Antonio Di Pietro, già pm simbolo di Mani Pulite ed ex ministro delle Infrastrutture, torna al centro del dibattito sulla riforma della giustizia schierandosi apertamente per il “sì” alla separazione delle carriere. Fondatore dell’Italia dei Valori, ex europarlamentare e più volte senatore, Di Pietro rivendica una lunga esperienza nelle istituzioni e nella magistratura. Per lui la battaglia per la riforma della giustizia non è solo una lotta contro la correntocrazia, ma l’ultimo treno per ricostruire la credibilità della magistratura dopo gli eccessi degli ultimi anni.
-Partiamo dalla riforma Nordio. Come la valuta?
Vorrei chiarire un aspetto. Quella su cui i cittadini saranno chiamati a votare non è una riforma della giustizia. La giustizia sarà riformata quando i processi diventeranno più veloci, più certi e i magistrati saranno dotati di risorse adeguate. Questa, invece, è una riforma della magistratura poiché definisce come deve essere organizzato le l’ordinamento giudiziario. Ed è una riforma che non nasce oggi. Risale al 1989, quando fu concepita e poi lasciata incompiuta per più di trent’anni.
-Come mai accadde ciò?
Perché alcuni governi, soprattutto della Seconda Repubblica, volevano infilare nella riforma anche altro: mettere il Pubblico Ministero sotto il controllo dell’esecutivo. Un tentativo che ho sempre contrastato. Oggi, finalmente, quel pericolo non c’è più e si può proseguire questo disegno. La riforma chiude, quindi, un percorso necessario, costituzionalmente previsto e rimasto sospeso troppo a lungo. Ecco perché dico: ben venga che i cittadini mettano un sì definitivo su un’opera rimasta incompiuta da decenni.
-Perché considera fondamentale la separazione delle carriere?
Quando si entra in aula, si entra in un campo dove giocano tre figure: la pubblica accusa, la difesa e il giudice. La Costituzione dice che il giudice deve essere terzo. Ciò significa che esistono un primo ed un secondo contrapposti tra loro nei confronti dei quali vi deve essere un terzo che non ha alcuna parentela con uno dei primi due, proprio perchè quest’ultimo deve non solo essere ma anche apparire imparziale. Oggi, però, uno dei due – il Pubblico Ministero – è “fratello di sangue” del giudice. Fanno lo stesso concorso, seguono lo stesso percorso, possono scambiarsi i ruoli, siedono nello stesso Consiglio Superiore della Magistratura e appartengono alla stessa Associazione Nazionale Magistrati. È come se in una partita di calcio l’arbitro facesse parte di una delle due squadre che si confrontano in campo. La separazione delle carriere serve a togliere ogni ombra. Per restituire al giudice quella immagine di terzietà, oggi, strutturalmente necessaria per riconquistare la fiducia dei cittadini.
-Il sorteggio per il CSM è a suo avviso più un’opportunità per superare la correntocrazia o un rischio?
Il CSM è un organo potentissimo. Decide di fatto la politica giudiziaria del Paese: chi va a Milano, chi va a Roma, chi guida una procura, chi viene promosso. Oggi due terzi dei suoi membri sono eletti dai magistrati attraverso un sistema di preferenze che alimenta la logica delle correnti. Le correnti funzionano, inoltre, come partiti. Sono rappresentative, ma seguono una logica lottizzatoria e partitocratica. È un meccanismo che non dà più al CSM quella trasparenza che la Costituzione gli ha assegnato. Il sorteggio rompe quel sistema. Elimina così lo strapotere delle correnti, togliendo loro il potere di condizionare la scelta dei membri del Consiglio. Se vieni sorteggiato, non devi più rispondere alla corrente che ti avrebbe eletto. E chi si preoccupa del fatto che con il sorteggio potrebbero essere scelti anche dei magistrati non all’altezza dell’incarico che andrebbero a ricoprire dice una sciocchezza.
-Perché?
Lo stesso CSM valuta positivamente oltre il 95% dei magistrati. Se sono capaci di decidere un ergastolo, saranno capaci anche di sedere in una assemblea collegiale…
-Palamara ha raccontato un sistema di lottizzazioni interne. Che cosa ci dice quella vicenda?
Che il sistema delle correnti è degenerato e a pagarne il prezzo più alto è stata la credibilità della magistratura. Anche se non è l’unico motivo. Ai tempi di Mani Pulite, buona parte dei cittadini aveva fiducia nei magistrati. Oggi la maggioranza li teme. È un ribaltamento impressionante.
-Cosa ha portato a questa perdita di fiducia?
A mio avviso ciò è dovuto a tre ragioni. La prima: la politica, dopo che ne sono state denunciate le degenerazioni, invece di fare pulizia al proprio interno ha attaccato i magistrati. Tanto che negli ultimi anni la classe politica, screditando l’azione degli inquirenti, ha cercato sempre più di difendersi “dal” processo che di difendersi “nel” processo. La seconda: l’informazione, inizialmente favorevole, ha poi difeso i propri poteri di riferimento e ha raccontato verità processuali distorte. La terza: alcune derive interne alla magistratura. Troppi casi in cui si è vista una sorta di caccia generica al reato, come se si pescasse a strascico, nella speranza di trovare qualcosa.

-Ovvero?
