La Bibbia degli Anti-sistema

Da Elon Musk ai suprematisti bianchi, tutti citano “Dune”, il capolavoro di Frank Herbert. E c’è chi lo imbraccia come progetto politico alternativo
Da Elon Musk ai suprematisti bianchi, tutti citano “Dune”, il capolavoro di Frank Herbert. E c’è chi lo imbraccia come progetto politico alternativo

Alcuni periodi storici finiscono, altri si interrompono bruscamente. Negli States l’era del technicolor iniziò con il ritorno delle truppe dalla Seconda guerra e si interruppe in un flash: 12.30 del 22 novembre 1963. Il colpo di pistola che uccise John F. Kennedy chiuse un’epoca all’apparenza innocente. Ciò che il futuro avrebbe partorito era una questione aperta.

Una risposta arrivò dall’ultimo numero della rivista di fantascienza “Analog”. La rivista pubblicava Dune World, l’inizio di un lungo romanzo di Frank Herbert, autore ancora oscuro. La storia che scorreva su “Analog” profetizzava temi che avrebbero definito il decennio a seguire: ambientalismo, droghe psichedeliche, misticismo, orge, epica del ritorno alla terra, vita selvaggia, amore per gli indigeni, nazionalismo arabo, omicidi politici. La storia cominciava con un eroe in stile Kennedy, Paul Atreides, carismatico capo di una venerabile famiglia impegnata in politica, destinato a ricoprire un ruolo decisivo nell’Impero galattico.

Dopo che 23 editori avevano rifiutato il manoscritto, Chilton Books, noto più che altro per la manualistica, pubblicò il libro in tiratura ridotta. I recensori lo accolsero con indifferenza, eppure il romanzo vinse premi importanti – Hugo e Nebula – e si assicurò una reputazione piuttosto solida nel sottosuolo della fantascienza. Herbert, che si era arrangiato come giornalista, cominciò a fare l’oratore nei campus. “Dopo le sue esibizioni gli studenti lo assalivano. Riceveva telefonate di ragazzi, probabilmente strafatti, che gli leggevano Dune ad alta voce, con sottofondo acid-rock”. La fantascienza è sempre stata eccentrica, Dune l’ha resa folle. Dopo 2001: Odissea nello spazio e Il pianeta delle scimmie, usciti nel 1968 – lo stesso giorno, guarda caso – i giovani registi si convinsero di poter fare controcultura nello spazio. Dune era la loro vetta, un Himalaya, inarrivabile. Il surrealista cileno Alejandro Jodorowsky ce la mise tutta: organizzò un cast che includeva Orson Welles, Salvador Dalí, Mick Jagger, Gloria Swanson e i Pink Floyd. Il film sarebbe dovuto durare oltre dieci ore. Ridley Scott si è fatto avanti più tardi, preferì girare Blade Runner. Alla fine, ci ha tentato David Lynch, anche se il film – quattro ore di montaggio preliminare –, ridotto senza pietà a 137 minuti, ne ha sofferto molto. Denis Villeneuve torna sul tema, affrontando, però, soltanto la prima metà del libro.

La storia di Herbert – l’adolescente in un pianeta deserto che impara a incantare le persone con la voce, sguaina la spada e abbatte un impero galattico – ha diverse, sospette affinità con la saga di “Star Wars” creata da George Lucas, fino alla sorella mistica dell’eroe (Alia in Dune, Leila in Star Wars) e al cattivo che si rivela essere il nonno o il padre dell’eroe (Baron Harkonnen in Dune, Lord Vader in Star Wars). Guardando il film di Lucas, Herbert si è infuriato, elencando sedici “identità assolute”, dalle “miniere di spezie” al “mare di dune”. Il successo di Star Wars spiega perché sia stato così complesso portare Dune al cinema. Lucas ha dato alle visioni di Herbert una morale brillante, adatta a Hollywood. Dune, al contrario, possiede una complessità etica ancorata alla scrittura. La sua trama intricata – una “litografia di Escher” l’ha detta Herbert – si estende per 556 pagine, più altre 2mila di sequel, fitte di discorsi filosofici. Sorprendentemente, Dune è stato tra i libri più letti dell’anno. La pandemia ha aiutato, come la notizia del film di Villeneuve; anche le sue idee politiche attraggono. Jeff Bezos e Elon Musk hanno citato più volte il libro.

Frank Herbert è cresciuto ai margini della politica. I nonni erano membri della Social Democracy of America e hanno contribuito a fondare la comune socialista a nord di Tacoma, Washington. Lì è cresciuto il padre di Herbert e lì il piccolo Frank ha trascorso i primi anni della sua infanzia. “Quelle idee rocciose sono parte della mia eredità”, ha detto Herbert riferendosi all’autonomia e all’aiuto reciproco. La depressione devastò il paese senza intaccare la sua famiglia, che sapeva prodursi da sé il cibo. Da Herbert quegli anni, altrimenti oscuri, sono ricordati come “meravigliosi”. Ragazzo, Herbert cacciava e pescava, e fu durante una battuta di pesca che conobbe “Henry l’indiano” (quasi certamente Henry Martin della tribù Hoh) che “adottò” il ragazzo. Per due anni, insegnò a Herbert a conoscere la terra. Fu il principio di un rapporto costante con i nativi, su cui Herbert avrebbe scritto due romanzi. È facile immaginare che questo giovane cresciuto da socialisti e simpatizzante dei nativi potesse diventare un elettore di sinistra. Invece, la vita in comune e l’amore per i boschi hanno condotto Herbert a maturare una profonda ostilità verso il governo federale. Arrivò a opporsi a “qualsiasi sistema di beneficienza di Stato”, perché “le istituzioni pubbliche nascono per indebolire l’autosufficienza delle persone”. Anziché percorrere la scia del socialismo corporativo verso il liberalismo del New Deal, Herbert andò in direzione opposta. Divenne repubblicano.

