Arashi: l'Impero sotto assedio

Per il popolo del Mikado, la guerra è sull'uscio di casa.
Per il popolo del Mikado, la guerra è sull'uscio di casa.

1944: gli Alleati premono contro il perimetro difensivo della Sfera di co-prosperità comune della Grande Asia Orientale non solo più dal Pacifico centrale e di sud-ovest, ma anche dal fronte cinese e birmano. Diverse direttrici d’offensiva: le punte di lancia si moltiplicano, affondano e si allargano nel corpo dell’Impero. Nella puntata precedente di Arashi abbiamo accennato alla nuova super-arma aerea degli USA, il potente bombardiere Boeing B-29 Superfortress, un drago ultra-tecnologico che l’aeronautica alleata sta per scatenare non solo sugli obiettivi nei territori occupati, ma sul Giappone stesso. B-29, la distruzione che viene dal cielo, le fortezze volanti dal corpo che sembra rivestito di argento lucido. Gli aeroporti cinesi progettati per fungere da base per i giganti alati B-29 stanno per essere completati, e gli stati maggiori a Tokyo sono molto preoccupati di ciò, e a ragione. 

Gli Alleati da tempo hanno messo in piedi un efficiente ponte aereo The Hump – la gobba. La rotta parte dalle basi indiane dell’Assam e scavalca “la gobba” della catena dell’Himalaya per atterrare in Cina e così rifornire le truppe nazionaliste del generale Chiang Kai-shek, alleato agli angloamericani nella lotta contro Tokyo. Oltre alle missioni di rifornimento, The Hump permette di costruire una solida testa di ponte al di là delle linee nemiche terrestri in Birmania e di allestire larghe piste in grado di accogliere le fortezze volanti. Ancora una volta l’aviazione mostra tutta la sua straordinaria e crescente importanza nel secondo conflitto mondiale. Non si può più pensare di vincere una guerra così estesa e totale senza un’adeguata forza aerea capace di sostenere la sfida bellica e di conquistare la supremazia dei cieli. Chi domina lassù, domina anche quaggiù. 

I capi militari del Mikado sono ben consci del pericolo imminente e sono decisi a interrompere The Hump. Inoltre, sanno che le forze nemiche dislocate in India e comandate dall’ammiraglio inglese Lord Louis Mountbatten (zio di Filippo di Edimburgo, ucciso nel ’79 in un attentato dell’IRA), stanno architettando un’offensiva nel nord della Birmania. I generali giapponesi si convincono di quanto sia urgente intervenire per anticipare le mosse dell’avversario e per estirpare il male alla radice. Il conte Hisaichi Terauchi, maresciallo Gensui dell’Impero, e comandante supremo nel settore, studia il piano di attacco per aggredire la frontiera indo-birmana e dilagare nelle province più orientali dell’India. Il conte Terauchi approva due distinte operazioni nell’aerea, due violenti spallate a cui partecipano anche reparti indipendentisti antibritannici di Bose (vedi puntata precedente) organizzati nell’esercito nazionale indiano Azad Hind. La prima, Ha Go, parte nel febbraio e punta alla provincia costiera dell’Arakan. Essa riesce sì ad accerchiare con una manovra a tenaglia ingenti truppe nemiche ma i giapponesi devono presto mollare l’osso, perché le unità britanniche, ben rifornite, non cedono. La seconda, U-Go, si scatena nella provincia di Manipur per prendere la città-chiave di Imphal. L’8 marzo tre divisioni giapponesi passano la frontiera e attaccano lungo tre assi d’avanzata convergenti. L’esercito di invasione è comandato dal generale di corpo d’armata Renya Mutaguchi. La battaglia combattuta è davvero molto importante a livello storico. Il secondo conflitto mondiale si è spinto fino in India. Questa sarà una delle ultime occasioni della guerra in cui il Sol Levante farà davvero paura.

Nella prima fase degli scontri, quando la spinta giapponese sembra essere davvero irrefrenabile e schiacciante, si diffondono seri timori tra gli inglesi. Addirittura, c’è chi pensa che lo sfondamento totale del fronte sia imminente e che presto tutto il nordest dell’India cadrà nelle mani dei giapponesi. A Nuova Delhi c’è chi sta facendo le valige, pronto a darsela a gambe, nel panico. Mutaguchi e amici hindu stanno già fantasticando sul miglior governo da instaurare al posto degli inglesi, ma non hanno tenuto conto che oltre ai britannici, ci sono anche gli aerei americani che danno manforte. E nelle retrovie birmane, le forze speciali Chindits dell’eccentrico comandante Orde Charles Wingate, poi perito in un incidente aereo proprio in quei giorni, si danno da fare con operazioni di guerriglia per guastare le comunicazioni nel cuore delle linee nemiche. Infine, a rovinare definitivamente le ambizioni offensive giapponesi, interviene nell’Oceano Indiano un forte contingente navale alleato, composto da navi della Royal Navy, della US Navy e dalla corazzata Richelieu delle Forces Navales Françaises Libre che non darà tregua nel Golfo del Bengala. A maggio il contrattacco britannico ottiene un pieno successo e i giapponesi sono ricacciati al di là del confine con gravi perdite che non possono rimpiazzare. La battaglia segna non solo una vittoria alleata nell’estremo oriente indiano, ma lo scacco subito dal conte Terauchi e dal generale Mutaguchi ha un effetto devastante sulla tenuta del fronte in Birmania. 

