OGGETTO: La morale del biscotto
DATA: 02 Febbraio 2026
SEZIONE: Geopolitica
FORMATO: Analisi
Quando i valori smettono di essere universali e diventano segnali di appartenenza. Mark Carney a Davos ammette la fine dell'ordine basato sulle regole. Dal laboratorio infantile alla geopolitica: i valori non promettono il bene, ma decidono chi siede al tavolo.
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In una stanza di laboratorio, un bambino osserva due marionette. Una aiuta, l’altra ostacola. La scena sembra semplice: scegliere la “buona”. Ma basta un dettaglio minimo – un biscotto, lo stesso biscotto mangiato dal bambino e da una delle marionette – perché la preferenza scivoli. Non sempre vince chi aiuta. Vince chi assomiglia. Non scegliamo il bene. Scegliamo il simile. Quel gesto non è un errore. È un segnale. Prima ancora di qualsiasi regola, il bambino riconosce un confine: questo è dei miei. Solo dopo, se resta spazio, arriva il giudizio morale. Il biscotto non è un premio. È una marca di appartenenza.

Portata fuori dal laboratorio, quella grammatica non scompare. Cambia scala. L’appartenenza diventa cooperazione interna, e la cooperazione interna diventa confine. Chi è dentro merita protezione. Chi resta fuori può essere ignorato, escluso, talvolta colpito. La morale, in questa prospettiva, non appare come scoperta progressiva del bene, ma come infrastruttura simbolica di stabilità. Prima crea un “noi”. Poi gli assegna un linguaggio del giusto. Quando le risorse abbondano, l’equità sembra naturale. Quando si fanno scarse, la preferenza si addensa intorno al gruppo. La giustizia non scompare. Cambia priorità. Universale nell’abbondanza, tribale nella scarsità. A questo punto, il biscotto smette di essere un dettaglio infantile e diventa una figura. Non indica soltanto una somiglianza. Indica una posta in gioco. E dove c’è una posta in gioco, la morale smette di essere solo un linguaggio del bene e diventa un dispositivo di orientamento: un modo per decidere chi conta per primo quando non c’è abbastanza per tutti. Quando le società crescono e si stratificano, quella grammatica elementare non viene abbandonata. Viene istituzionalizzata.

La morale diventa diritto, consuetudine, rituale, codice. Il confine del “noi” si iscrive in norme, tribunali, appartenenze politiche. Non è più solo una percezione condivisa. È una struttura che organizza comportamenti su larga scala. La modernità occidentale compie qui un salto ulteriore. I propri valori non vengono presentati come una tradizione tra le altre, ma come un orizzonte valido per tutti. Non semplicemente “questo è ciò in cui crediamo”, ma “questo è ciò che vale”. Diritti, libertà, legalità si propongono come criteri capaci di giudicare non solo i nemici, ma anche chi li proclama. In questa pretesa c’è una promessa: la legge sopra la potenza, almeno come ideale. Un linguaggio che permette di criticare l’ordine dall’interno, di chiamare in causa il potere in nome di qualcosa che lo supera. Ma è qui che si apre la fenditura. Quando un valore diventa universale, smette di funzionare solo come segnale di appartenenza e inizia a funzionare come strumento di legittimazione. Non dice più soltanto chi siamo. Dice perché dovremmo avere ragione. Non è l’ingiustizia a mettere in crisi l’universalismo. È il momento in cui comincia a funzionare. Negli ultimi anni questa tensione ha smesso di restare teorica ed è entrata nel lessico stesso della geopolitica. Non solo nei documenti, ma nei discorsi pubblici.

Il passaggio pronunciato a Davos dal primo ministro canadese Mark Carney è esemplare in questo senso: ammette la fine dell’ordine “basato sulle regole” così come era stato raccontato e propone una risposta fatta di alleanze flessibili, standard condivisi, geometrie variabili tra potenze intermedie. Questo intervento non vale tanto come programma politico, quanto come sintomo linguistico. Segnala che l’universalismo non scompare, ma cambia statuto. Non pretende più di valere per tutti. Funziona come criterio di riconoscimento tra blocchi. I valori restano nel vocabolario del potere, ma smettono di dire ciò che è giusto in astratto e iniziano a dire ciò che consente a “noi” di agire insieme. Letta in questa chiave, la frattura attuale non riguarda solo l’ordine internazionale, ma la percezione stessa del mondo materiale. Finché il pianeta è vissuto come spazio di espansione – crescita, integrazione, abbondanza relativa – l’universalismo appare plausibile. Le regole possono valere per tutti perché, in linea di principio, c’è abbastanza per includere tutti. Quando il mondo viene percepito come finito – energia, filiere, sicurezza, attenzione strategica – la grammatica cambia. La cooperazione si contrae, i valori si addensano intorno ai gruppi, le alleanze diventano selettive. L’universalismo dell’abbondanza cede il passo al tribalismo della scarsità. In questa trasformazione, l’orizzonte unitario si frantuma in tavoli diversi.

