Intervista

Andrea Minuz: «La destra italiana ha prodotto in questi anni un'enorme quantità di dibattito sull'egemonia e pochissima cultura degna di imporsi per forza propria»

«Del resto, non è mica facile: questi sono lavori di lungo periodo, e i progetti di lungo periodo e la politica oggi non vanno d’accordo. Tutto si consuma subito: slogan, annunci, proclami, post su Instagram»
Andrea Minuz: «La destra italiana ha prodotto in questi anni un'enorme quantità di dibattito sull'egemonia e pochissima cultura degna di imporsi per forza propria»
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Un fantasma si aggira per l’Italia ed è quello dell’egemonia culturale. Le ultime polemiche veneziane tra il Mic e la dirigenza della Biennale hanno infatti riattivato nell’opinione pubblica questa annosa querelle tutta italo-italiana. A sinistra continua la critica, non priva di croniche amnesie, allo stile del governo e alle logiche lottizzatorie applicate alla cultura. Mentre a destra permane un sentimento di desolazione sull’incapacità di realizzare un vero gramscisme de droite, di debenoistiana memoria, una volta giunti al Potere scadendo invece in un velleitarismo retorico che si alterna sovente ad un approccio rinunciatario e fatalista. Continua pertanto tra ipocrite negazioni e polemiche anacronistiche questa saga ideologico-sentimentale sulle redini del soft power italiano senza raggiungere un risultato o un effetto concreto. Ma a distanza di decenni dalla morte di figure come Bottai e Gramsci il nodo dell’organizzazione della cultura resta ancora dibattutissimo. Per meglio affrontare questa ossessione italiana occorre leggere un testo geniale, corrosivo e lapidario quale “Egemonia senza cultura. Storia sentimentale di un’ossessione italiana” (Silvio Berlusconi Editore) di Andrea Minuz, professore ordinario presso la Sapienza, saggista ed editorialista, che ne ripercorre la traiettoria mostrandone abbagli e miraggi tramite un tono ironico con uno sguardo aguzzo e lucido. Per meglio conoscere i veri meandri di questo psicodramma nazionale abbiamo intervistato l’autore. 

-Perché “Egemonia senza cultura” e come è cambiata l’organizzazione culturale nel nostro Paese?

Il titolo nasce da un paradosso: in Italia si parla ossessivamente di egemonia culturale — ogni governo la evoca, ogni schieramento denuncia il monopolio altrui — ma l’accento va tutto sul sostantivo. Molta egemonia, poca cultura. Non sono le idee a definire questo dibattito, sono i modi di occupazione dello Stato culturale: enti, fondazioni, ministeri, soprintendenze, festival, premi, sussidi a film e teatri. Sullo sfondo, sempre le solite cose: la scuola, l’università, la Rai, il cinema italiano, il premio Strega, Tolkien, Sanremo, ecc… — tasselli di un grande mosaico egemonico, una lotta per il controllo delle menti degli italiani. Il libro prova a smontare questa parola-giocattolo della chiacchiera italiana, capire il perché e il come dell’ossessione. Non è teoria politica o sociologia. Volevo raccontare gli aspetti ridicoli, grotteschi, fuori tempo massimo di questo dibattito — e cosa succede a chi nella vita decide di lanciarsi nell’impresa culturale. È un piccolo manuale di istruzioni. Un galateo dell’egemonia. Quanto all’organizzazione: la gestione della cultura è sempre la stessa. Semmai, nel secolo di Internet, è l’idea di cultura che è cambiata profondamente. Gramsci oggi si appassionerebbe più ai meme che ai romanzi del Premio Strega.

-Come e perché nasce questa ossessione italiana per l’egemonia?

Se cresci in Italia, scopri abbastanza presto che la cultura che conta ha spesso un sottotesto politico incorporato, e che quando non ce l’ha, ce lo infiliamo comunque. Anche nei prodotti più ingenui, innocui – pensa alla tiritera sui cinepanettoni andata avanti per trent’anni, una cosa surreale, non così facile da spiegare fuori dall’Italia. Amici inglesi o americani mi chiedevano: ma perché litigate politicamente sulle commedie natalizie? Sembrava ci fosse in gioco l’onore del Paese. Le ragioni storiche sono tante, sempre le solite. Le due grandi famiglie politiche del nostro dopoguerra – la cattolica e la comunista – avevano entrambe una visione pedagogica della cultura. Aggiungi il fascismo, primo grande esempio di Stato culturale. Aggiungi poco o niente liberalismo. Una concezione liberale della cultura — quella che in Italia fatica a trovare una casa — parte da un presupposto opposto: la cultura non ha il compito di orientare le coscienze verso alcuna direzione. Il suo valore non si misura dalla sua utilità nella lotta per il potere. Si misura dalla sua qualità: libri ben scritti, non libri utili, film ben fatti, non film giusti solo perché si trastullano con nobili cause.

-Come la destra si sta approcciando a questa lotta, anacronistica secondo alcuni, per l’egemonia?

