OGGETTO: Tutti gli Occidenti possibili
DATA: 11 Maggio 2026
SEZIONE: Geopolitica
AREA: Italia
Il solco aperto da Trump con tutti gli alleati europei, e infine anche con l’Italia, invita ad una riflessione più profonda. Sulle due sponde dell’Atlantico, diverse idee di Occidente, diverse idee di Europa. Meloni cerca di tenere assieme le due anime, mostrandosi contemporaneamente europeista e filoamericana, sebbene in patria la vorrebbero nazionalista. Un equilibrismo fra estremi difficile da mantenere. All’indomani del fallimentare bilaterale con Rubio è venuta la Giornata dell’Europa: un invito a scoprire e confrontare i molteplici percorsi paralleli che la Premier cerca di abbracciare simultaneamente.
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Non può stupire che il discorso identitario sia rimasto a margine del bilaterale fra il Segretario di Stato americano, Marco Rubio, e la Presidente del Consiglio Giorgia Meloni: le urgenze quotidiane della politica estera di Trump hanno preso il sopravvento. Abbandono dell’Ucraina, la torcia gettata nella polveriera di Hormuz, l’incredibile scazzottata verbale col Papa. Anzi, come riportano i retroscena, provare a riparare i danni del tycoon alle posizioni italiane è stato il tema centrale dell’incontro. Compreso uno spazio personale che la Presidente si è voluta prendere per rimarcare i danni reputazionali subiti in Europa per la difesa a oltranza del partner d’oltreoceano. Una difesa che è stata alla fine ripagata da attacchi frontali sull’Iran per aver tutelato l’interesse italiano, e dall’indisponibilità americana a un compromesso sui temi di scontro: condizioni di utilizzo delle basi americaneconseguenti minacce di ritiro dei contingenti NATOrispetto dell’autorità papale.

In questo incontro, Meloni si è trovata ancora una volta a rappresentare l’intero Continente.Senza che l’avesse scelto: è stato l’allineamento di interessi coi partner europei a produrre questo risultato. Un allineamento disegnato dagli attacchi onnidirezionali della Casa Bianca, che ha messo in fila Spagna, Italia, Francia e Germania: tutte colpevoli e tutte complici. Rileva certo anche la propensione di Roma a usare il guanto di velluto per parare i ganci di Washington, che ha implicitamente reso Meloni la voce europea in America quando tutti gli canali di dialogo si sono consumati. Questa posizione di rappresentanza sovranazionale non sta scomoda alla premier, ma soprattutto, contribuisce alla sua presa di consapevolezza continentale: di fronte ai continui attacchi da est e da ovest, i legami forgiati coi partner europei si dimostrano l’unica compagnia stabile per la Presidente.

Eppure, questa pareva un’ottima occasione di dialogo fra i due politici più allineati della comunità euro-atlantica. Rubio è stato infatti l’unico nell’amministrazione americana che, come Meloni, ha lottato negli ultimi due anni per mantenere in vita i rapporti transatlantici. A febbraio aveva ridotto gli sconquassi trumpiani ad un momento di riforma e aveva parlato di un’alleanza indissolubile con “gli amici europei” fondata sull’appartenenza ad una comune “civiltà occidentale”. Concetto a dire il vero rielaborato per l’occasione in modo da tenere in barca Vance, ma senza dispiacere troppo a Merz e Macron – compito improbo. Meloni, dal canto suo, è stata colei che ha sviluppato la crasi concettuale del nazionalismo occidentale: un’identità di respiro sovranazionale che mescola nazione e civiltà, e che ha definito il suo impegno europeo e transatlantico. Similmente, si è anche allineata al discorso della difesa della civiltà occidentale per sottolineare il legame fra Vecchio e Nuovo Mondo. Curiosamente, la salvaguardia della civiltàeuropea (che allora equivaleva ad occidentale) era proprio la preoccupazione centrale degli estensori del Manifesto di Ventotene, duramente attaccato lo scorso anno dalla Presidente stessa. Diverse concezioni però, per diversi valori e diverse sfide.

