Ciò che oso pensare

GOG Edizioni pubblica un libro “scandaloso”. Julian è il vero convitato di pietra del Mondo Nuovo, la fonte di inesauribile ispirazione e il modello con cui, a volte, si fa l’amore e altre volte si lotta. È a Julian che bisogna guardare se si vuole capire il profetare mondano di Aldous. 
GOG Edizioni pubblica un libro “scandaloso”. Julian è il vero convitato di pietra del Mondo Nuovo, la fonte di inesauribile ispirazione e il modello con cui, a volte, si fa l’amore e altre volte si lotta. È a Julian che bisogna guardare se si vuole capire il profetare mondano di Aldous. 

Una delle più significative eredità lasciate dal ventesimo secolo è stata la riflessione distopica. Non solo Orwell: da Benson ad Atwood passando per H.G. Wells e Huxley, la costruzione di un futuro da incubo ha affascinato molte menti, esercitando un profondo influsso sulla cultura di massa. La domanda rimasta in qualche modo inevasa che restituisce la cifra dell’inquietudine che caratterizza tutto il genere cacotopico, per dirla con Bentham, è però sempre la stessa: da dove proviene tutto il carico intellettuale, da dove nasce l’edificio immaginifico di questi racconti? Possibile che non ci sia alcuna causa ad accendere la miccia, o che ritratti di personalità insolitamente sensibili e suggestionabili bastino a spiegare il portato spesso apocalittico dei racconti?

Quando Giona arriva a Ninive, porta con sé una profezia di distruzione: i niniviti si dimostrano ancora un popolo arcaico, prendono sul serio questo genere di cose. L’ironia tragica dell’uomo greco riserva a Cassandra un destino assurdamente crudele: il mondo – così lontano dall’Israele biblico – è con ciò sempre estremamente giovane, sa che il futuro è avvenire, non si controlla. È intollerabile la profezia di sventura, ma ci si crede perché è l’unica cosa che si possa realmente fare per limitare danni potenzialmente esiziali: è un atteggiamento perfettamente razionale nel suo contesto, la superstizione non c’entra davvero nulla. Una profetessa inascoltata è garanzia di catastrofe, va uccisa: «Perciò ecco, io mando a voi profeti, sapienti e scribi: di questi, alcuni li ucciderete e crocifiggerete, altri li flagellerete nelle vostre sinagoghe e li perseguiterete di città in città». L’equilibrio è tanto più fragile quanto più l’uomo si sente minacciato dagli eventi che incombono: se il profeta in patria è inascoltato perché si conoscono bene i suoi peccati e non sembra nulla di speciale, l’attenzione degli antichi è catalizzata da una sorta di terrore sacro verso i possibili falsi profeti, gli oracoli sbagliati, qualunque cosa possa condurre il popolo o la polis alla rovina. 

L’età della tecnica non può più accettare una simile precarietà. Il baconiano, prima ancora dell’uomo di Comte, controlla la natura inospitale e intesse un sofisticato sistema concettuale che legittima il dominio sul reale: veramente naturale diventa non ciò che è, ma ciò che potrebbe essere se e quando implementato, migliorato, amplificato dall’intervento razionale. Non c’è spazio per eventi che si verifichino e basta: bisogna che tutto, dalla selezione delle colture al tempo meteorologico, sia previsto per tempo e ricondotto entro certi schemi. Insieme al velo del tempio, è squarciato il velo che copriva gli occhi di quegli uomini e quelle donne pronte, infine, a guardare l’abisso: non è più tempo di attendere, di essere tesi al e attesi dal futuro; è tempo di plasmarlo. Si chiude l’era delle profezie, il messia è già venuto e l’uomo ora è solo: o il sàpere della fede, o lo sciire della scienza

Che cos’è allora la distopia, se non la forma secolarizzata del profetare? L’utopia infatti non è altro che l’imitazione prometeica dell’éskatos, portatrice in se stessa di forti ambiguità: Babele è rovina e distruzione, ma prima è stata il sogno, il grande progetto – l’oggi gettato in avanti con forze umane soltanto, l’ambizione proiettata su se stessa. I creatori di distopie, i disegnatori del futuro che nessuno vuole ma verso il quale siamo incamminati, occupano adesso il vuoto lasciato dal silenzio di Dio. Dio non parla più – «se non ascoltano Mosè e i Profeti, non saranno persuasi neanche se uno risorgesse dai morti» – bisogna imparare a leggere i segni dei tempi: allo scrittore di distopie non sfuggono. Anche oggi, pochi ascoltano: la distopia è roba forte, c’è del thrille saper generare inquietudine paga bene. Ma tutto questo non è che finzione, ancora una volta. Piace assistere alle esecuzioni perché si sa che sulla forca potremmo esserci noi ma godiamo a non esserci, piace vedere l’annientamento perché solletica l’orgoglio satanico di chi sa che, se vuole, può produrlo e riprodurlo su di sé. 