La destra italiana ha prodotto in questi anni un’enorme quantità di dibattito sull’egemonia e pochissima cultura degna di imporsi per forza propria. È il sintomo del problema, non la soluzione. Del resto, non è mica facile: questi sono lavori di lungo periodo, e i progetti di lungo periodo e la politica oggi non vanno d’accordo. Tutto si consuma subito: slogan, annunci, proclami, post su Instagram.  Negli anni Ottanta, Margaret Thatcher era odiata dagli intellettuali. Il mondo della cultura ufficiale, classicamente di sinistra, le era ostile in un senso direi antropologico. Nel frattempo, lei rivoluzionava l’economia inglese, tirava fuori il paese da una lunga stagnazione, rendeva mainstream una serie di teorie liberiste e market-oriented che sin lì erano rimaste nel ghetto di qualche istituto isolato (il minimal state di Nozick, le teorie di Hayek e Mises, il liberalismo di Oakeshott, ecc… – tutte cose ancora abbastanza oscure da noi). Quelle idee c’erano già, relegate nel ghetto di qualche think tank, aspettavano solo qualcuno che le prendesse in considerazione. Nel caso italiano, non vedo una cosa del genere. Non c’erano delle idee che aspettavano di essere messe alla prova. Mi pare fosse Marcello Veneziani che, qualche anno fa, si domandava se davvero, a fronte di una cultura militante di sinistra, dovesse esistere una cultura militante a destra, o se, invece, il tratto specifico di una cultura di destra non fosse la non militanza, la non appartenenza, la non politicità. Mi pare una cosa di buon senso. Solo che chi va al governo, poi, se deve coinvolgere qualche intellettuale, cerca sempre di puntare sull’appartenenza.

-Alcuni dicono che Gramsci è ormai la stella polare dell’Alt-right, mentre Sapelli definisce il trumpismo come “rivoluzione culturale”: non sono più efficaci i tentativi Milei/Trump rispetto alla versione nostrana?

Non so se il trumpismo sia una rivoluzione culturale. La sensazione è che non ci sia tutta questa progettualità ma si proceda un po’ a caso, cambiando repentinamente idea e strategia su tutto – o forse proprio questa è l’essenza del trumpismo, chissà. Di sicuro è l’ennesima rivoluzione nei modi e nei toni della politica, dove si vedono all’opera le tante stagioni di Trump come conduttore del reality “The Apprentice”.  In termini di battaglie culturali, Trump e Milei sono passati ai fatti, non si sono fermati ai proclami. Questo sì. Del resto, Gramsci funziona se lo usi senza dirlo. Non vai al Tg1 a dire, “adesso facciamo l’egemonia culturale della destra”. L’egemonia si costruisce cambiando il linguaggio, l’immaginario, le categorie del dibattito — non annunciando che stai costruendo l’egemonia. 

– Perché “più si è egemoni nella cultura, più le elezioni le vincono gli altri”?

Perché cultura e consenso elettorale si muovono su tempi e logiche diversissimi. E aggiungo: per fortuna. La cultura lavora sul lungo periodo, sulle categorie mentali, sul senso comune profondo, non dovrebbe mai servire a vincere le elezioni. Le elezioni invece si vincono nell’immediato, sul disagio economico, i prezzi delle casse, le tasse, la sicurezza, l’identità percepita, le minacce globali. Inoltre, quando si pensa che se Taylor Swift dice che voterà per i democratici automaticamente quell’endorsement si trasformerà in milioni di consenso per Kamala Harris, si sottovaluta un fatto elementare, che tutti sappiamo: si possono ascoltare le canzoni di Taylor Swift, persino andare ai suoi concerti, ma restare indifferenti ai suoi eventuali proclami politici. Alcuni film di Moretti mi piacciono molto, ma non condivido nulla di ciò che dice quando parla di politica.  La sinistra italiana ha avuto per decenni una presenza culturale straordinaria, che aveva ereditato dal Pci — cinema, università, editoria — ma questo non le ha impedito di perdere ripetutamente le elezioni. In Italia poi la cultura è percepita come qualcosa di elitario, lontano dalla vita reale, e mediamente noioso o serioso, insomma sospetto. 

Roma, Aprile 2026. XXXIII Martedì di Dissipatio

-Come è nata l’egemonia culturale della sinistra e perché è data per morta? O in cosa si è trasformata?