L’identità, in tempi di scontro così radicale, diventa anche una scelta geopolitica, e Meloni si trova di fronte a percorsi con destinazioni molto diverse.

Per capire i termini dell’alternativa, occorre immergersi nel mondo identitario degli States, fonte ispiratrice per i conservatori di tutto il mondo occidentale. A febbraio, Rubio ha dovuto compiere un capolavoro di equilibrismo per cercare una costruzione identitaria consensuale alle due sponde dell’Atlantico come alle due sponde del suo partito. Oltre alle quotidiane minacce di invasione e poi di ritiro, di guerra commerciale e di crisi energetica, Rubio doveva far dimenticare infatti le volontà al limite del sovversivo esposte nella Strategia di Sicurezza Nazionaleenunciate dallo stesso podio solo dodici mesi prima dal Vicepresidente Vance.

Il compromesso identitario ha dovuto tenere insieme gli elementi più liberali – libertà, Stato di diritto, scienza – con quelli più radicali: la centralità della “religione cristiana” nell’attività politica e gli accenti etno-nazionalisti della Heritage America di Vance. Lui che invece dello Stato di diritto e delle libertà individuali probabilmente non ha una buona opinione, come del resto certamente non le aveva il suo alleato Orban.

Proprio il Vicepresidente americano definisce uno dei poli alternativi per Meloni: etno-nazionalismo con velature di razzismo, violenza poliziesca e un nazionalismo ristretto, dimentico di legami o alleanze di sorta, come da lui stesso esplicitato due anni fa alla diplomazia europea. Da tempo recettore delle riflessioni identitarie più eterodosse del suo partito, Vance ha incorporato nel suo discorso il concetto della “Heritage American. Come ricostruito da Sam Khan, si tratta di un concetto di ispirazione etno-nazionalista, per cui l’etichetta di vera americanità, ma anche la stessa cittadinanza, dovrebbe essere riservata solamente agli statunitensi cristiani,  arrivati nel Nuovo Mondo almeno prima della Seconda Guerra mondiale (se non prima del 1880), e disposti a sostenere i principi religiosi nella propria attività politica. Un cristianesimo politicizzato che si ricollega più alla concezione di Islam politico che non invece al laicismo di eredità (heritage) europea.

Nel frattempo. questa teoria ha comportato una battaglia ancora incerta per l’eliminazione dello ius soli. Un obiettivo che, se in Europa è la normale eredità storica di molte nazioni, specularmente, per gli Stati Uniti rappresenta la rottura radicale di un modello secolare, che ha fondato il successo economico e politico del paese. Ironia della sorte, gli effetti delle politiche di cittadinanza esclusive hanno bussato proprio alla porta del Vicepresidente quando sua moglie si è trovata a rischio di perdere la cittadinanza per la stessa legge che il marito propugnava.

Inoltre, questo è il sistema di pensiero che ha sdoganato anche minacce di privazione arbitraria della cittadinanza, persino verso rappresentanti del Congresso. È anche il clima culturale che hainfine ispirato la carneficina di arresti e uccisioni di quest’inverno in Minnesota: arbitrarie,volontarie, involontarie, pentite ex-post sulla base dell’appartenenza etnica del fucilato. Se le teorie nativiste sulla nazionalità per discendenza possono apparire miti e accoglienti, il portato culturale e pratico che hanno trascinato con sé ha mostrato un volto che non si può tacere.

Il mutamento identitario in corso negli Stati Uniti è una rivoluzione copernicana, ma non è assolutamente consensuale nemmeno nel partito di Vance. Tanto che sul tema si è sentito in dovere di intervenire esplicitamente un altro repubblicano di grande spicco intellettuale: Francis Fukuyama. Forse uno dei cantori più illustri dell’Occidente e del suo “ultimo uomo”, si è trovato all’improvviso privato del titolo di Occidentale, per carenza di lignaggio. Mentre Rubio aveva trovato proprio nella religiosità in senso esclusivo il fulcro valoriale in grado di tenere insieme le varie anime del suo partito, Fukuyama ha tenuto a ricordare invece le radici cosmopolite degli Stati Uniti e dell’Occidente, sottolineando proprio il ruolo primigenio del cristianesimo in questa evoluzione.

