifrangente che è la sua produzione, soltanto così potremo guardare attraverso i riflessi dei fasci luminosi che invadono le nostre retine, abbagliandoci in un vertiginoso senso di smarrimento ontologico. Non c’è bisogno di una mappa per questi territori, perché non c’è una meta. William Gibson non è il precursore di niente, non ha creato nulla, né tantomeno fondato un movimento letterario, ha dato forma all’interconnessione tra due realtà precostituite. Chiamatelo profeta, se volete fargli un torto.

William Ford Gibson

Nato nel 1948, William Ford Gibson crebbe nelle atmosfere surreali e disturbanti degli Stati Uniti del secondo dopoguerra. Come molti americani fu costretto per ragioni lavorative paterne a spostarsi continuamente, cosa che acuì il senso di smarrimento e di isolamento con il quale si spartiva l’esistenza. Dopo la morte del padre (soffocato durante un pranzo di lavoro) tornò a vivere a Wytheville con la madre perennemente ansiosa e depressa. Anche lei morirà pochi anni più avanti. Lettore fervido, appassionato del genere science fiction e degli scrittori della Beat Generation, a dodici anni aveva già preso coscienza della volontà di divenire scrittore.

Orfano, isolato e schivo, abbandonò il liceo per unirsi alla controcultura giovanile e girovagare il continente americano ed europeo. Nei primi anni ’70, il giovane Gibson, trasferitosi in Canada per evitare di combattere la sporca guerra del presidente Nixon, sognava ancora ad occhi aperti la carriera di scrittore. La fuga da quel Vietnam, catalizzatore per le menti della cultura pop dominante, non fu – per sua stessa ammissione – sinonimo di avvicinamento al sentimento antimperialista che imperversava nelle polverose strade americane, bensì capriccio di libertà aderente alla sub cultura hippy. Studente all’università di Vancouver, Gibson batteva a macchina le sue storie, pittoreschi racconti di fantasia ambientati in un’epoca molto vicina al nostro 2020, un futuro controverso e iperbolizzato; intanto permeava i contorni della società, frequentando altri dodgers come lui senza mai lasciarsi pienamente assorbire dalla spirale psichedelica e delirante di stupefacenti e suicidi che macchiavano le vite dei giovani nord-americani.

Gibson nel 2007

Nel ’77 si laurea in letteratura inglese, affronta la prima paternità e nell’assoluta mancanza di entusiasmo per la borghesissima “carriera”, rispolvera l’interesse per la fantascienza. Nel mondo, però, qualcosa era cambiato, si udiva l’eco di un movimento culturale nuovo e sfrontato, rumoroso e colorato.

Ho preso il Punk come la detonazione di un proiettile a fusione lenta, sepolto in profondità nel fianco della società un decennio prima, e l’ho preso per essere, in qualche modo, un segno. E poi ho iniziato a scrivere.

William Ford Gibson

I suoi lavori collidono con quelli dell’amico Bruce Sterling, altro bastione letterario della frontiera cyberspaziale, nella raccolta Mirrorshades. Proprio con questa parola, con la quale i due volevano dare il volto a un movimento nuovo, bisogna inquadrare la poetica di Gibson: gli occhiali a specchio indossati dagli infiniti abitanti dello Sprawl, enormi concentrazioni di megalopoli dove il malthusianesimo è dimentico, sono le stesse lenti indossate dallo scrittore quand’egli decide di uscire dalla matrice per addentrarsi nelle atmosfere burroughsesche della città; sulle sue lenti si rinfrange la fotogenia della cruda realtà, i colori tetri del mondo e la luce autoritaria della tecnologia che è sempre stata, è ora e sempre sarà. L’occhiale a specchio è, dunque, mimesi da raccontare.