L’ammiraglio Mountbatten

Nel frattempo, il generale MacArthur si avvicina alle “sue” Filippine. Sferra la terza offensiva in Nuova Guinea. Durante gli sbarchi a Hollandia e le successive penetrazioni nell’entroterra ci si rende conto di quanto siano messi male i soldati del Mikado. Essi, anche di fronte a difficoltà immani, sono sempre mossi da un estremo spirito combattivo e contrattaccano senza sosta gli yankee in avanzata continua. Ma muoiono come mosche, perché denutriti e divorati dalla malattia; sono scheletri d’uomini allo stremo che corrono verso la morte accecati dal senso di onore. Cadono a migliaia. I muri della fortezza asiatica della Sfera di co-prosperità comune si stanno sgretolando. Gli Alleati aprono brecce, frantumano torri, salgono sui bastioni. L’Impero del Sol Levante è sotto assedio. L’attenzione dello stato maggiore americano si volge verso l’arcipelago delle Marianne. Hanno intenzione di costruire piste per i draghi B-29 Superfortress, e di usare le isole come base avanzata per il grande balzo verso le Filippine. 

31 marzo 1944: un altro giorno di grave sventura per il Giappone. Il successore di Yamamoto, l’ammiraglio Mineichi Kōga è in volo da Babelthuap, nelle Palau, verso il nuovo quartier generale della Flotta Combinata dislocato sull’isola filippina di Mindanao. L’intero stato maggiore di Kōga è a bordo di due idrovolanti Kawanishi quando gli apparecchi vengono sorpresi da un furioso ciclone tropicale. L’aereo di Kōga si schianta a poca distanza dalla spiaggia di Mindanao. Tutti morti. L’altro idrovolante con a bordo il viceammiraglio Shigeru Fukudome compie un atterraggio di fortuna sulla costa dell’isola di Cebu, in mano alla resistenza filippina. Fukudome è ferito ma vivo. Viene però catturato dai guerriglieri filippini. Tra i rottami del Kawanishi, i guerriglieri trovano un tesoro: una valigetta in pelle al cui interno ci sono i documenti essenziali del Piano Z studiato da Kōga. Segretissimo. Sono le linee guida di difesa giapponese lungo una catena di isole, e corredate da una bozza strategica per una trappola in cui far cadere la US Navy e affrontarla in una battaglia decisiva. Il generale MacArthur legge tutto, il Piano Z è svelato e ormai inutile. Fukudome viene liberato alcune settimane dopo, in seguito ad un’operazione di controguerriglia dell’esercito imperiale. Fanno fatica a riconoscerlo così ridotto; Fukudome è un rottame umano pelle e ossa. 

Mineichi Kōga

Dopo Yamamoto, un altro brillante comandante nipponico trova la morte schiantandosi al suolo e a Tokyo si accende immediata la lite per la successione di Kōga. Viene designato nuovo capo della Flotta Combinata l’ammiraglio Soemu Toyoda e la nomina genera forti perplessità tra i colleghi di marina perché Toyoda è ufficiale di retrovie, e non ha mai avuto responsabilità ed esperienze di prima linea durante la guerra. In un momento così delicato per il Giappone, l’investitura di Toyoda al vertice operativo della marina, appare insensata agli occhi degli altri capi militari. La maggior preoccupazione di Tokyo sono ovviamente le Marianne. Se cadono loro, le Filippine diventeranno vulnerabili e lo stesso arcipelago metropolitano sarà minacciato direttamente. Si deve reagire in qualche modo. Viene elaborato il piano di difesa A-Go

Piano di difesa A-Go, postulato:

Attirare la US Navy nel triangolo Marianne-Palau-Caroline dell’ovest; colpire la flotta americana con azione combinata di marina e aviazione a terra e annientarla; scongiurare così l’invasione terrestre ancora prima che essa possa avvicinarsi alle spiagge. Piano B: se non si riuscisse ad annientare le Task Force di mare, l’invasione verrebbe comunque fermata dalle ingenti truppe di difesa terrestre, schierate in gran numero alle Marianne. 

Un piano semplice ma che richiede, a questo punto della guerra, un incredibile sforzo da parte di tutte le forze armate giapponesi. Non c’è tempo da perdere, basta indugi, le forti e tradizionali divergenze tra esercito e marina vengono messe da parte, c’è in gioco la sopravvivenza stessa dell’Impero. 