È sulle tracce che bisognerebbe focalizzare l’attenzione ed è dai segni che puntualmente questa viene stornata. Quando nel trentadue Aldous Huxley scrive Brave New World punta il dito, nel suo parlare muto, verso una luna che lo attira e lo respinge, lo inquieta, lo annienta: Aldous si pone come profeta e noi da un secolo continuiamo a fissare il suo dito. Continuiamo a parlare del modello T, degli insegnamenti morali che da un’opera del genere dobbiamo trarre, ma non di che cosa abbia scritto effettivamente Aldous, il fratello minore folgorato dalla luce abbagliante che il maggiore, Julian, emana. Julian è il vero convitato di pietra del Mondo Nuovo, la fonte di inesauribile ispirazione e il modello con cui, a volte, si fa l’amore e altre volte si lotta. È a Julian che bisogna guardare se si vuole capire il profetare mondano di Aldous. 

Il mondo nuovo (Mondadori) di Aldous Huxley

È il 1931 quando l’influente biologo Julian Huxley pubblica Ciò che oso pensare, un vero e proprio opuscolo programmatico per la plasmazione di un mondo nuovo, insieme inaudito e realistico. Tra fine Ottocento e inizio Novecento l’umanità ha raggiunto il punto di maturazione per una nuova svolta copernicana, dopo quella inaugurata dalle scienze fisico-chimiche: è l’ora di assistere alla crescita della biologia, quel sapere che «fornisce vasto contributo alle cognizioni pratiche dell’uomo». Decentrata la posizione dell’uomo nel cosmo, demolita la sua aspirazione metafisica, è ora di manipolarne la natura, di giocarci e sperimentare. Il nodo più increscioso individuato dal brillante eugenista è la tendenza, da parte dell’eugenetica stessa, di ragionare in modo limitato, orientandosi solo sul versante della battaglia contro la malattia e «cercando più di riparare ciò che è difettoso e che si stacca dalla norma che non di innalzare allo stato ottimo quello che è normale». Il fondamento ideologico baconiano è chiaro: la natura fa il suo permettendo e incoraggiando l’evoluzione; per il resto sta alla mente dello scienziato disporre di questo processo di base, incrementandolo e potenziandolo a proprio piacimento. Ecco allora che proseguire lungo la strada indicata dall’ordine delle cose significa cessare di «ridurre il rigore della selezione naturale»: il controllo qualità della popolazione è la condizione necessaria non solo per lo sviluppo di quelle magnifiche sorti e progressive che sembrano scritte nel destino di una creatura tanto straordinaria, ma anche e soprattutto per far fronte alle prove ‘naturali’ che attendono al varco l’umano:

«Se un giorno la razza umana produrrà la propria rovina, ciò avverrà perché essa ha contrastato gli effetti della selezione naturale senza tentare di sostituirle qualcos’altro e ha permesso ai cambiamenti negativi di accumularsi, invece che estirparli o impedirl loro di manifestarsi; infine, perché ha trascurato le misure eugenetiche».

Come fare? Anzitutto, per scartare come soluzione un olocausto di ‘minorati’ occorre «impedire che i deficienti abbiano figli», in quanto «riducendo il rigore della selezione naturale, permettiamo di vivere a una eccessiva quantità di inetti»: tutto ciò è pensato «nell’interesse della comunità attuale, della razza futura e degli stessi figli che i deficienti potrebbero avere». 

