La Turchia sta agendo in prima linea nella crisi mediorientale che coinvolge la superpotenza statunitense e la Repubblica Islamica dell’Iran, cercando di mediare tra le parti per scongiurare un’escalation che potrebbe porre fine definitivamente al regime degli ayatollah. Si tratta di uno sforzo diplomatico non indifferente, visto che l’attenzione del mondo verso la repressione della ribellione e le continue minacce americane aumentano la percezione del pericolo e conseguentemente anche l’aggressività. Inoltre, il dispiegamento di forze nella regione da parte di Washington ha senz’altro contribuito ad incrementare la tensione. Anche la pressione di Tel Aviv e il lavoro di intelligence effettuato sul campo favorisce una sensazione di accerchiamento da parte dell’Iran, che ora è costretto a gestire sia il fronte interno che quello esterno, i quali presentano entrambi insidie potenzialmente mortali.
In questo contesto la mediazione di Ankara non è dettata da fantasiosi ideali pacifisti, ma risponde a delle esigenze precise, che trovano spiegazioni nella sua grand strategy mediorientale. In questa fase gli strateghi turchi sono perfettamente consapevoli che il rivale con il quale sarà necessario lottare per l’egemonia geopolitica nell’area è Israele, dato che in futuro probabilmente potrebbe formarsi una configurazione sistemica regionale bipolare, visto che l’indebolimento iraniano pare essere irrimediabile, se non fatale. Chiaramente, qualora dovesse essere registrata una totale sconfitta degli ayatollah sarebbe difficile prevedere cosa potrebbeaccadere, e nel Paese si creerebbe un vuoto di potere, considerando che difficilmente gli USA si avventurerebbero in costosissime e stravaganti tentativi di statebuilding, e la presenza di altri fronti come quello latino-americano e dell’indo-pacifico che in questo momento necessitano maggiore attenzione.
Questa dinamica porterebbe conseguentemente Tel Aviv ad ambire a riempire questo vuoto statuale, cercando di estendere la propria influenza e neutralizzando per sempre una possibile rinascita persiana. Si tratta di un’eventualità che terrorizza la Turchia, e che deve essere possibilmente scongiurata a tutti i costi. Nella strategia di Ankara, l’Iran, seppur debole, deve continuare ad esistere, in primis per preservare l’equilibrio di potere regionale, senza il quale si creerebbe una situazione di caos difficilmente gestibile, e in secondo luogo per far sì che Tel Aviv continui a spendere energie e risorse verso questo dossier.

La mediazione turca è data anche dalla preoccupazione che lo spazio persiano possa diventare una nuova base per i curdi, in particolare per le milizie del PJAK, affiliato al PKK, il quale invece ha visto consumarsi la propria dissoluzione a maggio 2025. Un vuoto di potere nell’area potrebbe non solo fornire nuova linfa a questo gruppo, ma incrementerebbe anche le possibilità di nascita di nuove divisioni separatiste specialmente lungo il confine, e Ankara potrebbe riscontrare delle difficoltà che la distrarrebbero dal perseguimento della propria grand strategy e dalla rivalità con Israele. Un conflitto su larga scala in Iran scatenerebbe un consistente aumento dei flussi migratori in un lasso di tempo ristretto, che la Turchia non sarebbe in grado di gestire con efficienza e di assimilare all’interno del proprio contesto imperiale. Un’eventualità simile provocherebbe un vortice di instabilità interno che porterebbe senza dubbi ad un indebolimento generale, considerando il dispendio economico e di risorse che una tale gestione richiederebbe, e questa fragilità verrebbe proiettata inevitabilmente anche all’esterno rallentando il progetto di espansione geopolitica nel Mediterraneo allargato e la strategia di contenimento nei confronti di Tel Aviv.
Inoltre, da un punto di vista prettamente simbolico, la Turchia dimostra di essere capace di mediare con naturalezza in un contenzioso tra due potenze con implicazioni sistemiche globali, dando un evidente segnale di forza diplomatica. La manifestazione della propria autorevolezza nella gestione di un dossier talmente spinoso aumenta il prestigio internazionale di Ankara, che tende molto spesso ad operare così, agendo da protagonista nella maggior parte delle crisi internazionali, cercando di raccogliere benefici da ogni situazione. Inoltre, il rispetto riservatole dagli Stati Uniti, i quali si prestano ad ascoltarla trattandola quasi come una potenza di pari livello, testimonia le straordinarie capacità diplomatiche turche così come il riconoscimento della sua autonomia strategica. Tuttavia, la presa in considerazione della mediazione turca è dettata chiaramente anche dall’interesse americano di non generare un’escalation in Medio Oriente in questo preciso momento storico. Negli ultimi anni la stabilità della regione è stata posta a serio rischio dalle operazioni israeliane, e ulteriori risvolti bellici costringerebbero gli USA a contribuire attivamente alla nuova conformazione di un equilibrio di potere nell’area nella fase successiva.
È possibile affermare che, nonostante le continue dichiarazioni minacciose effettuate dal Presidente statunitense Donald Trump, e la grande disposizione di forze nella regione, gli americani preferirebbero evitare un intervento diretto sul campo. Su questo punto si registra un sostanziale allineamento con i turchi, visto che un possibile vuoto di potere spaventa anche gli americani, dato che, se dovessero fornire un corposo contributo tattico-militare per favorire il rovesciamento degli ayatollah, sarebbero poi costretti a gestire in prima linea la fase di ricostruzione statuale nel dopoguerra. Inoltre, anche Washington percepisce una possibile estensione dell’influenza geopolitica israeliana come un possibile pericolo per la stabilità dell’area, e l’esistenza di un Iran privo di effettiva potenza, autonomia strategica e velleità nucleari verosimilmente non desterebbe più preoccupazioni. Ciononostante, non è possibile escludere un intervento americano nelle prossime settimane, specialmente qualora l’aggressività del regime aumentasse e le ambizioni imperiali non dovessero placarsi, e nel caso in cui i manifestanti riuscissero a sferrare colpi quasi mortali allo Stato, con gli Stati Uniti che avrebbero l’occasione di effettuare un’operazione vincente senza dover eseguire combattimenti intensi sul campo, incrementando il prestigio e il timore da parte degli avversari globali, e ponendo fine definitivamente all’esistenza di uno dei nemici storici degli ultimi decenni.