OGGETTO: Tutti contro il 44%
DATA: 08 Settembre 2026
SEZIONE: Politica
AREA: Europa
La vittoria dell'Alternative für Deutschland (AfD) nella Sassonia-Anhalt non costituisce più soltanto una protesta circoscritta alla Germania orientale. Il muro edificato per contenerla non riesce più a impedirle di conquistare una legittimazione elettorale di massa. Tra gli accordi di palazzo, l’inquisizione morale e burocratica del vecchio potere, emerge una Germania profonda che pretende di ridisegnare il futuro della nazione. Il valzer dei perdenti sta per cominciare.
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Nelle terre là dove il fiume Elba taglia le pianure della Sassonia-Anhalt, il tempo dei vecchi sovrani è giunto al tramonto. Il verdetto emerso dalle urne ha il sapore di un risveglio identitario senza precedenti nella storia del Land tedesco. Con un’affluenza salita al 77,8%, contro il 60,3% del 2021, l’elettorato della Sassonia-Anhalt ha spezzato le catene dell’apatia politica e l’AfD si è imposta conquistando il 43,8% dei consensi, infliggendo una punizione biblica all’Unione Cristiano-Democratica, rovinosamente franata dal 37,1% del 2021 al 17,2%. Eppure, nonostante la terra abbia tremato e il vincitore abbia staccato il principale rivale di oltre ventisei punti percentuali, la macchina dei palazzi si è immediatamente messa in moto per compiere il suo oscuro sortilegio: impedire che il consenso espresso dal 43,8% degli elettori possa tradursi nella guida del governo regionale.

Nonostante la portata della vittoria, la forza popolare del cambiamento ha mancato la maggioranza assoluta, rimanendo trincerata a quota 39 seggi, tre in meno dei 42 necessari per controllare autonomamente il Landtag. La sorte politica di questa terra passa ora per il BSW, la forza ambigua sorta dalla frattura della sinistra tedesca, che con il 5,3% dei voti ha superato la soglia di sbarramento ed è entrata nel Landtag con cinque rappresentanti. Con i partiti minori esclusi dal riparto e il BSW entrato sul filo del 5,3%, la contabilità dei palazzi si chiude su un orizzonte frammentato: l’AfD conquista 39 seggi, la vecchia CDU arretra spettrale a 15, mentre SPD, Die Linke e Verdi ne ottengono otto ciascuno. I cinque rappresentanti del BSW diventano così l’ago della bilancia: da una parte l’AfD dispone di 39 seggi, dall’altra CDU, SPD, Die Linke e Verdi ne raccolgono complessivamente altrettanti.

Ma la spinta politica che ha conquistato il 44% delle anime non intende assistere passivamente al banchetto dei vinti. Ulrich Siegmund, candidato alla guida del governo regionale, ha scagliato la sua sfida ai vecchi sovrani e lascia la porta aperta a chi, tra i singoli deputati delle fazioni avversarie, vorrà raggiungerlo per trovare un accordo ed evitare lo stallo. E se i signori delle torri d’avorio dovessero ostinarsi a blindare le porte del castello dietro il muro del loro rifiuto preconcettoSiegmund ha evocato il ritorno alle urne. I vecchi re sanno che se il popolo verrà richiamato a votare dopo aver visto il proprio verdetto calpestato da un accordo di palazzo, la loro fine sarà solo rinviata. Nelle assemblee di questa democrazia, l’arte suprema imposta ai sovrani non è il comando, ma la tessitura del compromesso. Lo scranno del governo non spetta di diritto al blocco più imponente, bensì a quella coalizione capace di sommare le proprie forze fino a formare matematicamente una maggioranza. Se tutte le fazioni perdenti decidono di stringere un patto, unendo i voti del loro 56% di elettori, quel cartello finisce per incarnare, sulla carta, una porzione di popolo più grande di quella raccolta sotto un’unica bandiera.