Soemu Toyoda

Toyoda riprende le basi del Piano Z del predecessore Kōga e le adatta alle nuove necessità strategiche. Copia dagli americani l’organizzazione navale delle Task Force per la futura sortita alle Marianne. Nasce la Dai Ichi Kido Kantai – La prima forza mobile. Per mettere insieme la potenza necessaria all’offensiva si richiede all’apparato militare, sia di mare che di terra, il massimo sforzo possibile. Persino il generale Tōjō, da sempre più vicino alle esigenze dell’esercito terrestre rispetto ai bisogni della marina, adesso è deciso e persuaso a sostenere la flotta con tutto quello che ancora si dispone. Un gran numero di aerei dell’aviazione terrestre viene inviata in appoggio alla marina, assieme a unità di fanteria e mezzi. Si succhia tutto il carburante disponibile, che è pochissimo e di pessima qualità, ma si è obbligati per forza di cosa a rischiare, non sono tempi che permettono parsimonia. La prima forza mobile è comandata dal viceammiraglio Jisaburō Ozawa, rispettato dai colleghi per il proprio coraggio e l’aggressività in azione. Ha la responsabilità di praticamente tutta la flotta imperiale, ora raggruppata per l’A-Go: ben nove portaerei scortate da un gran numero di corazzate, incrociatori, cacciatorpediniere. E pure la flotta aerea è poderosa: 540 velivoli dislocati nelle varie isole del settore operativo. A terra invece, la difesa delle Marianne prevede 30.000 uomini tra fanti di marina e soldati del Mikado, agli ordini dell’ammiraglio Chūichi Nagumo, eroe di Pearl Harbour, e del luogotenente generale Yoshitsugu Saitō. Tra i due esistono forti dissidi strategici. 

Purtroppo per l’alto comando giapponese, le cose vanno male ancor prima che si scateni la battaglia. I sommergibili americani, implacabili, molestano senza sosta la flotta ancorata a Tawi-Tawi, colando a picco navi da guerra, cargo e petroliere, nonché spiano costantemente ogni movimento del nemico. Qualsiasi sorpresa, elemento chiave dell’A-Go, è rovinata. L’arma invisibile della US Navy è ormai una perfetta macchina bellica. L’ammiraglio Nimitz risoluto ad attaccare le Marianne e a sbarcare a Saipan, a Guam e a Tinian, raduna nella rada di Eniwetok una forza navale mai vista prima. L’8 giugno 1944, due giorni dopo lo sbarco in Normandia, nella rada sono raggruppate 735 navi (esclusi i mezzi da sbarco) sotto la responsabilità dell’ammiraglio Raymond Spruance. A bordo, 250.000 marinai e 100.000 soldati. Per miglia e miglia l’occhio degli osservatori aerei scorge all’orizzonte navi, navi e ancora navi. È un’armata gigantesca, pronta a sbriciolare il perimetro difensivo imperiale. 

Raymond A. Spruance (a sx) con  Holland M. Smith, Henry L. Larsen e Roy S. Geiger mentre commentano le operazione per la riconquista di Guam

Giugno ’44, D-Day e Marianne, Francia e Pacifico: gli Stati Uniti hanno ormai raggiunto una tal capacità industriale e bellica da riuscire a realizzare contemporaneamente due enormi operazioni anfibie l’una agli antipodi dell’altra. L’armata americane leva le ancore, primo obiettivo è Saipan. Domenica 11 giugno viene combattuta la battaglia aerea. Il bilancio parla chiaro: 124 aerei giapponesi caduti contro appena 11 americani. Il 12 i bombardieri sganciano tonnellate di ordigni al napalm e al fosforo, per bruciare tutto, terra e uomini. I convogli carichi di rinforzi giapponesi vengono individuati e distrutti. Il 13 giugno le bocche da fuoco delle navi tuonano senza sosta con un’intensità spaventosa. È un rullo compressore. I giapponesi non possono fare altre che rimanere rintanati nei bunker sotterranei. La flotta imperiale di Ozawa salpa da Tawi-Tawi il 13. Fatidico messaggio storico dell’ammiraglio Toyoda a Ozawa: 

Le sorti dell’Impero dipendono da questa battaglia. Ognuno dovrà dare il meglio di sé. 

Ammiraglio Toyoda

Alba su Saipan. L’aurora diviene tifone di cannonate, bombe aeree, razzi. L’isola è scossa da convulsioni. Un numero eccezionale di mezzi da sbarco amtrack, circa 700, si avvicina alla spiaggia. Non appena le prime compagnie marines scendono a riva, l’artiglieria del generale Saitō, opportunamente ritirata sulle montagne, fa sentire la propria voce. Il tiro è precisissimo. Gravi perdite di uomini e mezzi. I marines sono inchiodati. 

Scatti provenienti dalla Battaglia di Saipan e mappa con tutti gli sbarchi americani nel Pacifico, Saipan è cerchiata in rosso

Il giorno successivo, l’avanzata dei marines, sempre picchiata dai cannoni nipponici, riesce a guadagnare terreno. Le batterie campali americane si scambiano con quelle giapponesi un rabbioso fuoco d’obici. È un duello tra cannoni. Arrivano anche i carri armati Sherman ad appoggiare gli sforzi della fanteria che non riescono però a raggiungere gli obiettivi prefissati. Le prime ore del terzo giorno di battaglia sono caratterizzate dal contrattacco pianificato da Saitō. Il generale racimola tutti i carri armati di cui dispone e li lancia contro le postazioni americane. È ancora notte fonda, e i marines vengono svegliati da un gran baccano di cingoli, ferraglia in avvicinamento e motori su di giri. La scena s’illumina di mitragliate, esplosioni, razzi bengala. Dietro alla prima ondata, arriva di gran carriera una seconda schiera d’acciaio, seguita da un intero reggimento urlante di truppe scelte. I giapponesi aprono falle tra le linee nemiche, dilagano tra le postazioni marines nella fase più acuta della battaglia notturna. Corpo a corpo, fucilate a bruciapelo, katane. Dalle navi, i marinai guardano porzioni di Saipan illuminarsi per i bagliori delle artiglieria e per le fiamme degli incendi. Ma all’alba i contrattaccanti nipponici sono spossati dalla lotta, e cedono. Lasciano sul terreno 700 fanti e trenta carri. 

