Venerdì in Svizzera la firma del “memorandum d’intesa” sancirà la fine della Seconda Guerra israelo-americana contro l’Iran. Un conflitto nient’affatto risolutivo; d’altronde nel trattato non vi è un solo accenno alla “pace” ma solo una serie di punti da rispettare entro prefissate scadenze. Lo stretto di Hormuz verrà quindi riaperto alle navi – anche se occorreranno mesi per tornare ai precedenti livelli di traffico – e, parimenti, il blocco statunitense verrà rimosso. L’annuncio trionfante di Trump che «l’Iran non avrà mai la bomba atomica» – come se questo fosse stato il vero innesco del conflitto – non convince nessuno mentre, specularmente, a Teheran la piazza protesta per un accordo che ritiene (non del tutto erroneamente) poco remunerativo. Chiaro indizio di quanto una parte considerevole della popolazione persiana sia disposta a soffrire pur di mantenere la propria pulsione imperiale e di quanto poco in Occidente si comprendano le complesse dinamiche interne al Paese iranico.
Se, quindi, tra Stati Uniti e Repubblica Islamica al netto dei reciprochi proclami si può ben constatare una sorta di “pareggio” indicativo che la “soglia del dolore reciproco sostenibile” sia stata pericolosamente raggiunta, il vero sconfitto risulta senza dubbio Israele. Lo testimoniano i continui tentativi di sabotaggio dell’accordo, lo certifica il completo fallimento dell’autoproclamato “sogno di Netanyahu” che, dopo essere finalmente riuscito a convincere un POTUS ad aggredire l’Iran, si ritrova di fronte al fatto compiuto di un memorandum sfavorevole e, soprattutto, lo evidenzia l’opposizione che lancia strali contro un governo che, per bocca di Bennett e Lapid, ha trascinato la nazione in una condizione d’assoluta debolezza dopo tre estenuanti anni di guerra. La “strana alleanza” tra i due politici, che punta a vincere le prossime elezioni, lamenta infatti la perdita da parte di Tel Aviv della propria “indipendenza” sui tavoli che contano e la volontà di proseguire a ogni costo lo scontro con Teheran, mettendo ingenuamente in dubbio la posizione subordinata dell’alleato nei confronti dell’egemone, come se Israele non fosse completamente dipendente da Washington per quanto capace d’influenzarne profondamente la politica interna.
L’accordo da firmare in Svizzera che sostanzialmente, in cambio della rinuncia all’arma nucleare – che la fatwa emanata da Khamenei ha sempre vietato – e della diluzione dell’uranio arricchito, sospende le sanzioni sul petrolio iraniano e lo sblocco delle riserve finanziarie, è un innegabile boccata d’ossigeno per Teheran, un successo diplomatico dal momento che non si parla più di consegna del materiale fissile, di chiusura del programma atomico, di riduzione dell’arsenale missilistico né del supporto ai proxy libanesi e yemeniti. Chiaro segno che le pretese della coalizione evangelico-sionista siano state di molto riviste al ribasso. D’altra parte, come per il precedente obamiano (il cosiddetto JCPOA), non vi è certezza che l’attuale o la prossima amministrazione statunitense rispetti le clausole che dovrebbero entrare in vigore al termine del “periodo di prova” di 30-60 giorni di tregua.

È evidente vi sia quindi da un lato la volontà di Washington di tenersi le mani libere e, specularmente, una palese sfiducia da parte di Teheran nella tenuta diplomatica di un accordo che Israele e la sua potente lobby negli States farà di tutto per far deragliare in Libano. Da qui la precisa richiesta iraniana d’incassare la prima tranche di miliardi subito alla firma. Il termine delle ostilità rappresenta la prima grande sconfitta strategica degli Stati Uniti, sotto forma dell’incapacità della marina statunitense di mantenere il controllo dei chokepoint globali, sancendo inoltre il fallimento degli “Accordi di Abramo”, unica vera e chiara strategia diplomatica della prima amministrazione Trump. L’accordo che, spingendo i Paesi arabi a riconoscere Israele in cambio di sicurezza e futuro business, doveva isolare l’Iran ed essere propedeutico all’apertura della cosiddetta “Via del Cotone” in funzione anti-cinese. Oggi però sono proprio gli unici firmatari del “patto” – in primis gli Emirati Arabi, grandi sconfitti dal conflitto – a essere isolati, perfino al di fuori dell’Opec, mentre Arabia Saudita, Bahrein, Qatar e Kuwait scopertisi abbandonati dagli Stati Uniti ed esposti all’aggressività diretta – come il bombardamento di Doha dimostrò – e indiretta d’Israele, indifferente alle conseguenze economiche di un conflitto nel Golfo, si guardano bene dal firmare un accordo con uno Stato che a tutti gli effetti si comporta da “cane pazzo” puntando alla supremazia regionale e proseguendo la sua opera di sistematica distruzione a Gaza, in Libano e di occupazione in Siria e Cisgiordania.
Sotto ogni aspetto quindi la campagna israelo-americana contro l’Iran può considerarsi un completo fallimento, non avendo conseguito alcun obiettivo tra quelli preposti: regime-change, blocco economico, ridimensionamento e smilitarizzazione del Paese, abbandono di Hezbollah e Ansar Hallah. Le discussioni che si svolgeranno durante la tregua difficilmente porteranno a qualche risultato utile per Washington e Tel Aviv, mentre Teheran consoliderà la propria posizione internazionale e il controllo dello Stretto – probabilmente imponendo una qualche forma di pedaggio come risarcimento di guerra -, lasciando il nodo sulla supremazia israeliana sull’Asia Occidentale irrisolto e il conflitto a covare sotto la cenere. Difficilmente la presidenza Trump si farà trascinare in un nuovo attacco mentre l’Iran ripristinerà le scorte di droni e missili balistici più velocemente di quanto Israele possa fare d’intercettori, sfruttando le maggiori entrate per dar sollievo all’economia interna, rifinanziando i propri alleati nella regione e preparandosi al prossimo inevitabile terzo round.