Non solo un elettore repubblicano – un militante. Trentenne, Herbert lavorò per quattro candidati repubblicani. Il più importante era il senatore dell’Oregon, Guy Cordon, conservatore intransigente in uno stato che stava virando a sinistra. Cordon era favorevole al disboscamento, a una massiccia militarizzazione, al mercato libero; era un sostenitore di Joseph McCarthy. Un romanzo scritto da Herbert nel 1950 racconta l’insidiosa influenza degli agenti segreti sovietici negli Stati Uniti; un altro descrive la sinistra come “l’incarnazione di tutto il male pensabile”. Usava il peyote, leggeva Jung, era convinto che i fondali marini fossero “il nostro nuovo impero”, scrisse un thriller ambientato sulle piattaforme petrolifere offshore. Nel 1960 si trasferì a San Francisco, dove fu sedotto dall’Asia, studiò il buddismo zen, imparò la calligrafia giapponese. Mangiava tofu.

Trovava le idee dei nativi liberatorie, una via di fuga da un governo soffocante. “Gli uomini bianchi stanno divorando la terra”, gli disse il suo amico Howard Hansen, che stava lavorando sugli esiti del disboscamento della riserva di Quileute. “L’intero pianeta diventerà desolato, come il Sahara”. Herbert gli diede ascolto. Appuntò la prima idea del ciclo. Il mondo, si diceva, diventerà “una grande duna”. Per i giovani lettori, insoddisfatti del mondo ricevuto in eredità dai genitori, Dune, che demonizza “l’uomo occidentale estraneo al ritmo della natura”, era una risposta, un sogno, perfetto.

La popolarità di Dune si basa essenzialmente sul primo romanzo, che racconta la vittoria di Paul Atreides. I lettori, di solito, restano sorpresi dal secondo tomo. Dune, spiegava Herbert, è scritto come una trappola: Paul è l’eroe carismatico del primo libro, per uscire indebolito nel secondo. Herbert racconta, qui, la jihad anti-imperiale di Paul, che si muta in una “mattanza religiosa”, che porta alla morte di 61 milioni di persone. Paul si compara a Hitler, e ne ride, consapevole di aver superato la furia genocida del Führer. Il punto, per Herbert, era disciplinare i lettori, punire l’amore che avevano rivolto a Paul, metterli in guardia “contro i grandi governi e i loro leader carismatici”. Aveva in mente Kennedy, “uno dei presidenti più pericolosi che il nostro paese abbia mai avuto”. La popolarità di Kennedy conduceva a un “potere grezzo”. Feroce verso Kennedy, Herbert era più cauto nei confronti di Nixon. Dopo il Watergate, diceva, “Nixon ci ha dato una lezione infernale, e lo ringrazio per questo. Ci ha insegnato a dubitare dei leader di governo”.

Ostile al welfare state, Herbert applaudiva qualsiasi tentativo di ostacolare la burocrazia. “I bigotti liberal sono quelli che temo di più… i governi liberal terminano sempre in una aristocrazia”. La democrazia, spiega un personaggio di Dune, non è che un sistema di “sfiducia organizzata”, dove i cittadini guardano con sospetto chiunque è al potere. Herbert era un sostenitore della National Rifle Association, a favore di chi detiene armi da fuoco, e di Ronald Reagan. “La sua politica estera mi spaventa, ma finché ha orrore della burocrazia starò dalla sua parte”.

In modo sconcertante, Dune ha un impatto potente nel nostro millennio. La controcultura è passata dalla sinistra alla destra. I tecnolibertari come Elon Musk vogliono lo spazio; gli incel di 8kun promuovono la paranoia antigovernativa; adoratori di Odino pesantemente armati irrompono nelle capitali di stato per protestare contro i regolamenti. La destra non ha più i capelli a spazzola, non riguarda più chiesa, rigore, famiglia. Ora respinge l’establishment e fa guerra allo stato. Al momento giusto, Dune è tornato. Il primo libro del ciclo è un romanzo, non un manifesto politico. Eppure, ha ammiratori che lo brandiscono come indicazione per una politica possibile. Dune è la misura del nostro malcontento. Alziamo lo sguardo da questo derelitto 2020 e Frank Herbert ci saluta, dal deserto.

Daniel Immerwahr

*Questo articolo è uscito in origine su “Los Angeles Review of Books” come “Heresies of Dune”

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