Eppure, quando la teoria dei palazzi si scontra con la realtà, il velo si squarcia. Dire a quasi la metà della popolazione che la sua travolgente vittoria sarà congelata nelle stanze del potere evoca inevitabilmente lo spettro di un cortocircuito democratico. Quando la democrazia cessa di essere percepita come il governo del popolo e si tramuta in un ingranaggio procedurale per escludere il vincitore, si manifestano le sue contraddizioni più profonde, svelando il lato oscuro della democrazia.

Il paradosso del sistema proporzionale personalizzato risiede proprio nel rispettare la forma della legge tradendone lo spirito profondo: un’alleanza tra quattro o cinque sigle sconfitte che somma la maggioranza dei seggi resta un’operazione profondamente artificiale, e quando la regola matematica viene usata come un’arma per sterilizzare il voto del 43,8 % dei cittadini – guidato proprio dalle nuove generazioni e dai lavoratori – la democrazia perde la sua essenza per ridursi a pura ingegneria di palazzo. Questo squilibrio si alimenta direttamente dell’arroccamento dell’establishment; il voto della Sassonia-Anhalt ha certificato che i vecchi partiti sono esausti e incapaci di generare entusiasmo. Eppure, di fronte a questo crollo generazionale, la risposta del sistema non è il rinnovamento o l’autocritica, bensì una rigida chiusura a riccio. Il Brandmauer (muro tagliafuoco) si trasforma in un cartello di auto-conservazione, dove i partiti tradizionali si uniscono non perché condividono un’idea di domani, ma con l’unico scopo di proteggere i propri banchi e i propri privilegi dall’intruso.

Questo paradosso è il riflesso di un modello di contenimento che ha già trovato una declinazione simile anche sulle sponde della Senna. La memoria politica corre inevitabilmente alla Francia del 2024, quando il sistema istituzionale si trovò a tremare di fronte all’avanzata del Rassemblement National. Anche in quell’orizzonte, la risposta dell’establishment non fu il confronto programmatico, ma l’evocazione del Fronte Repubblicano, una gigantesca ritirata tattica e incrociata di candidati centristi e marxisti finalizzata a sbarrare la strada al vincitore relativo delle urne. I palazzi di Parigi, esattamente come le stanze di Magdeburgo, scelsero di abdicare alla propria identità per trasformarsi in una diga procedurale, dimostrando come le grandi democrazie occidentali abbiano ormai standardizzato un protocollo di autodifesa: quando la volontà popolare minaccia lo status quo, le regole del gioco vengono piegate per congelare la storia ed escludere l’intruso.

È in questa palude istituzionale che si attiva la forgia della rabbia. L’esclusione sistematica e deliberata crea inevitabilmente cittadini di serie B; quando quasi un elettore su due constata che il proprio Kreuz sulla scheda, tracciato seguendo millimetricamente le regole del gioco, viene privato di qualsiasi peso governativo, il patto di fiducia con lo Stato si frantuma. La storia insegna che questo non cancella il dissenso, ma lo radicalizza, perché quando a un’opposizione di massa viene sbarrata la via delle istituzioni, la rabbia abbandona definitivamente le urne per spostarsi nelle piazze, alimentando una polarizzazione sociale dagli esiti imprevedibili.

A proposito di piazze, proprio nelle strade si è consumato un ulteriore e profondo paradosso politico e a fare le spese dell’ipocrisia dei vinti è la coerenza. Mentre i dati ufficiali certificavano il risveglio di quasi la metà della popolazione, migliaia di manifestanti appartenenti alle fazioni che si autodefiniscono progressiste, libertarie e democratiche sono scesi in strada a Berlino, Lipsia e nella stessa Magdeburgo per protestare apertamente contro il responso delle urne. Questa mobilitazione fa parte di una contraddizione ormai diffusa, mostrando la faglia di quelle forze che hanno fatto della tolleranza e dell’inclusione il proprio vessillo universale; nel momento esatto in cui la realtà delle urne consegna un verdetto difforme dalle loro aspettative, il velo della retorica si squarcia, rivelando un’intima incapacità di accettare il pluralismo che pure dichiarano di difendere. 