A Saipan, mentre i giapponesi non possono fare altro che ritirarsi combattendo senza nessuna speranza di rinforzi, gli americani invece, godono di un costante ricambio di uomini. Appena un’unità soffre perdite ed è esausta dai combattimenti, essa viene prontamente rincalzata da truppe fresche appena sbarcate. Per i giapponesi, disgraziati loro, non c’è tregua alcuna: combattere fino all’ultimo proiettile, fino all’ultimo respiro. In queste condizioni di ampio divario tra le forze, è chiaro come la guarnigione di Saipan non possa resistere a lungo. Il 18 giugno, dopo scontri accaniti su tutta la linea del fronte, la parte sud dell’isola cade in mano alle forze statunitensi. Nel frattempo, La prima forza mobile fa rotta verso la flotta nemica. Il comandante Ozawa, ingannato dai rapporti troppo ottimisti (se non proprio falsati) dei colleghi dell’aviazione, è convinto che il piano A-Go possa avere buone chances di vittoria. Ma la mossa avrebbe funzionato solo se la forza aerea terrestre fosse in condizioni ottimali per lanciarsi all’attacco. Non è così: Ozawa ignora che aerei e aeroporti alle Marianne hanno appena subito perdite notevolissime. L’aeronautica prevista per A-Go è ridotta al lumicino, quasi annientata. 

Il 19 giugno 1944 è una meravigliosa giornata nel mare attorno alle Marianne. Alle 8.30 Ozawa dirama l’ordine di attacco. Una formazione di 69 apparecchi si dirige contro la Task Force 58. Ma i caccia Hellcat intercettano gli avversari prima che essi possano avvicinarsi alle navi. Gli aerei giapponesi vengono fatti a pezzi dagli Hellcat e dal muro di fuoco della contraerea navale. Una seconda ondata, questa volta di 128 velivoli, parte dai ponti delle portaerei de La prima forza mobile. Negli istanti in cui questi apparecchi si alzano in volo, i sommergibili americani colpiscono le portaerei Shokaku e la nuovissima Taiho, ultimo grido dei cantieri navali Kawasaki. I siluri dei sottomarini non avrebbero colato a picco la Shokaku se non si fosse messa di mezzo una bomba incustodita che viene lambita da uno degli incendi sul ponte. A completare il disastro ci pensa l’aria intrisa di vapori di benzina, esplosiva. La deflagrazione spezza in due la Shokaku e l’affonda. La moderna Taiho, nave ammiraglia governata dal comandante Ozawa, subisce la medesima sorte. I vapori di benzina si diffondono nei compartimenti, rendendo la portaerei un ordigno galleggiante. La nave viene avvolta da nuvole di fuoco e un’immane esplosione squarcia l’acciaio dello scafo. Ozawa e il suo stato maggiore abbandonano la nave portando con loro nella scialuppa il sacro ritratto dell’imperatore Hirohito in uniforme bianca di marina. La Taiho scompare tra i flutti. 

La portaerei Shokaku

Intanto gli aerei della seconda ondata non trovano la flotta americana. La Task Force 58 si è difatti allontanata. I piloti del Mikado rimangono a bocca asciutta e non si sono resi conto che sopra di loro, sfruttando il vantaggio dell’alta quota, volano nugoli di Hellcat che gli piombano sulle teste. 70 aerei giapponesi vengono abbattuti. I restanti si sganciano dalla mischia, e tentano ugualmente di raggiungere le navi nemiche. Ma contro di loro viene diretto un micidiale fuoco di contraerea. Dei 128 apparecchi partiti in missione, solo una decina riesce a rientrare alle basi terrestri di Guam e Rota. Un disastro sommato a disastri precedenti. Ma la giornata catastrofica non è ancora giunta al termine. Ozawa infatti, prima che la sua Taiho affondasse, ha ordinato una terza e una quarta ondata di attacchi aerei senza aspettare l’esito delle prime due missioni. Terza ondata: 47 velivoli scendono nell’arena. Questa volta solo 7 di essi cadono nell’oceano, e gli altri riescono a rientrare al sicuro, senza però che abbiano arrecato danni al nemico. Quarta ondata: 82 velivoli vanno alla guerra. 73 di essi vengono distrutti. Alle Marianne è stato un tiro al piccione. Considerando i tragici epiloghi delle varie ondate, gli aerei andati in fiamme sui ponti della Shokaku e della Taiho e quelli distrutti sulle piste di Guam, circa 320 apparecchi vengono perduti in un sol giorno. Una mattanza. 

Il giorno successivo, nel pomeriggio, da undici portaerei della Task Force 58 si alzano in volo 216 apparecchi per andare incontro alla flotta di Ozawa, ora al comando della portaerei Zuikaku. Per contrastare i velivoli americani, decollano 75 caccia Zero. Battaglia aerea al crepuscolo, tra picchiate mortali e contraerea furiosa. I bombardieri a stelle e strisce affondano due petroliere e la portaerei Hiyo. Frattanto, l’avanzata terreste a Saipan prosegue al costo di scontri durissimi, ma va avanti. A luglio per i difensori giapponesi non c’è più speranza. Il riso nelle gavette è quasi finito, l’acqua potabile basta appena per bagnarsi le labbra. L’artiglieria pesante nemica spara incessante e precisa dalle vantaggiose posizioni conquistate precedentemente. Gli americani stanno stringendo il cappio. La situazione è disperata. Il luogotenente generale Yoshitsugu Saitō invia una missiva a Tokyo. Nel messaggio si assume la totale responsabilità della disfatta a Saipan. È un atteggiamento di grande dignità, di autocritica tipicamente giapponese, e umilmente davanti alla patria si scusa di non essere stato capace di fermare i demoni yankee. 

