OGGETTO: Calenda, il sindaco riluttante
DATA: 10 Febbraio 2026
SEZIONE: Politica
FORMATO: Scenari
AREA: Italia
Stando alle indiscrezioni che vi avevamo anticipato nel Dispaccio #29 dello scorso novembre, nei palazzi romani l’idea di candidare il leader di Azione, Carlo Calenda, è più di una mera fantasia: rappresenterebbe una strategia calibrata dell'esecutivo meloniano per rendersi finalmente "Partito della Nazione", stringendo a sé la Capitale dopo tre tornate elettorali sfavorevoli.
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La politica, si sa, è l’arte del possibile. Come dimostrano plasticamente le ultime indiscrezioni sulla scelta del primo cittadino di Roma, le parti in campo non cessano un istante di studiarsi, capirsi per meglio affrontarsi o tradirsi nella sfida all’ultimo sangue delle elezioni. Al centro dell’uragano di leaks (smentito di rito) finisce l’ex ministro del Lavoro dell’esecutivo Renzi, Carlo Calenda, tirato per la giacca da destra per riprendere il controllo dell’Urbe. Si discute, dalle prime ricostruzioni, di un suo avvicinamento al campo meloniano con Forza Italia a fare da pontiere (galeotta fu una convention per celebrare Berlusconi) per proporgli la candidatura a sindaco: una mossa che dovrebbe portare consenso all’esecutivo da parte dell’elettorato centrista.

Già in passato si segnalano sue attestazioni di stima per la compagine di governo, per le posizioni filoucraine mantenute dalla Presidente del Consiglio in politica estera, lo stop al superbonus (caldeggiato anche da giornalisti liberal come Luciano Capone), il plauso internazionale e la parziale stabilità finanziaria. Calenda, al netto delle distanze ideologiche, riuscirebbe a normalizzare le posizioni dell’esecutivo: una strategia già tentata negli anni rampanti del berlusconismo, dove si tentò di cooptare da un lato i conservatori radicali ammansendoli con promesse di gestione della migrazione col polso duro, mentre dall’altra si strizzava l’occhio ai moderati promuovendo uno Stato snello e vicino alla classe imprenditoriale tramite mirati interventi fiscali. Una Meloni per tutte le stagioni, dunque, sarebbe la speranza della coalizione di governo. Ciò sebbene sia un’altra la grande visione dietro un possibile avvicinamento che non avrebbe dell’incredibile, ma sicuramente del sorprendente.

Roma, Gennaio 2026. XXXI Martedì di Dissipatio

Fratelli d’Italia a Roma ha bisogno di reinventarsi anticipando gli avversari, stringendo accordi con la controparte per neutralizzare la rielezione di Gualtieri, magari sfruttando un big player integrato nell’ecosistema romano che potrebbe dirottare voti dal ceto medio riflessivo. Su questa linea il governo tenta di portare a casa anche un secondo obiettivo. Calenda è uomo di centro, dunque moderato per definizione: un’intesa raggiunta porterebbe FDI a diventare vero e proprio “Partito della Nazione”, da sempre grande necessità strategica di ogni movimento politico arrivato al governo principalmente con le proprie forze. Allargare il bacino dei consensi e spalancare le braccia ai liberali riuscirebbe a rendere il partito della Meloni una formazione politica realmente aggregante, sensibile al ventre molle del paese. Con un filoatlantismo ormai consolidato, ma con l’inedita capacità di togliere finalmente rilevanza alle posizioni più “populiste” alla propria destra.

Da ultimo si deve aggiungere che nell’idea degli sherpa che hanno provato ad avvicinare Calenda, l’operazione potrebbe giustificarsi anche come un semplice divide et impera nel campo anti-meloniano, frammentando ulteriormente la galassia di partiti e partitini dell’opposizione: la moneta di scambio potrebbe essere una legge futura elettorale vantaggiosa per il centro, a patto di superare, oltre a fattori temporali sempre più stringenti, i dubbi della Corte Costituzionale, che già in passato si era espressa sfavorevolmente in merito ad una modifica della legge elettorale nei mesi immediatamente precedenti alle votazioni.

Ma è pur vero che la possibilità di un dialogo con i moderati fuori dalla coalizione di centro-destra, come ai tempi della UDC casiniana, utile per ampliare i margini di consenso ma imperscrutabile nelle sue scelte spesso di rottura, potrebbe rivelarsi fallimentare poiché potrebbe portare all’alienazione dello zoccolo duro dei propri votanti. D’altra parte, fossilizzarsi su politiche identitarie espone il fianco alla marginalizzazione sul piano internazionale. L’elezione di Calenda spariglia le carte, ripulisce l’immagine di un conservatorismo da disco graffiato, vincendo sul piano della comunicazione dopo il disastro di esponenti non all’altezza incappati nelle insidie della vita politica. Se le voci che vi avevamo anticipato nel Dispaccio #29 corrispondono al vero, solo il tempo ci potrà dire se ciò sarà sufficiente ad arginare le sinistre nella corsa al Campidoglio.

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