Coloro che storicamente si ergono a giudici morali della società, decidendo chi ha il diritto di parlare e chi deve essere censurato come eretico, si svelano incapaci di accettare la scelta sovrana dei cittadini, manifestando di fatto contro l’essenza stessa dell’espressione popolare. La pretesa di incarnare l’unica parte “giusta” della storia trasforma la politica in una contesa dogmatica, dove chi la pensa diversamente non è un cittadino da ascoltare, ma un’anomalia da correggere, dimostrando che l’attitudine a delegittimare l’avversario e a negare la validità del pensiero altrui non appartiene a una singola fazione politica, sia essa la destra o la sinistra. La tentazione di imporre la propria visione del mondo sull’altro, utilizzando lo stigma sociale, l’esclusione o la pressione della piazza per annullare il consenso ottenuto legalmente nelle urne, risponde a una logica intrinsecamente autoritaria, poiché il fascismo non ha un colore politico esclusivo, ma si annida ovunque si tenti di silenziare una voce difforme dal pensiero dominante, a maggior ragione l’ipocrisia diventa ancora più evidente quando la voce da silenziare e diventa quella della maggioranza relativa del popolo.

Per comprendere fino in fondo la natura del blocco che sta stringendo d’assedio il voto popolare, è necessario penetrare la dottrina e il pensiero delle altre forze schierate sul campo di battaglia. Non ci si trova di fronte a un fronte unito, bensì a una costellazione di fazioni frammentate, divise da odi storici e ideologie inconciliabili, che oggi si scoprono unite unicamente dal terrore della nuova onda. Al vertice di questo antico regime si posiziona l’Unione Cristiano-Democratica, la vecchia aristocrazia politica che ha governato il Land per decenni e che si considera l’unico autentico custode dello Stato. Il suo pensiero profondo si fonda sulla difesa della stabilità borghese e dell’ordine economico costituito, ma il crollo storico al diciassette per cento e il misero cinque per cento registrato tra i giovani testimoniano lo svuotamento della sua legittimità spirituale. 

La grande contraddizione dei cristiano-democratici risiede nel fatto che, pur di mantenere i propri banchi e applicare il muro tagliafuoco, potrebbero trovarsi costretti a negoziare con i loro storici nemici marxisti, snaturando la propria identità pur di fare da scudo al sistema.  Subito dopo si incontrano i nostalgici dell’uguaglianza di Die Linke (la sinistra, per intenderci), eredi diretti del vecchio partito della Germania Est, i quali custodiscono l’ideologia del socialismo democratico e dell’antifascismo militante. Concentrati sulla lotta di classe e sulla ridistribuzione della ricchezza, i post-comunisti considerano il voto identitario non come un rivale politico, ma come un pericolo esistenziale da combattere con ogni mezzo. Eppure, per isolare la nuova onda dei lavoratori, l’ala sinistra si mostra disposta a fare da stampella al governo della CDU, preferendo l’abbraccio con il grande capitale e i vecchi padroni pur di soffocare il cambiamento. 

In questo labirinto si muovono anche i tecnocrati del Partito Socialdemocratico, una forza un tempo gloriosa e oggi ridotta a una burocrazia di funzionari statali e amministratori del potere corrente. La stabilità delle procedure è il loro vangelo e, sebbene gli operai e le periferie abbiano abbandonato in massa i loro slogan per abbracciare l’AfD, l’SPD sopravvive nei palazzi offrendo la propria ingegneria istituzionale per puntellare la coalizione dei perdenti. L’avanguardia morale del vecchio mondo è invece incarnata dai Verdi, i sacerdoti della transizione ecologica e del globalismo cosmopolita. Il loro pensiero è fortemente impregnato di dogmatismo etico, tanto che chiunque non si adegui alla loro fede climatica o sociale viene trattato come un eretico da estirpare dal dibattito pubblico.

