Intervista

«Turchi e Americani erano d'accordo nel far fuori Ghnewa». Cosa sta succedendo in Libia, spiegato da Karim Mezran

«La mia teoria è che ci dovrebbe essere uno Stato particolarmente motivato e leader - potrebbe benissimo esser l’Italia sulla carta con questo Primo ministro - capace di mettere d’accordo turchi, egiziani e algerini con l’egida degli Stati Uniti e dare vita ad un patto, nel quale si decide come amministrare le province e il territorio. Per esempio: turchi che garantiscono ordine a Occidente, egiziani a Oriente e si elegge un rappresentante difeso dalle parti. Questo, però, mettendo al bando gli interessi privati delle milizie.»
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L’ultima settimana ha visto il ritorno dello scontro a fuoco fra milizie, fra bande, in Libia. Ciò dopo l’agguato al capobanda Abdel Ghani al-Kikli, detto “Ghnewa”, probabilmente inviso al ministro di Tripoli Dbeibeh per ragioni personalistiche legate al potere, ma ancor più significativamente, da liquidare secondo le potenze che “dietro le quinte” indirizzano la cosa pubblica della Libia occidentale e che desidererebbero un Dbeibeh più vigoroso e stabile sul territorio. Come sempre è accaduto nei momenti di frizione libici, le Nazioni Unite sono tornate a proporre costituzione ed elezioni a cura del Paese nordafricano, ma la realtà è che successivamente la rottura dell’equilibrio di marca gheddafiana nel 2011, l’epopea del Califfato fra il 2014 e il 2018 e soprattutto il caos successivo, la Libia è sempre più assoggettata al volere delle bande e dei traffici illeciti a livello locale e schiacciata dall’interesse e dal disinteresse, a intermittenza, che le potenze straniere come la Turchia e la Russia esercitano sulla “Quarta Sponda”. L’Italia pare aver aggiunto il faldone libico al Piano Mattei, ma tuttavia rimane timida, forse per timori legati a un passato lontano che un eventuale impegno più assertivo evocherebbe.

Abbiamo dialogato con Karim Mezran, Direttore del North Africa Initiative e Resident Senior Fellow Middle East Programs dell’Atlantic Council, analista lucido e pragmatico che ammonì con severo anticipo che la “primavera araba” in salsa libica non aveva nulla della rivoluzione liberale verso un regime autocratico, ma rappresentava null’altro che l’agognata occasione per le tribù di Cirenaica d’abbattere il nemico numero uno dopo tanto tempo, con l’aiuto, da mesi, dei servizi segreti francesi e inglesi, volto al fine di recuperare uno spazio geopolitico appannaggio del «topolino italiano», come avrebbe detto J. W. Holmes.

-In seguito al delitto di Abdel Ghani al-Kikli detto “Ghnewa”, probabilmente in un’imboscata, si sono verificati scontri a fuoco tra la 444esima Brigata comandata da Mahmoud Hamza e le forze della “Ghnewa”, eponimo tratto dal soprannome del suo capo ora defunto al-Kikli. Cos’è accaduto nell’ultima settimana in Libia?

La notizia ha sconquassato la serata di lunedì con l’assassinio di al-Kikli, noi lo chiamiamo “Ghnewa” che sarebbe il diminutivo di Ghani che significa «ricchezza, benessere» ovvero, nel suo caso, «piccola ricchezza, piccolo benessere». Inizialmente ci è giunta voce che ci fosse stato un incontro tra i vari capi, delle varie fazioni, per cercare un accordo su come affrontare il problema Misurata, milizie tripoline, i problemi in generale che riguardano il governo Dbeibeh e che nel corso di questa riunione sia esploso un alterco dal quale sono partiti colpi di pistola fra i pretoriani d’uno e dell’altro e in quel frangente sarebbe rimasto ucciso “Ghnewa”, insieme ad altri dei suoi. Poi, dopo qualche ora, ci è giunta una specie di rettifica che sia stata un’imboscata vera e propria, ovvero di franchi tiratori scelti per colpire al-Kikli durante la riunione. Queste due versioni si contraddicevano l’una con l’altra, ma sono comunque basate su una fattualità, ossia che la vittima designata era lui; in un caso o nell’altro: bisognava farlo fuori.