È chiaro fin da subito che, nietzscheanamente, un’idea forte non può che attecchire in uomini forti. Uomini che abbiano elaborato il trauma del distacco dalla religiosità tradizionale ma anche dal mito teoretico di una natura umana intangibile e sacra e di una scienza come contemplazione del Creato. Non esiste più né Creato né contemplazione: la scienza è resoconto (il più possibile completo) del mondo geometrico-matematico circostante ai fini di garantire i mezzi necessari al dominio di esso. Non si tratta nemmeno di una questione di volgari interessi economici: è in gioco la mela dell’Eden, si tratta di accedere a un livello superiore di conoscenza. Il nuovo paradigma proposto ha un nome eloquente per i lettori del ventunesimo secolo: umanesimo scientifico. Si tratta di accettare, da parte dell’uomo, la propria prospettiva di pidocchio dell’universo, che lungi dal penalizzarlo gli schiude il segreto della propria forza: un’unica incrollabile certezza a sostenere il castello dei sogni, lo scopo. Dio forniva la causa, ma è dichiarato morto assieme ad ogni illusione di fondare una metafisica del trascendente; ora, «se l’umanesimo non può avere le certezze rigide del dogma, può avere almeno una certezza di direzione e di scopo». Lo scopo diventa qualcosa da realizzare con le proprie mani, il campo di applicazione del proprio ego da parte dell’uomo nuovo divenuto semidio, demiurgo universale: è la certificazione che l’homo faber ha definitivamente abbandonatola propria Unmündigkeit, quella minorità ormai insopportabile a chiunque voglia dichiararsi adulto.

Scomparsa ogni traccia di soprannaturale, l’umano assurge a sorgente di nuovi valori e decade ad oggetto di studio, di controllo, di manipolazione: se in passato i valori andavano in qualche modo preservati dalle calamità, «un problema serio per i tempi futuri sarà il modo di conservare intatti i valori nonostante la sovrabbondanza degli agi». In questo senso, è eloquente ritornare con la mente all’esperimento della fogna comportamentale (Calhoun 1962): per evitare esiti simili, sembra ammonire Huxley, è quantomai necessario specificare il senso di proporre una scienza dal volto umano. Se alla scienza va riconosciuto quel carattere di «guida impersonale» e quella capacità di «controllo efficace» indispensabili a che l’uomo consegua il «raggiungimento del suo possibile destino evolutivo», non va dimenticato che la decostruzione di tutto ciò che è eredità e memoria del trascendente deve essere seguita da una nuova pars construens, una nuova evangelizzazione: la «scienza recente» rende necessario smantellare l’impianto teistico per «cercar di trovare nuovi sbocchi per lo spirito religioso». La religione del futuro, «in armonia con la scienza», avrà queste caratteristiche: essenzialmente agnostica riguardo al senso dell’essere, sarà pervicacemente attraversata dal rifiuto della validità dei principi astratti che si sottraggono al dominio dell’empirìa. Ne conseguono coerentemente l’eliminazione di ogni autorità, rito, pratica ocredenza gravitante attorno all’idea di Dio «come unico potere indipendente». Solo il bambino, il mai (e mal) cresciuto può avere dubbi sulla compatibilità tra un siffatto concetto di scienza e una fede autentica:

«Se si considerasse il progresso come un dovere sacro, esso diventerebbe un elemento della religione, i mutamenti non allarmerebbero, né urterebbero più gli spiriti religiosi».

La preghiera cessa di essere una richiesta vile e insistente per evolvere in «sfogo» e «meditazione»; la volontà di Dio, nozionetroppo fumosa per il palato progredito del razionalista, «si risolverà in una combinazione tra le forze motrici della natura e l’influsso spirituale di idee astratte, di certi desideri consci e inconsci dell’uomo». L’idea stessa di religio è posta, oggi come sempre, a fondamento della società, ma è un’idea trasfigurata in maniera delirante, disperatamente faustiana:

«Così, considerata dal punto di vista sia umano sia scientifico, una nuova religione non può essere una religione negativa, di morte, di ascetismo, di rinuncia. Dev’essere una religione di vita […] e però non spaventarsi per la proprietà più grande e più preziosa della vita: quella dello sviluppo e del mutamento progressivo». 

Non senza inquietudine, giova ricordare non solo che Julian Huxley, gioiello della cultura ufficiale del proprio tempo e orgoglio britannico, nonché inventore della nozione stessa di transumanesimo, fu tra i fondatori dell’UNESCO e del WWF, ma anche che le sue parole – insieme a quelle di tanti altri corifei del transumano – oggi riecheggiano chiare nei manifesti programmatici di molti intellettuali. Da Steve Fuller a Peter Thiel, come ricorda Lorenzo Vitelli, la rivalutazione delle pratiche eugenetiche naziste e la decisa preferenza per un governo totalitario sono solo alcune fra le tendenze che popolano l’attuale paradiso del transumano, la Silicon Valley.

Potrebbe dunque essere l’ora – forse – di distogliere lo sguardo dal dito del fratello minore, profeta di sventure, per rendersi conto che qualche traccia, qualche segno da leggere, c’è. Benvenuti al Mondo Nuovo.

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