OGGETTO: Russi e ucraini combattono anche nel Mediterraneo
DATA: 28 Aprile 2026
SEZIONE: Geopolitica
AREA: Africa
Una gasiera russa colpita da un barchino esplosivo ucraino nel Mediterraneo centrale, duecento militari di Kiev dislocati tra Misurata e Zawiya, istruttori ucraini a fianco dei ribelli tuareg nel Sahel: il conflitto si estende fino al giardino di casa italiano. Mentre Mosca consolida la propria presenza nel Fezzan e Eni annuncia nuove scoperte di gas al largo della Tripolitania, Roma si ritrova spettatrice in un teatro che non può permettersi di ignorare.
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Il gravissimo danneggiamento della gasiera russa Arctic Metagaz il 2 marzo scorso ha riaperto la questione della guerra russo-ucraina fuori area. Com’è capitato in questi quattro anni di belligeranza, è di lungo corso la disputa tra russi e ucraini in territorio africano. Già nel 2022 l’allora ministro degli Esteri Kuleba tentava di avvicinare molte capitali africane, mentre Zelensky fece appello all’anticolonialismo dei popoli africani: «La Russia è un colonizzatore che vuole distruggere il nostro stato. Non dimenticate che molti dei vostri antenati hanno vissuto questa esperienza». Al di là dell’incontro diplomatico in occasione del G20 del 2025 tra il presidente ucraino e quello sudafricano Ramaphosa, non sono mancati contatti militari nel perimetro saheliano – si ricorderà la regia dei servizi ucraini dietro gli insorti Tuareg quando tennero un’imboscata alle truppe dell’Africa Corps, che ancora si facevano chiamare Wagner, nel luglio del 2024, in Mali a sostegno delle unità regolari.

La Arctic Metagaz, che trasportava 61 mila tonnellate di gas naturale liquefatto è stata gravemente danneggiata, colpita da un barchino esplosivo autonomo Magura V5 – battello che negli ultimi anni ha seminato il panico nella Marina russa nel mar Nero – vicino alle acque maltesi. L’equipaggio è stato evacuato verso Bengasi, ma tuttavia, come riportato dalle notizie di Trasporto Europa, il battello è andato alla deriva ed è rimasto in balia delle onde tra Malta e il Golfo della Sirte per un paio di settimane. Fallito persino il tentativo di rimorchiarlo a Tobruk. La gasiera colpita dagli ucraini è parte della “flotta ombra” russa, unità corsare di trasporto greggio e gas (metano e naturale liquefatto) in violazione delle sanzioni internazionali imposte successivamente all’aggressione a Kiev, quattro anni fa.

Come segnala l’indagine di Apnews, il 19 dicembre scorso i servizi di sicurezza ucraini avevano centrato la petroliera russa Kendil, colpita a 250 chilometri dal litorale libico. Api indica Misurata la città che ospita l’allestimento di reparti d’assalto marittimi di Kiev. Da qui parte la ricostruzione della presenza ucraina in Tripolitania che andrebbe ad acuire il caos delle milizie e l’ingerenza esterna di turchi e russi, ma anche francesi e inglesi a sostegno degli sforzi contro Mosca. Circa 200 ufficiali ed esperti militari ucraini sarebbero schierati in Libia, dislocati tra l’Accademia Aeronautica di Misurata, nella quale trovano appoggio rappresentanti dell’apparato militare inglese; l’Africom e soprattutto la corposa presenza turca dal 2019. La base di Zawiya equipaggiata per il lancio di velivoli teleguidati e la relativa area portuale dalla quale, invece, muoverebbero i barchini esplosivi autonomi. Infine, la base della Brigata 111, tra le imputate negli scontri successivi l’agguato al capobanda Abdel Ghani al-Kikli – detto “Ghnewa” – la scorsa primavera, sulla strada per l’aeroporto tripolino.