Gibson attinge dalle teorie marxiste sulla cultura secondo le quali dalle strutture societarie ed economiche si ricava una sovrastruttura capace di influenzare la struttura stessa. Non a caso, lo scrittore canadese si era interessato agli studi del critico letterario Frederic Jameson, influenzato a sua volta dal filologo tedesco Auerbach. Ed è proprio con Jameson che Gibson scopre le sue affinità alla critica post-modernista. L’umanità ha da sempre vissuto il postmodernismo ed è così che il domani diviene soltanto una stima numerica e che nessuno è realmente capace di scrivere il futuro, in quanto esso è già il presente di qualcuno e il passato di qualcun altro. L’individuo non ha bisogno della rassicurazione del mito temporale-lineare ma accetta con nichilismo il suo non-destino, il suo Dasein. Nel divino post-moderno Jamesoniano il senso di perdita è innegabile, ma tutto va di pari passo a una sorta di eccitazione continua.

Bruce Sterling

Anche lo spazio è assente. La matrice o cyberspazio, non sono altro che non-luoghi, un gioco stilistico utilizzato col fine di evitarsi l’imbarazzo di dover spiegare i numerosi spostamenti dei personaggi, ma rappresenta in sé la complessità impensabile del nostro mondo e del pensarsi, dell’individuo, nello spazio e nel tempo. Ancora una volta Jameson entra prepotentemente negli scritti dell’autore. In Postmodernismo (1991) il critico afferma

l’incapacità delle nostre menti, almeno al momento, di mappare la grande rete comunicativa globale, multinazionale e decentralizzata, in cui noi ci troviamo presi come singoli soggetti.

Cos’è questo se non il senso di disorientamento che ci invade leggendo romanzi come Neuromante o Giù nel cyberspazio? E cos’è il cyberspazio se non una forma addomesticata di iperspazio postmoderno postulato da Jameson stesso? Gibson risponde in maniera pratica all’esigenza di descrivere le logiche del tardo capitalismo come la crescita di un mercato globalizzato che non è più in grado di gestire le proprie incoerenze. La cultura post-moderna è irregolare, frammentata e ambigua. La Weltanschauung che ne deriva è l’overdrive di una società penetrata intrinsecamente dal desiderio di consumo e innovazione in cui l’individuo è diviso dalla totalità e in questo scarto egli non è più capace di localizzarsi e mappare i suoi dintorni. Il mondo globalizzato è un mondo liscio fatto di direttrici che corrono sulle strade e sui grattacieli, nelle luci degli schermi, nelle costellazioni di dati che ci attraversano.

La figura dell’eroe di questo mondo è polarizzata, il detective dalla patina noir che batte le strade di Night city è un cowboy della tastiera, un masticatore di dati per antonomasia che si ritrova in qualche modo manchevole nell’aderire alla totalità societaria; il Case di Neuromancer non è più in grado di connettersi alla matrice, per esempio, e quindi di inserirsi in quello spazio interconnesso tra l’individuo e la totalità. Soltanto opponendosi alle grandi concentrazioni multinazionali, le zaibatsu, egli riuscirà a completarsi. La manchevolezza in questione, invece di essere innalzata a segno distintivo sarà il detonatore degli eventi che porteranno l’antieroe all’omologazione; lo scontro con l’autorità tecnocratica delle multinazionali favorirà infine, soltanto il loro gioco.

L’adesione implicita al determinismo tecnologico di McLuhan, frequentatore assiduo dell’Università della British Columbia dove lo scrittore aveva studiato, colpirà negativamente il suo pensiero, facendolo piombare in un pessimismo a-storico. Il possibile ritorno alla natura, di Rousseauiana memoria, è distopia allo stato puro, non esiste la possibilità di contravvenire alla crescita di quella protesi neuronale invisibile che è il digitale. La patologia cablata del personaggio Gibsoniano si riflette in ognuno di noi. La contraddizione del secolo è il disperato tentativo di collocarsi nello spazio-tempo contravvenendo alle regole dell’omologazione, ma è proprio questa spasmodica ricerca dell’individuo che lo porta a immergersi e aderire alla totalità senza mai accorgersene. L’eterna battaglia dell’io è persa; non ci resta che esser parte di quell’eggregora neurochimica chiamata umanità.

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