È nata nel dopoguerra come progetto consapevole e collettivo: Togliatti, Einaudi, il Pci, i Festival dell’Unità, la critica cinematografica, le università. Anche senza condividerne idee, metodo, scopi, bisogna riconoscere che si trattava di un progetto con una qualità intellettuale reale. Una generazione di intellettuali italiani — tra gli anni Cinquanta e Settanta — crebbe dentro un ecosistema in cui essere intellettuale e essere di sinistra era la stessa cosa. Non per costrizione: per ambiente, per frequentazioni, perché le opportunità — riviste, collane editoriali, cattedre, festival — erano lì. Chi non era di sinistra era automaticamente sospetto. Il termine “irregolare” nasce per dar conto di quelli che non si riuscivano a inquadrare. E non a caso, in una cultura così irregimentata, gli irregolari erano spesso i migliori… Fellini, Germi, Flaiano, Pasolini. Il crollo del comunismo ha tolto la bussola ideologica. Il rapporto tra intellettuali e politica è cambiato. Siamo entrati nell’era dell’attivismo social: mostrarsi indignati, sensibili alle lotte civili, firmare appelli, fare video su Instagram. Quello che resta non è un’egemonia ma una cultura influente in certi ambienti e irrilevante altrove. Restano pose, atteggiamenti, cliché, convenienze. Resta una certa convinzione di essere l’unica cultura degna di questo nome. Chiunque abbia frequentato ambienti culturali sa che il progressismo non si presenta come una posizione politica tra le altre: si presenta come la posizione dell’uomo sensibile, informato, che ha letto, che capisce il mondo. Essere conservatori, o anche solo scettici verso certi assunti progressisti, non è percepito come una diversa opinione. È un difetto. Ti si commisera, o ti si ignora.

-Nel libro parla del duello della GLE (Grande Lamentazione dell’Egemonia) contro i teorici della PEC (Presunta Egemonia Culturale): come vede questa dialettica?

È una delle tante commedie del dibattito italiano. Da un lato c’è chi si lamenta dell’egemonia altrui esagerando il potere di orientamento culturale dell’avversario, specie oggi. Dall’altro, chi nega di avere mai avuto a che fare con l’egemonia. La GLE è comoda perché esonera dal doversi misurare con le proprie idee. La PEC è comoda perché permette di fingere che il proprio predominio in certi settori sia stato solo dettato dal merito, mai al controllo della cultura (che era invece reale, concreto e riconducibile alla storica lottizzazione italiana secondo cui la Dc governava, il Pci aveva le idee e gli intellettuali). 

-Quanto AI, social e media rendono anacronistica questa battaglia per l’egemonia?

L’egemonia alla Gramsci presupponeva istituzioni che producevano e diffondevano il senso comune — la scuola, la chiesa, il partito, il grande giornale, l’editoria. Da almeno trent’anni queste istituzioni hanno perso la capacità di orientare alcunché (quello della Chiesa è un discorso più complesso, ovvio). La nostra idea di cultura, oggi, non ha molto a che fare con l’idea di cultura in cui si muoveva Gramsci. Internet ha fatto saltare tutto in aria. TikTok non decide che cosa è cultura — lo decide l’engagement di miliardi di persone. In questo sistema frammentato, l’idea che si possa costruire un’egemonia culturale nazionale attraverso nomine ministeriali o fondazioni appare quasi comica. Il che non significa che il potere culturale non esista — esiste, ma funziona in modo radicalmente diverso. Di Gramsci, resta però un’attitudine di fondo: la cultura come terreno di conquista del potere. È una teoria del dominio soft. Brillante, per certi versi profetica. Ma è esattamente il contrario di una teoria della società aperta, dove la cultura è disordine, libera e caotica circolazione delle idee.

-Sul fronte culturale ci sono più “posti” che “ospiti”: perché esiste questo problema di classe dirigente a destra?

Perché la classe dirigente culturale non si crea per decreto — e richiede decenni, istituzioni, una tradizione critica. La destra italiana ha avuto per lungo tempo un rapporto di subalternità con la cultura: ha prodotto politici, imprenditori, militanti, ma pochi intellettuali capaci di imporsi per la qualità del loro lavoro. Inoltre, a nessun intellettuale piace essere definito “di destra”. Sa che comunque resta un’etichetta che fa vendere meno libri, che ha un suono sinistro, respingente. In ogni caso, il problema della selezione della classe dirigente direi che è assolutamente trasversale. Magari fosse solo un problema della destra.

-Come valuta la tendenza a costruire Pantheon da destra a sinistra?

Il Pantheon è sempre una confessione di debolezza: si sfoderano i santini quando non si riesce a produrre qualcosa di vivo. Lo si sfodera nelle convention di partito per fare bella figura, e poi resta lì.

-Arbasino è forse uno dei più grandi intellettuali italiani. Che ruolo ha nel testo?

È la figura anti-egemonica per eccellenza — e quindi il contrario di tutto ciò di cui il libro parla. Arbasino non chiedeva alla cultura di fare altro che essere brillante, libera, disinteressata al campo da presidiare. Arbasino smontava pezzo dopo pezzo quello che chiamava “il Maestoso Discorso dell’Impegno”, l’equazione impegno = valore. L’idea che un’opera culturale — un romanzo, un film, uno spettacolo — sia considerata automaticamente più seria, più importante, più degna di attenzione se affronta “temi sociali”, se denuncia qualcosa, se ha una funzione civile riconoscibile. Leggere Arbasino dà una vertigine di libertà (e divertimento) che raramente si incontrano in Italia. Niente di meno gramsciano di lui.

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