Come riporta la stessa fonte, lo scorso 25 ottobre 2025 il governo di Dbeibeh ha firmato un accordo con l’addetto militare Andrei Bayuk, di stanza ad Algeri, che per conto di Kiev ha stabilito una presenza in Libia in cambio di addestramento per il personale militare libico, truppe e apparati del “Governo di accordo nazionale”, in particolare nell’uso di armamento comandato da remoto. Questo primo accordo non prevede scadenza e pone inoltre le basi per la vendita di armi e investimenti ucraini nel settore energetico libico. Al di là dell’evidente rischio ambientale rappresentato dal bersagliamento di petroliere e gasiere russe nel cuore del Mediterraneo centrale e quindi prossimo ai litorali isolani italiani, se si considera la solida e fruttuosa, per i turchi sulle forniture e per gli ucraini sull’approvvigionamento bellico, relazione commerciale tra Kiev e Ankara che dura da prima che il conflitto armato con la Russia scoppiasse, l’accordo sul materiale in questo senso espande il gioco d’influenza che si fa più serio perché nel giardino di casa di Roma.

Altra conquista turca in campo strategico, non soltanto economico per il comparto Difesa, bensì nelle dinamiche libiche. Tutto questo mentre Eni comunica la scoperta di gas in Libia per oltre 28 miliardi di metri cubi, proprio nella fase meno felice dell’importazione italiana di gas naturale liquefatto dalla penisola qatarina, insidiata almeno sul piano dei prezzi, ma anche nell’intermittente instabilità regionale dell’ultimo mese e mezzo. «Due strutture geologiche adiacenti, Bahr Essalam South 2 (BESS 2) e Bahr Essalam South 3 (BESS 3) sono state indagate con successo rispettivamente dai due pozzi B2 16/4 e C1-16/4 a circa 85 chilometri dalla costa, in circa 200 metri d’acqua, e 16 km a sud del giacimento di gas Bahr Essalam». L’estrazione andrà a foraggiare il mercato libico, sebbene alcune ricadute positive le percepiremo anche dalle nostre parti.

«La prossimità alle strutture esistenti del campo di Bahr Essalam, il più grande campo gas offshore della Libia in produzione dal 2005, consentirà un rapido sviluppo grazie al collegamento alle strutture esistenti». Di nuovo, le due installazioni marittime di fronte alla costa tripolitana e quella di Mellitah su terraferma, si trovano al centro delle eventuali prossime attività belliche tra Ucraina e Russia. Quasi nove barili su dieci che attraversano Hormuz finiscono in Asia. Pechino da sola ne assorbe quasi 5 milioni al giorno (circa il 38 per cento del totale), seguita da India, Corea del Sud e Giappone. In pratica tra l’84 per cento e l’89 per cento del traffico diretto dallo Stretto ha come destinazione i mercati asiatici, come riporta l’ineccepibile e audace relazione di Gabriel Debach per Wall Street Italia. Europa e Stati Uniti compaiono solo marginalmente. Gli Stati Uniti importano circa 0,7 milioni di barili al giorno da quella rotta. L’Europa ancora meno. Il famoso “20% del petrolio mondiale” è quindi un numero globale, non occidentale: tantomeno italiano. Il rischio diretto riguarda soprattutto la sicurezza energetica asiatica.

Il colpo più duro, in caso di blocco dello Stretto, non lo subirebbe Roma ma Pechino. Nel 2025 l’Italia ha importato circa 423 milioni di barili di greggio, pari a 57,1 milioni di tonnellate. Di questi, solo una parte arriva da rotte che attraversano realmente lo Stretto di Hormuz. Le forniture coinvolte, infatti, sono essenzialmente due: Arabia Saudita e la quota di greggio iracheno proveniente dai terminali di Basrah nel Golfo Persico. Il risultato è che il petrolio che arriva in Italia passando da Hormuz rappresenta circa il 10 per cento delle importazioni di Roma. Il resto arriva da altri fornitori: la Libia (primo fornitore italiano), l’Azerbaigian e il Kazakistan tramite il corridoio del Caspio; Nigeria, Stati Uniti, Norvegia e Brasile attraverso l’Atlantico. Il Medioriente incide poco più dell’11 per cento dell’approvvigionamento italiano e solo una parte di questa quota passa realmente dallo Stretto. Questo significa che lo strangolamento su Hormuz non si tradurrebbe automaticamente in una crisi di approvvigionamento per l’Italia. A ciò bisognerebbe aggiungere la quota del 50 per cento del giacimento Zohr in Egitto detenuta dal “cane a sei zampe” e con la quale Roma, visti anche gli ottimi rapporti con al-Sisi, potrebbe iniziare ad incidere maggiormente nell’approvvigionamento di GNL, andando via via a ridurre sempre maggiormente la dipendenza da fonti situate nell’incastro dei colli di bottiglia come il Qatar (circa 10 per cento GNL) ed irrobustire relazioni importanti nell’estero vicino.