La mattina del 6 luglio Saitō convoca i propri ufficiali. Pronuncia il suo ultimo discorso. Ai suoi uomini chiede l’estremo sacrificio e loro gli giurano che non cadranno vivi nelle mani del nemico. Dopodiché, assieme al suo stato maggiore, si siede a tavola. Gli ufficiali consumano un grande banchetto e brindano con sakè. Finito il pasto e preso congedo con gli ultimi saluti e inchini, Saitō s’incammina verso una piccola altura. Sulla cima di essa, si adopera a liberarla dai sassi per avere un buono spazio dove inginocchiarsi con lo sguardo rivolto a Levante. L’aiutante di campo e i suoi più stretti commilitoni, a pochi metri di distanza, in piedi e in assoluto silenzio, guardano il loro generale, come spettatori di una tragedia con le lacrime agli occhi. Saitō in camicia bianca affonda nell’addome la propria katana per compiere il suicidio rituale Seppuku. Pronto, interviene un sottoufficiale scelto per il ruolo in chiave moderna di kaishakunin, cioè colui che pone fine all’agonia del suicida, e spara al proprio superiore un colpo alla nuca. Negli stessi istanti, non lontano, l’ammiraglio Nagumo, il vecchio trionfatore di Pearl Harbour, si pianta un colpo di rivoltella alla tempia. Gli ufficiali si inchinano davanti ai cadaveri dei comandanti di Saipan e radunano le truppe superstiti per eseguire l’ultimo ordine di Saitō e Nagumo, la loro estrema volontà. I giapponesi ancora in piedi sferrano l’attacco Banzai quella stessa notte. 

Con urla stridule migliaia di combattenti si riversano tra le linee nemiche in un slancio fanatico, incontenibile. I cannoni dei marines non possono intervenire, i pazzi in corsa con le baionette innestate sono troppo vicini e investono batterie, trincee, accampamenti avanzati. Da qualche parte in quel sanguinoso pandemonio una banda militare in alta uniforme suona la marcia Umi Yukaba e le note volano confuse nel terribile baccano. Attacco giapponese e contrattacco americano si scontrano come se fossero due tsunami provocati da maremoti differenti, l’uno s’infrange sull’altro in uno spaventoso frontale tra forze opposte. La lotta è quanto mai cruenta. 670 americani perdono la vita mentre si contano sul terreno oltre 4.200 cadaveri di soldati del Mikado. Sull’isola, il conteggio totale dei caduti è davvero alto: 14.000 americani tra morti e feriti, mentre 30.000 giapponesi hanno perso la vita. L’epilogo della battaglia è un episodio storico che fa gelare il sangue e che coinvolge centinaia di civili, forse migliaia, che si erano ritirati nella ridotta nord di Saipan assieme alle truppe incalzate.  Complice la propaganda che ha insegnato loro che gli americani sono belve assetate di sangue, torturatori e stupratori, e prendendo esempio dai soldati che si uccidono prima di essere presi prigionieri, i coloni giapponesi che a Saipan lavorano la canna da zucchero impazziscono tutti assieme. Follia sucida collettiva. Vinte dal terrore, nell’isteria autodistruttiva, intere famiglie corrono verso l’orlo delle scogliere per buttarsi di sotto e sfracellarsi contro le rocce. Gli americani non riescono a fermarli. 

Ora tocca a Guam, occupata dai giapponesi sin dai giorni di Pearl Harbour. Dal 7 luglio, per due settimane, si protraggono devastanti bombardamenti. Gli sbarchi e i successivi sforzi per aggrapparsi al terreno con solide teste di ponte vengono ostacolati dagli uomini del generale Takashima decisi a compiere il proprio dovere. Ad un certo punto, Takashima ritira le truppe nell’interno per raggrupparle in vista di un grosso contrattacco. Molti di quei soldati vanno incontro al nemico ubriachi, con alla cintola granate e tubi di esplosivo per farsi saltare in aria tra i reparti nemici e causare quindi il maggior danno possibile. Bombe umane alimentate a sakè e fanatismo. Il 25 luglio 5.000 giapponesi attaccano per sette volte il perimetro americano, venendo sempre respinti dai marines. Il 26 luglio gli yankee partono all’assalto delle posizioni di Takashima, e le conquistano. Il comandante della guarnigione di Guam cade in combattimento. Anche qui la battaglia ha un alto prezzo di vite umane: oltre 2.000 le vittime statunitensi, la cui maggior parte sono marines, e 18.000 soldati giapponesi. Pure l’isola di Tinian viene presa negli stessi giorni di Guam. 