Nonostante le loro politiche verdi tendano a devastare il tessuto industriale e i costi energetici delle famiglie, pretendono di imporre la propria agenda ideologica all’interno del futuro governo di coalizione, “forti” del loro piccolo scranno parlamentare. Il quadro si completa con i mercenari del decimale dell’Alleanza Sahra Wagenknecht. Il BSW mescola economia statalista con posizioni conservatrici su sicurezza e immigrazione, presentandosi come la vera alternativa al sistema.

A questo punto restano aperte due strade. La prima passa attraverso una breccia nel muro costruito attorno all’AfD. Sul piano matematico, un accordo fra AfD e BSW produrrebbe 44 seggi, sufficienti per consegnare il governo a Ulrich Siegmund. La seconda strada consiste nel negare ogni passaggio all’AfD e utilizzare quei cinque seggi per sostenere una soluzione alternativa, lasciando il vincitore fuori dal governo e salvando ancora una volta l’anziano regime. 

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Sulle ceneri di questa tornata elettorale si consuma lo scontro frontale tra due visioni inconciliabili, pronte a contendersi il significato stesso della parola democrazia. Da un lato si erge la tesi della distorsione istituzionale. Chi sostiene questa linea avverte che un movimento capace di staccare il secondo rivale di oltre venticinque punti percentuali, raccogliendo il 44% dei consensi, ha ricevuto un mandato limpido, massiccio e compatto dal popolo. Vedere forze politiche con programmi diametralmente opposti – come i conservatori della CDU e i post-comunisti della Linke – annullare la propria identità per unirsi non in nome di un progetto, ma “contro” il vincitore, trasforma la coalizione in un cartello chiuso. L’effetto percepito da milioni di elettori è quello di un sistema blindato che si protegge da solo, cancellando il merito della competizione elettorale per escludere chi disturba lo status quo.

Dall’altro lato dello specchio si posiziona la logica della difesa democratica, pilastro fondante dell’ordinamento tedesco. I paladini del sistema proporzionale replicano con una fredda evidenza matematica: il 44% non è il 50%. Esiste un restante 56% di cittadini che ha votato espressamente per blocchi che avevano promesso di fare da argine alla nuova onda, e quel 56% esige lo stesso diritto di essere rappresentato. Il senso di questo meccanismo di contenimento deriva dalla storia del secondo dopoguerra. Furono le potenze vincitrici del conflitto a imporre e plasmare l’architettura della Legge Fondamentale, con l’obiettivo di spezzare per sempre lo spettro della Repubblica di Weimar, strutturando regole rigide per impedire che una maggioranza relativa, per quanto travolgente, potesse accentrare i poteri e governare minacciando il nascente impero a stelle e strisce.

Al di là della pura contabilità dei seggi, il vero terreno di scontro si concretizza sul piano del linguaggio e del potere di definizione. Chi possiede l’autorità di etichettare una forza politica, tracciando il confine tra ciò che è legittimo e ciò che deve essere respinto? La tensione tra l’uso di categorie storiche infasciate di oscurità – come lo spauracchio dell’estrema destra – e la realtà di un movimento scelto da quasi la metà dei cittadini ci costringe inevitabilmente a confrontarci con la realtà di un’informazione che detiene il potere di stabilire cosa è giusto e cosa non lo è.

Il movimento di cambiamento partecipa regolarmente alle elezioni, rispetta ogni procedura della carta costituzionale, raccoglie firme, presenta i propri candidati e ottiene un consenso di massa vidimato dai seggi. Utilizzare costantemente marchi infamanti e formule dal forte impatto negativo appare così come il tentativo deliberato, da parte dei media tradizionali e dei partiti rivali, di spaventare l’elettorato moderato o di sminuire la validità del voto stesso. La logica contestata è tanto antica quanto efficace: fabbricare un “nemico pubblico” a tavolino per giustificare la sua successiva esclusione dalle stanze del potere.