L’Italia ha guardato attentamente a questi sommovimenti, identitari e non solo: nell’identità nazionale, nel rapporto del governo coi suoi cittadini. E si è posta delle domande: culturali, di appartenenza di civiltà, ma dunque anche geopolitiche.

Roma, Aprile 2026. XXXIII Martedì di Dissipatio

Come Rubio, anche Meloni tenta un’opera di sintesi fra valori distanti. Anche lei, come Rubio, si trova a tenere assieme quadri più radicali del suo partito, i liberali di Forza Italia (il cui segretario ha partecipato alle celebrazioni della ricorrenza europea), e chi nella coalizione avrebbeprobabilmente preferito impegnare lo stesso giorno ad assistere a una parata militare più a est. La sua fortuna è elettorale, perché i rapporti di forza le permettono di manovrare più liberamente.

Forte di questa superiorità, ha potuto sviluppare con grande creatività politica un nazionalismo di civiltà che ha lasciato spiazzati i commentatori, ha trovato estimatori anche fuori dalle sue cerchie, e ha in buona parte spezzato il suo isolamento continentale. La premier è statacapace di collaborare con le istituzioni comunitarie in vista di obiettivi comuni (in primis la gestione dei flussi migratori) e in forza di un’inedita visione pan-europea. E così, uscita dai confini, di fronte al termine nazionalismo si è fatta saggiamente timida, ammettendo di non sapere se il termine fosse appropriato, visto il suo heritage, visto il suo “richiamo a dottrine aggressive e autoritarie. Questo stesso orizzonte di civiltà, una volta eletto Trump, è stato poi trasferito anche a livello transatlantico. Un orizzonte di civiltà che è però contrastante rispetto all’approccio nazionalista, antieuropeo e antiatlantico – in una parola, antiestablishment – sviluppato nei decenni dal suo ambiente politico. Peraltro, in opposizione invece alla più alta e lontana tradizione missina.

Questa preoccupazione per i destini della civiltà, di respiro così sovranazionale, è curiosamente rassomigliante a quel Manifesto di Ventotene che oggi viene celebrato come documento ispiratore, almeno idealmente, del processo di unificazione europea. Lo stesso Manifesto che l’anno scorso veniva attaccato duramente dalla stessa Meloni per un passaggio sulla proprietà privata – citato però solo parzialmente, e peraltro scritto da Ernesto Rossi, liberale e allievo di Luigi Einaudi – o per l’importanza data ad alcuni passaggi su un partito federalista rivoluzionario – certamente rischiosi, ma accantonati quasi immediatamente dallo stesso Spinelli nelle Tesi Politiche (la numero 5) del Movimento Federalista Europeo, e successivamente sconfessati ulteriormente in molteplici occasioni.

Nella sua premessa del Manifesto, Piero Graglia rassicurava Meloni e i suoi compagni che l’obiettivo fondamentale del documento non era certamente la creazione di un partito rivoluzionario, o l’abolizione della proprietà privata, bensì proprio “la protezione della civiltà europea” (che allora era sinonimo di Occidentale per… nanismo politico degli Stati Uniti, ironia della storia) dalla crisi del suo secolo.