Tornando sulla Libia, come segnalato da Agenzia Nova, dall’altra parte della barricata, quella orientale, dalla metà di aprile i russi stanno spostando uomini, mezzi e materiali più in profondità nelle sabbie di Giofra e Brak al-Shati nel Fezzan. Parte degli equipaggiamenti tecnici, dei sistemi radar a corto raggio e dei mezzi di trasporto pesante è stato spostato e allestito alla base di Jufra, nel cuore del Paese e certo snodo strategico fra le tre regioni. Il resto dei materiali presso la base di Brak al Shati, circa 70 chilometri a nord di Sebha. La rilevanza geografica e tattico-operativa della posizione quasi “da accerchiamento” sulla Tripolitania è molto elevata, come altresì notevole la proiezione sul teatro del Sahel nigerino-ciadiano verso il quale la Russia nutre molte simpatie e coltiva molti interessi. Mosca, malgrado l’incapacità dei “legali internazionali” di accostare l’evidente legame di fatto delle appendici private come l’attuale Africa Corps, ex Wagner, alla Difesa del Cremlino, cerca profondità strategica puntellando un’arteria di traffico come quella che attraversa in diagonale Tripolitania e Cirenaica da Ghat a Sirte, via che continua ad essere preferita anche dal traffico di esseri umani verso l’Italia.

«Negli ultimi anni, questa direttrice meridionale è diventata il principale baricentro della presenza russa nel Paese, attraverso una rete di installazioni che comprende, oltre a Jufra e Brak al Shati, anche la base di Al Khadim nell’Est e il sito di Matan al Sara, nel sud- est libico, in prossimità del triangolo di confine con Ciad e Niger e affacciato sull’area saheliana», sempre per voce di Agenzia Nova. Per quanto concerne l’Ucraina, va tenuta sotto osservazione anche la collaborazione con sigle jihadiste nel Sahel. Va rilevato che alcune formazioni all’interno della comunità Tuareg sono state ripetutamente coinvolte in attività jihadiste, spesso legate a movimenti più ampi del Sahel. Tutto questo in netto contrasto con gli interessi italiani, come rammentava L’Osservatore Romano nell’estate scorsa, e come avvenuto nei giorni scorsi. I combattenti dell’Africa Corps a Kidal, in Mali, hanno «respinto quattro attacchi massicci contro la postazione principale, nonché contro le postazioni del perimetro difensivo esterno», durissimi combattimenti ingaggiati da un migliaio di miliziani «dotati di oltre 20 veicoli corazzati da combattimento, più di 80 pick-up, droni Fpv e mortai, e operanti con il supporto di istruttori ucraini». Lo riferisce un comunicato dell’Africa Corps.

Le azioni sono state condotte dal Fronte di liberazione dell’Azawad dei ribelli tuareg in coordinamento con i jihadisti del Gruppo per il sostegno dell’Islam e dei musulmani (Jnim) e nelle sue estensioni l’offensiva contro il governo di Bamako avrebbe provocato la morte del ministro della Difesa maliano Sadio Camara, per tramite d’un autocarro suicida contro la propria dimora. Tempi sempre più caotici, ingannevoli e severi nell’area libico-saheliana che aggiungono pressione a un’Italia che patisce e si trova a fronteggiare la speculazione finanziaria legata all’approvvigionamento di idrocarburi. Roma potrebbe triangolare meglio nella questione energetica, per tramite di una realtà superlativa e molto apprezzata come l’Eni, in Libia come in altre zone fuori dal perimetro persico e certamente sforzarsi di contare maggiormente nel faldone libico, oggi gravato anche dai riverberi e i rivoli infiniti della guerra d’Ucraina.

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