Ciò che darebbe maggior peso alla seconda versione, starebbe nella reazione immediata delle milizie contrarie a “Ghnewa” per attaccare subito le sue posizioni, far fuori i suoi luogotenenti, catturarne le armi e occupare subito Abu Salim. All’inizio, infatti, la notizia che venne fatta circolare era che le forze della 444 fossero responsabili, ma tuttavia non va scartata l’ipotesi di coinvolgimento della 111 e al-Zoubi (ministro della Difesa e comandante delle Brigata111, ndr.) che avrebbe giocato un ruolo protagonista. Bisognerà capire se Zoubi ha ordito l’imboscata e la 444 ha dato poi l’assalto alle postazioni di “Ghnewa”, ma lo sapremo soltanto quando si dissiperà tutta questa nebbia.

Ciò che è importante sottolineare è che l’omicidio di Kikli era pianificato da tempo. Zoubi e i figli di Haftar, ognuno per conto proprio, si sono recati a Washington di recente per concordare l’azione, non con i piani alti, ma con i livelli operativi (i piani alti non sanno nemmeno dove sia la Libia), cioè filamenti di forze che si occupano di controguerriglia e controterrorismo, poiché negli apparati militari americani essi godono d’una certa autonomia di manovra, e che ci sia stato addirittura un addestramento sull’agguato. Questo avvenimento sarebbe importante indagarlo e comprenderlo perché definirebbe, ancora una volta, l’interferenza esterna sulle vicende miliziane.

-Alcune agenzie di stampa hanno sottolineato lo stretto legame tra la Brigata di Hamza e la Turchia e che l’omicidio di al-Kikli sia servito a rimuovere un ostacolo all’interesse anatolico d’espandere la propria influenza, garantendosi minore attrito nel frammentato e magmatico universo miliziano di Tripoli e dintorni. Dal tuo punto di vista sta qui la ragione degli ultimi scontri a fuoco?

I turchi erano d’accordo, riagganciandoci a quanto detto poco fa, non si sa se siano stati i turchi o gli americani direttamente, ma certamente Ankara è d’accordo nel rafforzare Dbeibeh e questo a sua volta ci fa pensare che turchi e occidentali siano d’accordo. Facendo fuori il suo rivale principale, dando la “luce verde” a questa operazione. Questa storia è credibile perché né Hamza, né Zoubi e chi per loro, sarebbe mai partito senza il sostegno delle potenze straniere che influiscono sulle dinamiche tripoline. Il piano probabilmente consisteva nel buttare fuori tutte le milizie facendolo a nome di Dbeibeh, facendogli fare la parte del giustiziere, dell’uomo tutto d’un pezzo, che in realtà è tutt’altro che candido, incarnando così il ruolo di pacificatore.

Il piano, tuttavia, è fallito, quelli di “Ghnewa” non si sono «sciolti come neve al sole» come si supponeva, hanno combattuto e resistito, ma non soltanto: resistendo hanno permesso ad altre formazioni da Zawiya e da Zintan di arrivare a Tripoli e respingere gli uomini della 444 e della 111. Di più, quelli di Abu Salim hanno convinto la gente a manifestare contro Dbeibeh; quindi è stata una sconfitta politica e militare.

Ad un certo punto della settimana ci aspettavamo una fuga nottetempo di Dbeibeh e soci, ma questo non è avvenuto perché in fondo nessuna forza è in grado di dominare davvero. Il Primo ministro è tuttavia meno potente, ma non abbastanza da esser deposto.