Le istituzioni richiamano il principio della democrazia militante, la wehrhafte Demokratie:un po’ come coloro che si richiamano alla resistenza per legittimare lo scontro manicheo fra bene e male. Nel 2023 l’autorità per la protezione della Costituzione della Sassonia-Anhalt ha classificato la sezione regionale dell’AfD come gesichert rechtsextremistischeBestrebung, ossia come formazione di comprovato orientamento estremista di destra. Nel 2025 il BfV federale aveva esteso la stessa classificazione all’intero partito, ma nel febbraio 2026 il Tribunale amministrativo di Colonia gli ha vietato, per il momento, di utilizzarla.

Stabilire che cosa sia lecito dire e quali idee possano rimanere nello spazio democratico significa anche decidere in quale direzione debba muoversi il potere. Le definizioni stabiliscono chi possa essere riconosciuto come interlocutore legittimo e chi debba essere tenuto ai margini. Quanto più il potere scelto dagli elettori si sposterà verso l’AfD, tanto più queste classificazioni perderanno forza. Una formazione sostenuta da quasi la metà dei votanti e sempre più radicata nelle istituzioni non potrà essere isolata indefinitamente attraverso un’etichetta imposta dall’alto. Con la crescita del consenso e la normalizzazione del partito, le accuse di estremismo finiranno inevitabilmente per logorarsi e cadere.

Inoltre, l’oggettività tecnica di questa Inquisizione burocratica si scontra con un concetto filosofico fondamentale: nessuna istituzione umana opera in un vuoto di assoluta neutralità. La struttura dello Stato, i servizi di sicurezza e i tribunali sono composti da uomini che si muovono all’interno del perimetro culturale dei valori dominanti dell’ordine costituito che li ha nominati. L’etichetta diviene così uno scudo di autodifesa di un sistema già calibrato per respingere tutto ciò che non si conforma alle sue logiche prestabilite.

In realtà l’AfD cela una visione strategica di ciò che dovrebbe essere una Germania che negli ultimi anni è stata ridotta in frantumi dal moralismo politico.  Il ripristino di Nord Stream non è una questione di simpatie verso Mosca: è il volere di riagganciare il sostentamento energetico per rigenerare la forza tedesca. Il programma – 258 pagine approvate ad aprile a Magdeburgo (MDR) – non è solo politica, ma un trattato di strategia e si regge sull’asse che unisce il contrasto all’immigrazione, più ordine, più figli. La coesione interna viene prima di tutto: l’immigrazione incontrollata produce un’entropia che manda in avaria il sistema centrale. 

La pedagogia collettiva è un ulteriore colonna portante. Se lo Stato presenta l’identità non tradizionale come norma, la famiglia eterosessuale diventa un’opzione tra tante. E quando non è più il default, le persone – anche solo inconsciamente – si orientano altrove. Meno coppie, meno figli, uguale calo demografico. L’AfD lo dice apertamente: la famiglia uomo-donna con figli deve essere norma di riferimento dallo Stato, non opzione. Non è, come ovvio, un attacco contro la libertà di scegliere un determinato orientamento sessuale: è una strategia demografica. Abolire la retorica gender, togliere le bandiere arcobaleno, imporre la “neutralità” ai docenti – serve a reimpostare il default culturale fin dalla scuola di infanzia.

Inoltre, il programma introduce lo “studio della patria” come materia scolastica e sposta l’asse identitario dal 1945 al 1871: più Bismarck, meno Shoah; più grandezza imperiale, meno senso di colpa. Il centro per l’educazione politica – che finanzia le visite agli ex-campi di sterminio – viene sostituito con un “istituto per la formazione statopoliticae l’identità culturale”. è la scelta di un mito fondativo – la Germania non è quella del Terzo Reich, è quella del 1871.

Il crepuscolo dei vecchi partiti è iniziato, e sarà difficile arrestare l’onda d’urto del cambiamento. Quando una forza elettorale così imponente viene spinta fuori dal perimetro del potere con il solo scopo di preservare l’antico ordine, la contesa abbandona i velluti del Parlamento e si trasferisce nella carne viva della società. Sarà una lotta totale, identitaria e generazionale, che il vecchio mondo non ha le armi, né le energie, per fermare.

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