Le Marianne sono espugnate, la porta delle Filippine è spalancata. L’Impero è umiliato. La sconfitta aeronavale e terrestre provoca un’eco che fa tremare Tokyo e i suoi palazzi del potere. Il 18 luglio, il primo ministro generale Hideki Tōjō, il grande responsabile della condotta del Giappone in guerra, capo del potente clan militarista e figura semidittatoriale, presenta le proprie dimissioni da capo del governo. Molti si aspettano da lui il Seppuku, ci sperano soprattutto gli avversari politici. Tōjō non si uccide, si limita a ritirarsi a vita privata. Tenterà di togliersi la vita, senza riuscirci, l’anno successivo, prima di venire arrestato dai vincitori. Verrà impiccato a fine ’48. Il gabinetto di guerra designa come sostituto alla guida del paese il vecchio generale Kuniaki Koiso, che fino a quel giorno ricopriva il ruolo di governatore della Corea, divenuto ben poco popolare a seguito della coscrizione obbligatoria imposta ai coreani. Anche se c’è un cambio della guardia formale al vertice, l’influenza del clan militarista sull’azione del governo di guerra non viene meno, anzi. Per un certo verso, le posizioni si fanno ancora più intransigenti. E i tanto temuti bombardieri B-29, decollati dalle piste cinesi della regione sudoccidentale di Chengdu inaugurano la loro stagione di raid il 15 giugno 1944, colpendo (ancora con scarso successo) le acciaierie imperiali di Yawata. L’alto comando nipponico si rende conto della vulnerabilità del suolo nazionale e ordina la ripresa dell’offensiva in territorio cinese, per neutralizzare gli aeroporti di partenza delle fortezze volanti. Riusciranno a strapparne due all’Air Force: Kuei-lin e Lin-ch’uan. 

Il generale Kuniaki Koiso

Prima di balzare sulle Filippine, lo stato maggiore americano vuole conquistare anche le isole Palau. Sull’arcipelago sono schierate le truppe del tenente generale Sadae Inoue che sa bene che non vi è speranza di vittoria contro un nemico grande dieci volte ma quello che si prefigge è di intrappolare per lunghe settimane gli americani in una dilaniante battaglia di logoramento affinché altri settori di difesa possano recuperare le forze e ridare così speranza alle forze armate tutte. Inoue, rispetto ad altri capi, predilige affidarsi alle possibilità che il terreno offre per una difesa attiva, escludendo massicci attacchi Banzai che sono dei veri e propri massacri suicidi, quasi sempre inutili. Caposaldo dell’arcipelago è l’isola di Peleliu, la cui difesa è affidata all’abile colonnello Kunio Nakagawa che intuisce come il terreno si presti molto bene ad una vasta opera sotterranea. Sotto la terra è pieno di grotte, più di 500. Inoue e Nakagawa sfruttano anfratti e caverne realizzando una gigantesca tela di ragno sotto i piedi, invisibile. Un vero e proprio labirinto su più livelli, protetto da pezzi di artiglieria e nidi di mitragliatrici in gran numero. 

Il 15 settembre i marines della prima divisione vengono accolti da una tempesta di fuoco. La reazione dei difensori è furibonda, precisa, coordinata. Oltre ai cannoni e mortai che maciullano gli assalitori, dispongono dei nuovi lanciarazzi Type 4. L’opera di difesa di Inoue e Nakagawa è eccezionale, la capacità in tal senso dei giapponesi, già vista a Tarawa, si ripropone a Peleliu all’ennesima potenza. Dopo appena una manciata di minuti di battaglia, il comando americano si rende conto che la vittoria non sarà affatto scontata e il prezzo della conquista sarà tremendo. Il 17 settembre i marines, nel mezzo di un ciclone bellico che da due giorni non cala d’intensità, vanno all’assalto del monte Umurbrogal, cuore della roccaforte avversaria, e soprannominato con un sinistro “Monte Sanguinoso”. L’indomani, a fronte di ingenti perdite, iniziano a penetrare ne labirinto sotterraneo di “monte Sanguinoso”. La battaglia è un confuso tritacarne. Il terreno, ricco di truci sorprese, non permette azioni coordinate su vasta scala. L’abilità nipponica nel mimetizzarsi rasenta la perfezione tattica. Attacco e difesa si susseguono in contemporanea. È un girone dell’inferno che consuma gli uomini nelle caverne fortificate e lungo cunicoli con l’aria resa incandescente dalle esplosioni delle granate e dalle lingue di fuoco dei lanciafiamme. L’osso più duro è il dedalo di cunicoli e bunker al cui centro c’è il comando del colonnello Kunio Nakagawa. La roccaforte viene ribattezzata The Bloody Nose Ridgela punta del naso insanguinato: significativo. I marines riescono a circondarla con un movimento a “U”. Giorni e notti si susseguono senza che le posizioni giapponesi vengano ridotte al silenzio. La guerra si fa d’usura; per ambedue gli schieramenti le perdite sono tremende. Ma in una battaglia di logoramento prevale chi ha più forze in campo; i reparti di Nakagawa si assottigliano di ora in ora mentre gli americani possono contare in continui rinforzi dal mare, nei carri Sherman, nei caccia Corsair che attaccano rasoterra. Ciononostante, lo scontro attorno alla ridotta nipponica prosegue durissimo per settimane e settimane, fino all’epilogo del 25 novembre. Quella notte, il colonnello Nakagawa raccoglie documenti e insegne e ne fa un falò. Dopodiché si uccide, ovvio. 