Per quanto concerne i turchi nello specifico, quello che mi pare di capire è che non vogliano impegnarsi veramente, almeno per il momento. Sai perché credo che loro possano esserci dietro per il 50/60 per cento perché a differenza del 2020 non si sono impegnati a difendere il governatore della Banca Centrale che era uomo loro, Sadiq al-Kabir, nell’estate scorsa, quando sarebbe bastata una camionetta davanti alla sede per far scappare tutti. Non hanno voluto far vedere che loro controllavano la Banca Centrale, non hanno voluto mostrare alcuna influenza. Credo che questa posizione la tengano per riuscire ad allargare i propri investimenti verso Oriente, da qualche mese l’espansione finanziaria e infrastrutturale è cresciuta: accordi con i figli di Haftar, con le contingenze paramilitari sul territorio. È come se loro si dicessero fuori da certe dinamiche locali: «Siamo nazionali, non siamo legati e tantomeno vincolati a nessuno, siamo per l’unità», ma tuttavia si son dati «la zappa sui piedi» perché non difendendo la Banca Centrale, lasciandola a Dbeibeh e sodali, hanno acuito lo spogliamento degli averi, la depredazione del Paese. Dico che può esserci un 60 per cento di mano turca nell’agguato e negli scontri a fuoco ultimi, ma viceversa se volessero intervenire per davvero, non avrebbero tenuto questa condotta nell’ultimo anno.

-Per contro l’agenzia russa Ria Novosti riferisce che le truppe del Maresciallo Haftar si sarebbero mosse da Bengasi verso Sirte, andando presumibilmente a premere sullo spazio sotto il controllo di Tripoli dalla “mezzaluna petrolifera”. Forse come contromisura alle attività belligeranti ultime, oppure nell’intento di sfruttare la nuova situazione d’instabilità?

Partiamo dal presupposto che Haftar non ce li ha i soldati per arrivare a Tripoli. Io credo più nella seconda opzione che hai menzionato. Lui deve già fronteggiare l’instabilità interna al suo territorio. Se le tribù della Cirenaica s’accorgono che c’è un indebolimento delle sue colonne, lo rovesciano senza troppi fronzoli. Lui ha carenza di uomini, ha pochi soldati legati a sé; molte milizie lo appoggiano, ma precariamente. Le tribù inizialmente lo avevano rifornito di personale bellico, ma quando hanno scorto il suo eccessivo protagonismo, li hanno richiamati. Lui ha un seguito mercenario più ex gheddafiani, ma non ha un esercito vero e proprio pronto all’azione su larga scala. Tante parate, buon armamento, ma se si trattasse di combattere rischierebbe di trovarsi come nel 2020. Dei cinquecentomila uomini se va bene saranno duemila. 

Vale la pena poi domandarsi se i turchi lascerebbero avanzare Haftar. Forse gli americani in questo momento, con quest’Amministrazione, sì. Stanno lavorando con lui, potrei non escluderlo. Ma tuttavia, al di là di Trump, Washington lascerebbe le coste della Tripolitania al braccio armato libico dei russi? L’Algeria è già con loro, la Tunisia è una provincia algerina, significherebbe tutto il “Fianco Sud” in mano a Mosca. Potrebbe pure esser un’idea con una sua ragione all’interno del contesto libico, ma appena gli eventi s’alzano a livello regionale, peggio ancora internazionale, non potrebbe esistere. 

Nello specifico della regione, l’Algeria ha da poco modificato l’articolo II della propria costituzione. Esso sosteneva che l’esercito algerino non potesse uscire dai confini, ora è stato mutato. In ragione della situazione libica l’Algeria può intervenire in operazioni approvate dal governo in campo internazionale. Nel caso libico potrebbe certamente intervenire in soccorso a uno Stato fratello.

È sempre stata il grande bilanciere della regione, lascerebbe uno spazio in mano all’Egitto, uno spazio in mano alla Russia, uno spazio in mano ad Haftar?

-La Missione di supporto delle Nazioni Unite in Libia (Unsmil) ha, di concerto con circa venti legali libici, pubblicato un documento a proposito dell’organizzazione elettorale. Il rapporto propone quattro opzioni per superare l’attuale fase di ristagno. La prima prevede lo svolgimento simultaneo di elezioni presidenziali e parlamentari; la seconda suggerisce di dare priorità alle elezioni legislative, seguite dall’adozione di una costituzione permanente; la terza poi ipotizza l’inverso: prima una costituzione, poi il voto; la quarta opzione, infine, contempla la creazione di una nuova commissione di dialogo politico per finalizzare le leggi elettorali e l’assetto dell’autorità esecutiva. Cosa si può dire in merito?

