OGGETTO: Il momento dei turchi
DATA: 22 Gennaio 2026
SEZIONE: Geopolitica
FORMATO: Analisi
Mentre l’Iran sembra perdere terreno tra proteste interne e pressione occidentale, Ankara espande la propria influenza dalla Siria alla Libia, dai Balcani all’Africa orientale, circondando Israele e costringendo Washington a riequilibrare le proprie priorità. Integrata nella NATO ma capace di cooperare con Mosca, la Turchia emerge come attore flessibile e centrale, meno demonizzabile dell’Iran e in grado di erodere il tradizionale primato strategico israeliano negli Stati Uniti.
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Mentre il mondo narra delle nefandezze del Regime degli Ayatollah e un gruppo da battaglia della marina americana si avvicina all’ area del golfo, assieme ad altri asset come i tanker che normalmente si muovono solo in vista di scenari operativi cinetici, la Repubblica Islamica sembrerebbe aver ripreso il controllo delle piazze. L’Occidente si dispera per gli iraniani che non potranno vivere come noi, ma in compenso, forse, potremmo assistere ad un’eventuale azione militare americana. Azione militare o no, la Repubblica islamica esce sconfitta. 

Israele esulta? Una parte si, ma strategicamente ha creato lo spazio per un nuovo attore. Perché al ritrarsi dell’Iran si sono aperte autostrade per la Turchia. Una Turchia sempre più minacciosa per lo Stato Ebraico tanto che qualcuno a quelle latitudini la definisce il più pericoloso dei nemici. Ed è un “antagonista molto più pericoloso” di Teheran non per fanatismo ideologico, ma per combinazione di ruolo internazionale, apparato militare‑industriale autonomo e profondità strategica. In Siria è la Turchia il dominus e oltre ad essere proiettata fino alle sponde dell’Adriatico e della Libia, è presente anche nel golfo in Somalia dove ha in costruzione una base aerea che utilizzerà per testare missili balistici. Una proiezione che va ben oltre il Medio Oriente classico. Insomma dalla Siria alla Libia, dai Balcani all’Africa orientale, Ankara costruisce una rete di presenza che, nel suo insieme, finisce per circondare Israele e limitarne la libertà d’azione.

Questa geografia della potenza è resa ancora più inquietante dal fatto che la Turchia non è un attore esterno al sistema occidentale, ma un membro della NATO, capace di agire dall’interno del perimetro euro-atlantico. Da qui la reazione Israeliana verso il regime Siriano in sostegno ai Curdi e il riconoscimento del Somaliland, una parte di territorio somalo che vorrebbe l’indipendenza da Mogadiscio. In questa competizione  si inserisce la vera novità alquanto preoccupante per Tel Aviv. Washington conferma che la Siria è di competenza turca e non riconosce il Somaliland. Non solo, nonostante le proteste di Netanyahu, i turchi saranno il perno sul quale ruoterà la gestione della Striscia di Gaza, con la benedizione di Trump.

Insomma sembrerebbe che nei fatti, gli interessi israeliani non prevalgano più automaticamente a Washington, non su quelli turchi. L’idea è che Israele stia scoprendo i limiti del proprio potere di influenza negli USA, soprattutto quando si scontra con un alleato NATO dotato di massa critica regionale e di canali aperti con la Russia, tanto che in alcune zone convivono perché hanno interessi complementari. 

Se inizialmente si pensava che la perdita delle basi russe in Siria fosse una sconfitta strategica, ebbene c’è da ricalibrare il tiro: quelle basi rimangono nella potestà russa in un regime di convivenza pacifica, così come già nel Corno Africa. Ankara si dimostra non solo un attore regionale, ma un pivot tra sistemi di potere diversi, capace di stare nel perimetro occidentale e al tempo stesso di cooperare con Mosca quando gli interessi convergono. Questo rende la Turchia molto più insidiosa dell’Iran: meno demonizzabile, più integrata, più flessibile. Un attore che vanta una posizione di centralità in dossier chiave, cosa che costringe Washington a posture che la pongono in attrito con il governo israeliano.

Col senno di poi per Israele sarebbe stato molto meglio un Iran come avversario tutto sommato gestibile, isolato e soprattutto non letale, che non una Turchia che lentamente lo sta accerchiando e che erode  l’appoggio incondizionato degli USA di cui aveva sempre beneficiato.

Viviamo in tempi dove le certezze del passato collassano sotto la pressione della competizione tra superpotenze. Lo scenario potrebbe variare, ma al momento nulla lo fa credere, candidando de facto la Turchia a potenza sistemica, non solo regionale.

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