Furia sul Pacifico

La battaglia di Peleliu

Scatto raffigurante un attacco giapponese contro le posizioni dei marines americani a Peleliu

Torniamo a Saipan, dove il 12 ottobre gli aeroporti sono ormai pronti e infatti atterrano i primi temuti B-29. Il territorio metropolitano dell’Impero è sotto tiro. Adesso non c’è davvero più alcun ostacolo per iniziare l’invasione delle Filippine. Il gabinetto di guerra imperiale sa che lasciare il grande arcipelago equivale ad abbandonare per sempre la Sfera di co-prosperità comune della Grande Asia Orientale e a perdere le fonti vitali di materie prime. I comandanti di marina ed esercito, ancora una volta, credono in una battaglia decisiva per ribaltare una sorte già segnata. In questo contesto di illusioni e di mosse disperate, viene concepito il piano Sho-go

Sho-go:

L’ultima carta. Piano composto da tre parti, tre responsabilità operative affidate alle rispettive armi. Primo, per l’esercito: resistenza ad oltranza sulle isole filippine. Nessuna resa, nessun ripiegamento. Combattere fino alla morte. Secondo, per la marina: scagliare l’intera flotta contro le forze da sbarco americane e le loro troppe portaerei. Sortita definitiva. Scontro finale tra marina imperiale e US Navy. Vincere o affondare. Terzo, per l’aviazione: ricorrere ad un nuovo tipo di attacco, inedito, inaudito, spaventoso. Modello di guerra asimmetrica. Il vento divino soffia sull’oceano. Il contenuto principale di Sho-go, studiato dallo stato maggiore dell’ammiraglio Toyoda, prevede di attirare con un’esca la gigantesca Task Force 58 al largo, in modo da usare le corazzate per devastare le forze anfibie, rimaste sole e vulnerabili. L’esca deve però essere succulenta se si vuol far cadere gli americani nella trappola. Si decide di sacrificare un’intera flotta composta da portaerei e navi da battaglia, agli ordini dell’ammiraglio Ozawa. È una mossa davvero azzardata, ma va tenuto conto che le portaerei del Mikado sono ormai divenute quasi inutili, perché mancano di aerei e di piloti. Dunque, se non possono combattere, che facciano da esca. Sho-go mostra tutto il suo voto di sacrificio collettivo, estremo e disperato. 

Dunque, se tutto si fosse svolto secondo i piani e con la fortuna dalla propria parte, la Task Force 58 si sarebbe diretta per distruggere la forza di Ozawa, mentre tre altre squadre navali giapponesi, coadiuvate dall’aviazione a terra, sarebbero sbucate con rotta omicida verso il golfo di Leyte, dove si concentra la flotta da sbarco nemica. A quel punto, priva di protezioni, la flotta anfibia yankee avrebbe subito un tal colpo da far desistere MacArthur e Nimitz da qualsiasi ulteriore iniziativa nelle Filippine per diversi mesi. Questa la teoria, ma gravi mancanze nella coordinazione tra i comandi, e la poca collaborazione tra marina e esercito, rimasti rivali anche in questi tempi bui, guastano le intenzioni. Nella fase preparatoria al grande scontro, si inserisce una nota d’intrigo. I primi di ottobre infatti, i comandanti militari di Tokyo vengono a sapere dall’ambasciatore a Mosca Naotake Satō che l’attacco nemico alle Filippine è imminente. A informare il diplomatico giapponese della notizia top secret è, direttamente e sorprendentemente, il ministro degli esteri sovietico Molotov. Il braccio destro di Stalin spiffera cose proibite. Ma perché? Probabilmente è Stalin stesso ad istigare il suo ministro, affinché l’avanzata americana in Estremo Oriente venga rallentata. A che pro? Stalin sta già meditando un futuro intervento dell’URSS nel fronte pacifico, in Manciuria, per non lasciare a Washington la vincita della totalità del piatto in gioco. Solo che nel ’44 non può ancora permettersi una campagna in Estremo Oriente visto l’impegno immane in cui l’Armata Rossa è coinvolta contro Hitler. La priorità per Stalin è arrivare per primo a Berlino, e poi, una volta sbranato il Terzo Reich, l’orso russo potrà voltarsi e azzannare anche l’Impero in disgrazia, suo nemico antico. Gli occorre però tempo, anche a costo di mettere il bastone tra le ruote agli alleati. C’è già odore di guerra fredda… Grazie alle informazioni che arrivano da Mosca, il comando nipponico si prepara all’inevitabile. La prima fase della battaglia si combatte sui cieli dell’isola di Formosa. È qui difatti che si concentra l’aviazione di difesa. Per tre giorni, dal 12 al 14 ottobre, viene combattuta la più grande battaglia aerea della guerra in cui vengono coinvolti centinaia di apparecchi da ambo le parti. Le nuvole sopra l’odierna Taiwan sfrigolano. L’esito è chiaro. 500 velivoli giapponesi abbattuti, quaranta navi da trasporto affondate, le basi militari di Formosa completamente devastate. Gli americani perdono “appena” 89 aerei. 