Le Nazioni Unite ci hanno mandato dieci rappresentanti, esse non hanno alcun peso; tuttavia, al tempo stesso, a partire dalle potenze europee, ma estendendo a tutti gli Stati del mondo, sostanzialmente non c’è attore, non c’è potenza regionale o globale che non si rimetta ad esse nelle dichiarazioni. Che poi vi sia sostanza o meno poco importa perché questo status conferisce loro un certo grado di rilevanza. Ho partecipato la settimana scorsa alla preparazione di questo documento. Gli elementi costitutivi non mi sono piaciuti molto.

L’Unsmil (Missione di Supporto delle Nazioni Unite in Libia) ha interesse che la situazione si sblocchi per quanto concerne le elezioni parlamentari, assembleari, prima ancora delle presidenziali. Se si va all’interno di quel documento è tutto un arrotolarsi su proposte che non trovano mai conclusione, per esempio: «preparare il tessuto legislativo prima che si svolgano le elezioni» e chi lo prepara? Il parlamento libico, che è destabilizzato e ininfluente, non arriva a cinquanta membri dei duecento che dovrebbero essere e se poi non hai la legittimità dell’Ovest? Allora si dovrebbe tornare al 2021, a cosa avvenne a Ginevra: le Nazioni Unite dovrebbero scegliere un manipolo di persone, 40-50, accertarsi che i banditi restino fuori dal processo, ma poi? Questi 40-50 dovrebbero scrivere una costituzione, vogliamo scherzare? Si continua a girare intorno ai soliti argomenti avulsi dalla realtà. Le Nazioni Unite, inoltre, patiscono anche i veti, il veto russo ad esempio. I russi hanno interessi con Haftar e Aguila Saleh, Presidente della Camera dei Rappresentanti di Tobruk. In definitiva, come per le formazioni sul territorio, chi ha la forza di piegare le parti.

La mia teoria è che ci dovrebbe essere uno Stato particolarmente motivato e leader, potrebbe benissimo esser l’Italia sulla carta con questo Primo ministro, capace di mettere d’accordo turchi, egiziani e algerini con l’egida degli Stati Uniti e dare vita ad un patto, nel quale si decide come amministrare le province e il territorio. Per esempio: turchi che garantiscono ordine a Occidente, egiziani a Oriente e si elegge un rappresentante difeso dalle parti. Questo, però, mettendo al bando gli interessi privati delle milizie, creando un ordine, cominciando così a preparare il terreno per un’organizzazione elettorale. Ci vogliono un paio d’anni: benissimo, intanto cominciare a ripulire e ordinare il territorio. Con dentro anche Haftar, se l’Egitto garantisce per lui.

Roma, Aprile 2026. XXVI Martedì di Dissipatio

-Salvo l’unità sotto il Colonnello e la precedente parentesi quindicennale di re Idris il Senusso, la Libia è sempre stata un territorio “istituzionalmente” diviso in tre province: Tripolitania, Cirenaica e Fezzan e a ciò si potrebbe aggiungere un tessuto tribale a connotarla dal punto di vista sociale. L’unità oggi, a questo punto delle vicende, è veramente realizzabile? Se davvero lo è, ciò rappresenterebbe un bene oppure no? Sarebbe possibile un’alternativa convivenza, “confederata” diciamo?

Le espressioni federale e confederale per me sono “parolacce”. Chiedo scusa, ma è roba da perdere la testa al pari dell’idea che serva una costituzione per fare un’elezione. È qualcosa di delicatissimo che si regge su equilibri ai quali tutti debbono contribuire appassionatamente. Non ci riesce quasi nessuno Stato al mondo, la pensiamo per la Libia, un Paese all’interno del quale le genti sanno leggere e scrivere, ma non cosa leggono e cosa scrivono. Ci sono alcuni intellettuali libici ai quali piace riempirsi la bocca di paroloni tipo il federalismo: fiscale, amministrativo etc. Quando tentarono nel 1953, fallì in dieci anni neanche; eppure c’era gente preparata e competente ai vertici, proveniente anche dalla Tunisia e dall’Egitto, oggi ci sarebbero libici che non sono capaci di far nulla e non sarebbero minimamente in grado di gestire la cosa pubblica. Sarebbe catastrofico: la ripartizione delle risorse sarebbe terribilmente ingiusta, la corruzione dilagante. L’amministrazione centrale è comunque corrotta, ma in teoria è più visibile.