In poche parole, si è passati dal cercare “chi” ha commesso un reato, a indagare se “qualcuno” potrebbe aver commesso dei reati. È una distorsione gravissima: in uno Stato di diritto è meglio che dieci colpevoli sfuggano piuttosto che un innocente finisca nelle maglie dell’inchiesta. Quando i cittadini percepiscono che può capitare a chiunque di loro di essere trascinato in un’indagine senza motivo, la fiducia si sgretola. È lì che nasce la necessità dell’autocritica.
-Lei lo ha detto anche sul caso Milano, dove ha criticato alcune scelte investigative affini a questa logica…
Sì. A Milano ove ultimamente si tanno svolgendo indagini su asserite violazioni edilizie a mio avviso per alcune specifiche vicende si è scambiata una scelta politica per un reato. E quando non c’è un reato, non lo si può inventare. La magistratura non deve governare la città al posto degli amministratori. Se una decisione urbanistica non piace, è il cittadino che la punisce alle urne. Non il magistrato con il codice penale. Milano è stato un caso emblematico di ciò di cui stiamo parlando. In generale alcune indagini negli anni hanno confuso i piani dell’azione dei PM: eccesso di zelo, mancanza di prudenza, scelte apodittiche. Ma la giustizia non può permettersi il lusso dell’eccesso. La giustizia deve restare nei binari della legge, limitandosi ad applicarla non a cercare di cambiare o ostacolare delle decisioni politiche.
-Il fronte del No sostiene che questa riforma sia di destra. E qualcuno la presenta come un omaggio a Berlusconi. Che ne pensa?
Penso che sia una forzatura interessata. Qualche tempo fa fui invitato a un evento sul “Sì” organizzato da Forza Italia. Non ci andai. Non per ottusità politica o pregiudiziali ideologiche: ma perché credo che La Costituzione sia un patrimonio di tutti i cittadini e non di una Forza politica nello specifico. Questa, infatti, non è una riforma di destra, né di sinistra. Non è del governo Meloni, non era di Berlusconi, non era di altri prima. È una riforma dei cittadini. La Costituzione è la casa di tutti, non di un partito. Metterci il cappello sopra è un abuso. Oltre ad essere un errore che rischia di far fallire il fronte del Si. Se il referendum dovesse naufragare, la responsabilità sarebbe proprio di chi ha tentato di usarlo come bandiera politica. Bisogna guardarsi dalle appropriazioni indebite di chi vuole arrogarsene la paternità. Anche perché la riforma prosegue un percorso avviato già nel 1989 ben prima della discesa in campo di Berlusconi e della nascita del governo Meloni.
-Quindi serve un approccio super partes?
Assolutamente sì. Perché è un problema di tutti. Riguarda l’esigenza di una disciplina esterna davvero terza, capace di valutare magistrati. Al fine di ripristinare la fiducia dei cittadini in un sistema che dovrebbe essere più equo, più trasparente, più affidabile e di difendere, quindi, la credibilità dello Stato. Un aspetto che la creazione dell’Alta Corte disciplinare rafforzerà.
-Perché?
Con l’istituzione dell’Alta Corte disciplinare, eventuali errori dei magistrati saranno giudicati da un organo davvero terzo, e non da quello di un Csm governato dalle correnti. Mi sembra una bella differenza.
-Come valuta la polemica nata attorno alla lettura dell’intervista di Giovanni Falcone da parte di Nicola Gratteri?
Ho grande rispetto e stima per Gratteri. Chi parla tutti i giorni davanti all’opinione pubblica può sbagliare un riferimento. Succede. Ingigantire l’episodio mi sembra strumentale. Non fa onore a chi lo usa come arma politica. Segnalo poi che Gratteri, ricevuto l’avviso dell’errore, lo ha ammesso subito. È stato corretto.
-Veniamo allora all’ultima questione. Come giudica il fronte del “No”. La sinistra presenta il referendum come una battaglia contro il governo Meloni. È un errore politico o anche istituzionale?
Guardi, questa sinistra era favorevole, anche nel passato più recente, alla separazione delle carriere. Se il governo Meloni avesse detto di essere contrario, loro sarebbero stati a favore. Funziona così: “dimmi come la pensi tu, e io la penso all’opposto”. È una reazione automatica. Se fossi il consulente dell’attuale Presidente del Consiglio, le direi: “Vuoi ottenere una cosa? Dichiara l’esatto contrario, così la sinistra ti verrà dietro”. L’attuale centrosinistra fa sempre un’opposizione pregiudiziale, che non entra mai nel merito e quindi con poca prospettiva.
-Eppure la tradizione della sinistra è diversa. Penso a D’Alema, alla Bicamerale. O ai socialisti di Vassalli, che oggi hanno persino dato vita al Comitato Vassalli.
Ma certo. Vassalli è l’autore della riforma del 1989. Essa nasce da un’impostazione progressista. Oggi però quella stessa area la contesta solo perché arriva da un governo di destra. Non perché la riforma sia sbagliata. È un riflesso politico: opporsi a prescindere. Anche quando la riforma è quella che loro stessi volevano trent’anni fa.
-Tale atteggiamento che può indebolire l’opposizione nel futuro?
Sì. Dire sempre “no” non porta lontano. Con il “no” non si governa e non si convince. Bisogna entrare nei meriti, dire “sì” quando si è d’accordo, e quando si è contrari proporre un’alternativa credibile. Io sento ogni sera per televisione esponenti del centrosinistra urlare contro tutto, senza mai spiegare cosa proporrebbero al posto di ciò che contestano. Dire che “non funziona niente” non aiuta i cittadini. Contribuire in maniera costruttiva si.