Un bombardiere Torpedo durante la battaglia di Formosa

Il 17 il comandante Toyoda dà l’ordine di attuazione del piano Sho-go. Il 19 i ricognitori individuano la flotta nemica che trasporta le divisioni anfibie. I piloti osservatori sono impressionati dalla quantità di navi in avvicinamento nel golfo di Leyte, non sanno però che una formazione ancora più potente, comandata dall’ammiraglio Hasley, procede verso la stessa meta. La flotta-esca di Ozawa leva le ancore il 20 di ottobre. Nei giorni successivi le squadre navali che dovranno attaccare la forza anfibia yankee prendono posizione. Purtroppo per Sho-go, capita il paradosso. La flotta-esca di Ozawa, affinché il piano funzioni, deve essere scoperta. Ecco il paradosso: all’opposto di una battaglia convenzionale, voler essere scoperti dal nemico ma non riuscire nell’intento. L’esca Ozawa desidera essere stanato ma gli americani non si accorgono di lui. Le navi allora rompono il silenzio radio mandando continui e lunghissimi messaggi con il solo scopo di attirare l’attenzione. L’esca urla, salta e si sbraccia implorando di essere scoperta, ma nulla. I sommergibili americani, invece che pizzicare Jisaburō Ozawa, stanano l’ammiraglio Takeo Kurita e la sua squadra incaricata di colpire la forza da sbarco a Leyte. Il 23 ottobre Kurita, oltre ad aver perso il fondamentale effetto sorpresa di Sho-go lascia in mare tre incrociatori pesanti. La battaglia del Golfo Leyte ha inizio. Essa in realtà è un insieme di quattro battaglie distinte combattute tra il 23 e il 26 di ottobre: 

1) Battaglia del Mare di Sibuyan;

2) Battaglia dello Stretto di Surigao; 

3) Battaglia di Samar;

4) Battaglia di Capo Engano.

Per non appesantire il già corposo capitolo della serie Arashi, cercherò di fare una sintesi riportando fatti salienti, senza soffermarsi troppo sui lunghi ed articolati movimenti strategici della più grande battaglia aeronavale della Storia moderna (Midway fu la più importante, ma in termini di quantità di mezzi, Leyte la supera). 

Un giovane tenente pilota della marina imperiale giapponese poco prima di guidare un attacco kamikaze

Qui avviene il debutto dei famosi piloti kamikaze della Forza d’Attacco Speciale del contrammiraglio d’aviazione imperiale Takijirō Ōnishi. Kamikaze o vento divino, per ricordare la tempesta che nel 1281 spazzò via la flotta mongola che stava per invadere il Giappone. La prima nave a conoscere questa terribile tattica suicida è la portaerei St. Lo sul cui ponte si schianta un Mitsubishi Zero carico di bombe che provocano l’affondamento della nave. Punto terzo del piano Sho-go

Terzo, per l’aviazione: ricorrere ad un nuovo tipo di attacco, inedito, inaudito, spaventoso. Modello di guerra asimmetrica. Il vento divino soffia sull’oceano. 

L’esca Ozawa riesce infine nel suo intento di farsi scoprire. L’ammiraglio William Halsey detto “Bull” la cui espressione nei ritratti è tutta un programma, è davanti ad un dilemma: colpire la flotta di Kurita o schiacciare le portaereri di Ozawa? Sceglie le succulenti portaerei. Halsey cade nella trappola Sho-go. Ma il meccanismo dell’agguato è mal oliato, si guasta. Sfortunatamente per lo schieramento imperiale, le diverse squadre navali che avrebbero dovuto annientare il resto della flotta americana con le forze da sbarco, non riescono nell’intento e ripiegano. Halsey scaglia ben sei ondate aeree sulle navi di Ozawa, colpendole e disperdendole. Poi si mette all’inseguimento del nemico. Nella lotta appare chiaro come la quasi totale mancanza di aviazione imbarcata sia per il Giappone un deficit determinante per la sconfitta della marina imperiale, che ha condotto al massacro navi da battaglia, che appaiono sì potenti e gigantesche ma che sono quasi impotenti senza un’adeguata arma aerea di supporto. La vittoria, incontestabile, è senza dubbio americana. 

Nei diversi scontri aeronavali del Golfo di Leyte la US Navy perde sette navi, tra cui tre portaerei leggere. La marina nipponica di navi ne perde ventiquattro tra cui la portaerei Zuikaku, di cui è giunta fino a noi una toccante fotografia dove l’equipaggio assiste all’ammainabandiera sul ponte mentre la Zuikaku affonda, e la supercorazzata Musashi, una delle navi simbolo di quella che fu la potenza navale dell’Impero, ora perduta per sempre. Dopo la battaglia del Golfo di Leyte il crisantemo d’oro scompare negli abissi oceanici; la micidiale forza aeronavale del Mikado non esiste più. 

L’Imperatore Hirohito in visita sulla corazzata Musashi

La speranza Sho-go svanisce come neve al sole. La difesa-offesa che avrebbe dovuto mozzare l’avanzata nemica verso le Filippine con un violento colpo di mannaia si conclude con una catastrofe definitiva. Per certi versi, quest’ultimo poderoso tentativo di cambiare il corso della guerra assomiglia all’offensiva tedesca nelle Ardenne, anch’essa da intendersi come un impetuoso colpo di coda di una grande potenza militare prossima alla sconfitta. La sorte delle Filippine è segnata, e con essa tutte le rotte vitali per l’approvvigionamento essenziale al Giappone. Per il popolo del Mikado, la guerra è sull’uscio di casa. 

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