Non è la costruzione dello Stato che conta, è il sistema educativo, di monopolio delle forze di pubblica sicurezza, l’attenzione del popolo verso lo Stato che non è solo un nemico, un avversario, ma qualcosa che tutela tutti. La Libia oggi è a terra, si dovrebbe riparti dalle fondamenta sul piano sociale.

-Senza rimontare eccessivamente la Storia spingendosi fino all’intervento franco-britannico con l’appoggio statunitense del 2011 perché Roma non corse in aiuto della Presidenza al-Sarraj durante la guerra del 2019-20 tra le milizie legate a Tripoli, al Governo d’Accordo Nazionale, e l’Esercito Nazionale di Liberazione del Maresciallo Haftar? Pare che lo stesso Sarraj recapitò una lettera di richiesta d’aiuto anche all’Italia e che essa, nell’ipotesi, avrebbe agito per un governo riconosciuto dalle Nazioni Unite? Ciò ha favorito Ankara, escludendo Roma da un tavolo imprescindibile della sua politica estera.

La Turchia è intervenuta di sua spontanea volontà, senza l’avvallo di nessuno, accettandone tutti i rischi; le Nazioni Unite con i russi e il loro veto non avrebbero mai dato l’assenso. I turchi erano già sul campo di battaglia prima che la diplomazia s’adoperasse. Io dissi allora che i turchi hanno fatto ciò che avrebbero dovuto fare gli italiani e non hanno fatto pagando a caro prezzo questa scelta. Intervenire militarmente, respingere l’avanzata di Haftar, spingerli indietro e difendere la città.

I turchi hanno giocato bene in quel paio d’anni e nell’ultimo che non riesco a decifrarli molto bene: hanno migliorato le basi militari, hanno rifornito di armamento e soldati, hanno fortificato le difese di Tripoli, però a quel punto si son fermati. Hanno una marea di contratti con Tripoli e l’impressione fu quella che si sarebbero impegnati a pacificare il Paese e invece questo non è avvenuto.

-L’Italia continua a non considerare il proprio “estero vicino”. Persino l’ambizioso e lodabile Piano Mattei, almeno dalla documentazione ministeriale consultata, non inserisce la Libia nella lista dei Paesi che si vorrebbero coinvolgere. Cosa teme Roma? Patisce un certo senso di colpa proveniente dal passato coloniale che la inibisce? Eppure, stando alle dichiarazioni e alle interviste del passato recente, gli italiani in Libia furono molto apprezzati durante la relazione italo-libica realizzata dal Governo Berlusconi ed istituita con il Trattato dell’amicizia?

Rettifico. La Libia è stata inserita successivamente, in un primo tempo non c’era, è stata messa dopo.

L’Italia era egemone in Libia in quegli anni, perfettamente inserita nel territorio sotto quest’alleanza con Gheddafi che poi come sappiamo è stata una po’ tradita.

Per quanto concerne il Piano Mattei, ti dico soltanto che da dodici anni lavoro negli Stati Uniti e negli ultimi dieci mai nessuno mi ha domandato un articolo sull’Italia; da quando la Meloni ha varato il Piano Mattei, l’attenzione è schizzata al primo posto. Tutti vogliono sapere, tutti mi chiedono. Il Piano Mattei è stato una genialata, un’intuizione politica mirabile che lei, insieme ai consiglieri, ha avuto. Piaccia o non piaccia, la Meloni con questo programma s’è posta al centro dell’attenzione, almeno sino ad oggi; ha dato un’opportunità alla nazione di emergere nel dibattito internazionale. In Africa, nei Paesi citati dal piano, è apprezzatissima, almeno dal punto di vista politico. Inoltre, finalmente una ventata d’aria fresca, una posizione diversa nelle relazioni con le realtà africane che non sia la solita di commiserazione, ma di rapporto pragmatico e sentito, alla pari. Sia chiaro, non è cambiato nulla sul piano dell’azione finanziaria ed economica, le infrastrutture si preparano nello stesso modo di ieri, come l’agricoltura, ciò che è mutato, come dicevo, è l’atteggiamento e l’attenzione nei confronti del continente. Mattei fu dirompente, schierandosi addirittura con la rivoluzione algerina oltre che sfidando in questo senso le «Sette Sorelle» e le grandi potenze mondiali. Il Piano riprende questa filosofia, davvero dimenticata nei decenni.