Roma, Gennaio 2026. XXXI Martedì di Dissipatio

Non più un solo biscotto offerto come universale, ma ricette differenti, criteri differenti, comunità che si riconoscono per somiglianza più che per validità generale. La promessa di un linguaggio morale capace di trascendere gli schieramenti si ritrae. Al suo posto resta una grammatica più sobria: abbastanza valori in comune per cooperare, abbastanza differenze per restare separati. Per Havel, la verità era l’atto che rompe il gruppo: il fruttivendolo che toglie il cartello, si espone, incrina la liturgia collettiva e, così facendo, apre uno spazio di realtà. La verità come rischio, non come appartenenza. Nella geopolitica dei valori, accade l’opposto. La “verità” non è ciò che separa, ma ciò che unisce. Non l’atto che espone, ma il linguaggio che protegge. Non il gesto solitario che mette in crisi il sistema, ma la formula condivisa che rende la coalizione più solida. Il cartello non viene tolto. Viene riscritto. Alla fine, la scena torna al punto da cui era partita. Un bambino, un biscotto, una scelta che sembra insignificante. Eppure, in quel gesto minimo, è già inscritta una logica che può crescere fino a organizzare blocchi, alleanze, architetture globali. La differenza non è di natura, ma di potenza. Ciò che nel laboratorio appare come una preferenza elementare, su scala politica diventa un sistema di riconoscimento: tavoli a cui sedersi, linguaggi da condividere, valori sufficienti per cooperare e differenze sufficienti per restare separati. Il confine tra “noi” e “loro” non scompare. Si professionalizza.

Non stiamo entrando in un mondo senza valori. Stiamo entrando in un mondo in cui i valori hanno smesso di fingere di essere universali. E, come il biscotto del bambino, tornano a funzionare per ciò che sono sempre stati: non promesse di bene, ma segnali di chi può sedersi al tavolo. C’è un ulteriore scarto che merita di essere messo a fuoco. Quando la morale diventa istituzione, non si limita a dire chi siamo: organizza ciò che possiamo vedere. Decide quali azioni appaiono come “normali”, quali come “devianti”, quali come “impensabili”. Il confine del gruppo non è solo giuridico o politico. È percettivo. È una soglia che orienta l’attenzione prima ancora del giudizio. In questo senso, l’universalismo moderno non opera soltanto come promessa di inclusione, ma come grammatica dell’evidenza. Ciò che rientra nel suo campo appare naturale, ovvio, persino inevitabile. Ciò che ne resta fuori non viene solo condannato: viene reso opaco, difficile da nominare, talvolta invisibile. Il linguaggio dei valori non descrive semplicemente il mondo. Lo ordina. È qui che la cooperazione e la competizione smettono di essere poli opposti e diventano facce della stessa infrastruttura. All’interno del perimetro riconosciuto, la collaborazione è incoraggiata, celebrata, resa virtuosa. Al di fuori, la stessa grammatica può giustificare l’indifferenza, la pressione, la sanzione. Non come eccezione, ma come applicazione coerente di un criterio di appartenenza. Questo meccanismo non riguarda solo le grandi potenze o le architetture geopolitiche. Si riflette anche nei dispositivi quotidiani della vita sociale: piattaforme che selezionano affinità, algoritmi che premiano somiglianze, spazi pubblici che si organizzano attorno a comunità di riconoscimento.

La logica del biscotto si moltiplica in interfacce, filtri, reti, bolle. In questa moltiplicazione, la morale perde progressivamente il carattere di richiamo trascendente e assume quello di tecnologia di coordinamento. Non serve più a indicare ciò che dovrebbe essere, ma a rendere possibile ciò che può funzionare. Il valore non è tanto ciò che vale in sé, quanto ciò che tiene insieme un campo di azione. È in questo spazio intermedio che la politica dei valori trova oggi la sua efficacia. Non come progetto di un ordine comune, ma come gestione di una pluralità di ordini parziali. Non come promessa di un mondo unificato, ma come amministrazione di un mondo frammentato. La scena del bambino, allora, acquista un’ulteriore profondità. Non è solo l’origine di una preferenza. È la matrice di una forma di razionalità sociale. Scegliere il simile non è soltanto un gesto affettivo. È un atto di semplificazione. Riduce la complessità del mondo a un perimetro praticabile. Su scala globale, la stessa semplificazione produce mappe, blocchi, aree di cooperazione e zone di frizione. Non perché il mondo sia davvero diviso in questo modo, ma perché solo così diventa governabile. La morale, da questo punto di vista, non è il contrario del potere. È una delle sue condizioni di possibilità. Per questo la domanda decisiva non è se i valori siano sinceri o strumentali. È più elementare e più scomoda: quale perimetro rendono abitabile, e quale lasciano nell’ombra. Il biscotto, alla fine, non indica soltanto chi è dei miei. Indica anche chi può essere ignorato.

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