In realtà, le risposte alla crisi erano molto diverse, ma diversi erano anche i rispettivi timori.La minaccia alla civiltà europea proveniva allora dall’esasperazione del principio di sovranità, dal nazionalismo e dall’imperialismo delle élites economiche. Miti identitari e interessi subdoli che avevano tradito gli ideali della nazionalità (da Spinelli salvaguardati e celebrati sia nel Manifestoche nelle Tesi Politiche). La speranza che lo Stato nazionale potesse rappresentare il perfetto equilibrio per lo sviluppo pacifico dei popoli era stata infatti sostituita dalla realtà di ripetute guerre fratricide fra nazioni racchiuse in un fazzoletto di terra, ognuna impegnata a convincere il proprio popolo che la lotta per il dominio fosse la strada verso il benessere. Guerre per le qualiintere generazioni di giovani europei sono andate al patibolo, affinché i sopravvissuti fra di essi potessero vivere peggio, in un Europa più insicura e ancor più fatalmente intrecciata da odi e revanscismi indissolubili.

Mentre Trump soffia venti di guerra sull’Atlantico e in Medio Oriente, i federalisti europeioffrirono ottant’anni fa una lettura lucida della natura viziosa della violenza politica. Ovvero che non importano le antiche rivendicazioni, la soluzione non arriva da chi giustifica la violenza perché fu l’altro che iniziò per primo; ma, come disse Norberto Bobbio in un ispirato discorso sull’obiezione di coscienzala soluzione proviene da chi per primo “comincia a spezzare questa catena”. E, questa massima morale spesso derisa nell’ambito diplomatico, nella storia europea è diventata fattore cruciale di pace.

Di più: in un presente di globalizzazione e competizione sregolata, ma anche di guerra commerciale senza quartiere, i federalisti europei già riconoscevano i rischi degli opposti estremi. Ma non per grandi interessi economici e finanziari transnazionali, per cui Spinelli utilizza espressioni fortissime: “plutocrati che tirano i fili dello Stato a proprio esclusivo vantaggio”; “ceti assolutamente parassitari”; ceti strutturalmente avversi alla democrazia “non potendo ammettere che le classi diseredate se ne valessero per cercare di realizzare quell’uguaglianza di fatto che avrebbe dato a tali diritti (la previdenza sociale, la progressività della tassazione) un contenuto concreto di effettiva libertà”. Bensì, erano aperture orientate al fine e nella misura in cui si offrivano come facilitatori di pace, in linea col temperato pensiero internazionalista keynesiano, di cui Ernesto Rossi era peraltro studioso.

Al tempo stesso però additavano i progetti razzisti e autarchici degli Anni Trenta. Ernesto Rossi studiava il cosmopolita Lionel Robbins, e insieme inserivano idealmente il progetto federalista europeo all’interno di un percorso contrario ai “ferri vecchi del mercantilismo” e all’attenzione maniacale per gli “scambi bilanciati” (oggi ripresa proprio da Trump). Mentre gli Stati Uniti procedono disordinati verso la chiusura commerciale e la ricerca confusa di una purezza nazionale, i Padri fondatori dell’Europa offrivano già ottant’anni fa avvisavano delle conseguenze che avevano vissuto per un simile percorso.

Infine, ma crucialmente, i federalisti del Manifesto presero a fondamento della civiltà occidentale lalibertà e l’uguaglianza democratica di tutti gli esseri umani. Nuovamente, scelsero l’opzione che oggi oltreoceano è di Fukuyama e non di Vance. Scelsero l’opzione che oggi è quella del Pontefice, col quale Meloni è schierata, anche al di là della difesa dagli attacchi della Casa Bianca.

Se la consapevolezza storica deve guidare lo sguardo verso il futuro – citando indebitamente Prezzolini sulla scorta del riferimento della premier – le lezioni del passato non possono mai essere sminuite. Ad esempio, nel caso del Manifesto, quelle della globalizzazione non gestita, problema comune con soluzioni simili, ora come allora. Ma questa è solo una delle tessere del puzzle, e la partita è assieme culturale e geopolitica: se Rubio si trova a scegliere e mediare fra i Fukuyama e i Vance, Meloni deve trovare quotidianamente il compromesso vincente fra coesione nazionale, solidarietà europea, e legami transatlantici. Di volta in volta, ognuno può apparire comodo e accogliente, ma sta scoprendo anche che i compagni di viaggio ideologicamente più vicini sono stati anche i più veloci nel voltarle le spalle.

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