Certo, ora dovrà gestirla questa opportunità e sarà un lavoro molto complesso, duro e faticoso.

-La Libia, anche se a intermittenza, rimane il principale punto di arrivo e partenza dei migranti verso l’Europa. Gli ultimi mesi hanno visto addirittura migranti bengalesi e siriani, arrivare in Libia via aerea su Bengasi, tramite gli Emirati Arabi Uniti i primi e la Turchia i secondi, per poi raggiungere la Tripolitania via terra. Con un’America sempre meno disponibile a impiegare risorse in teatri scarsamente rilevanti per sé stessa e un’Europa politica divisa dalle linee strategiche di ogni nazione, una presenza politico-militare italiana a Tripoli, e in proiezione in Tripolitania, darebbe forse l’opportunità a Roma di soddisfare alcuni punti strategici: estendere la propria influenza, allungare la prima linea di difesa, vigilare meglio lo stretto di Sicilia, ma anche incidere sul traffico d’esseri umani verificando il rispetto dei diritti? Anzitutto sarebbe possibile?

Gli Stati Uniti sono totalmente disinteressati, diciamolo pure. Per quanto concerne l’Europa politica non c’è comunione d’intenti e forse manca pure la volontà d’esporsi realmente sul faldone libico.

Un impegno italiano sarebbe fondamentale, più deciso, più incisivo. Pensiamo a queste mezze figure che facciamo foraggiando e armando personaggi del calibro di al-Masri, banditi veri e propri per un fine a breve raggio di limitare del 10 per cento forse questa immigrazione clandestina. Un costo morale gigantesco, un ritorno minimo. È anche un mio impegno quello di pungolare il governo in questo senso. Non si riesce a scardinare quest’immobilismo e a far comprendere all’istituzione che problemi complessi, come questo, vanno risolti con soluzioni complesse, ti devi impegnare anche militarmente se necessario. Magari non come esercito dispiegato, ma con azioni di polizia, di resistenza a queste bande: una specie di peace enforcing, manifestando anche la volontà di entrare in battaglia nel caso, questo sarebbe sufficiente a creare un certo stato di timore da parte dei banditi locali.

Ci vuole tuttavia una volontà politica gigantesca e un consenso collettivo che io non vedo in Italia. Una decisione del genere comporterebbe anzitutto un parlamento contrario, poi una bufera mediatica. Nonostante tutto ciò, in Afganistan ci siamo andati, in Iraq lo stesso, della serie: se ci va tutto il mondo, con gli americani, noi non ci andiamo? Poi di fronte casa, in Libia, a fare un lavoro serio, di pulizia e di ricostruzione, questo no. Le motivazioni sono sempre le stesse: mancano le risorse, senza una coalizione internazionale non ci muoviamo, poi però parliamo della rilevanza dell’Indo-Pacifico, piuttosto che dell’Artico più di recente. Il problema sta nella mentalità giusta che manca, se nel 2014, già prima della battaglia fra i turchi e il Maresciallo Haftar (momento che vede dilagare il Califfato e l’inizio delle fratture attuali), avessimo avuto una mentalità più strategica e pragmatica, sarebbero bastati mille soldati per salvare le istituzioni; oggi ce ne vorrebbero già diecimila-ventimila. Allora con mille soldati e due unità navali fuori da Tripoli e da Bengasi avremmo messo a posto tutti i signori locali. Oggi, per gli attori sul campo, è molto complicato. La deriva sociale libica peggiorerà ancora nei prossimi anni: uno Stato fertile per traffici illeciti e crimini di ogni genere.

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