OGGETTO: Aldous Huxley a Teheran
DATA: 16 Gennaio 2026
SEZIONE: Geopolitica
Con un'ideologia esausta e una società che non si riconosce più nella rivoluzione, l’Iran degli ayatollah entra nel suo crepuscolo storico. La teocrazia sopravvive per inerzia, puntellata da repressione e mito identitario, mentre i pilastri di stabilità crollano. In un Medio Oriente riconfigurato, il tempo diventa il nemico più letale del Nezam, aprendo scenari di competizione regionale incontrollata e di fine dell’ordine post-rivoluzionario iraniano.
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«Comunità – Identità – Stabilità». Così scriveva un ormai maturo Aldous Huxley nel suo Ritorno al mondo nuovo, descrivendo paradossalmente un mondo in cui tutte le utopie venivano realizzate al prezzo della libertà. Non ci è dato sapere se la Guida Suprema Ali Khamenei abbia mai letto queste pagine, ma è certo che questo trinomio rappresenta l’ossatura, la spina dorsale, di ogni solida dittatura. Oggi, tuttavia, in un clima geopolitico mutabile e violento, gli Ayatollah sembrano aver perso almeno due di questi pilastri fondamentali. La Comunità, quella dei Bazaar che per prima appoggiò la Rivoluzione del 1979, sembra oggi rivoltarsi per sferrare la spallata finale a un regime giunto al suo nadir, compromettendone una volta per tutte la Stabilità. Resta invece invariata l’Identità: islamico sciita, pronta a resistere a tutto, dedita al Jihad globale anche senza risorse.

Sopravvissuta a ogni tempesta, la teocrazia iraniana ha attraversato mezzo secolo sforzandosi di garantire la propria tenuta attraverso una lotta che non è stata solo pragmatica, ma profondamente ideologica. Nata nel 1979 sulla spinta di una comunità stanca di sopprimere la propria Identità e di essere, sostanzialmente, una colonia americana, la Repubblica Islamica ha iniziato la sua storia sotto il peso del congelamento dei beni e del blocco delle esportazioni petrolifere da parte della comunità Internazionale. Anche allora, l’economia sembrava il grimaldello con cui scassinare la cassaforte petrolifera persiana.

Mentre l’economia già tremava, iniziarono a farlo anche i cieli. Il 22 settembre 1980 i soldati di Saddam Hussein sconfinarono in territorio persiano, appoggiati da entrambi i blocchi della Guerra Fredda — Stati Uniti e Unione Sovietica — oltre che dalle oligarchie del Golfo. Paradossalmente, l’unico aiuto segreto che l’Iran ricevette in quella fase giunse proprio da Israele, interessato a limitare l’ascesa di una potenza regionale araba come l’Iraq e vedendo nell’Iran un nemico molto trascurabile data la sua non lieta situazione. Il gigante persiano, che sembrava destinato a soccombere, non solo sopravvisse a quasi otto anni di guerra con annesso un milione di morti, ma ne uscì rafforzato. Lo spiccato orgoglio nazionale permise una strenua resistenza contro un nemico militarmente superiore. Saddam, pensando di approfittare dell’instabilità post-rivoluzionaria, compì il miracolo di compattare il Paese, ammantando gli Ayatollah di un’aura di invincibilità: il mondo contro l’Iran, Allah dalla parte dell’Iran.

Schiacciata dalla guerra, la teocrazia non dimenticò mai la propria missione. Presto inaugurò la strategia della “difesa in avanti”, costruendo quell’Asse della Resistenza che avrebbe caratterizzato ogni futuro scricchiolio regionale. Da un lato il finanziamento di Hezbollah, naturale estensione ideologica del Nezam (il “sistema”, quell’intreccio indissolubile tra clero, politica e armi); dall’altro l’alleanza del 1980 con la famiglia Assad. Un matrimonio politico, più che ideologico, cementato da vicendevoli debiti di sangue, durato fino alla caduta della famiglia reale siriana nel corso del 2025. La prima tessera di puzzle che saltò nel quadro dell’estensione tentacolare dell’Iran.

Nel 1989, con la morte del “padre-padrone” Khomeini, si aprì una fase di successione imprevedibile. Tra un clero spaccato tra pragmatici-riformisti e ultraconservatori, a spuntarla fu inaspettatamente Ali Khamenei. Membro del clero di rango non elevatissimo, Khamenei fu il frutto di un compromesso diplomatico. Figlio di una famiglia modesta e oppositore dello Scià, portava sul corpo i segni della lotta: un attentato nel 1981 gli aveva compromesso per sempre l’uso del braccio destro. Si rivelò la scelta perfetta per la sopravvivenza del sistema: meno mistico e molto più pragmatico del suo predecessore, Khamenei è diventato l’architetto della stabilità e il leader più longevo del Medio Oriente. Senza rinunciare alla retorica del “Grande Satana”, ha delegato un immenso potere ai Pasdaran (i Guardiani della Rivoluzione), creando un corpo d’élite ideologizzato e profondamente connivente, simile ai Giannizzeri del Sultano Ottomano. Garantita la loro fedeltà, assicurata la salvezza del governo. I guardiani dunque non solo come veri e propri custodi della rivoluzione ma anche come architrave della complessa struttura gerarchica dello stato.

Roma, Giugno 2025. XXVIII Martedì di Dissipatio

Le sfide interne però non tardano a mancare. Nel 2009, la frustrazione per la mancanza di libertà portò migliaia di persone in piazza. Per la prima volta, la spaccatura fu interna: la contestata rielezione di Mahmoud Ahmadinejad segnò il divorzio definitivo tra il regime e l’ala riformista. La risposta di Khamenei fu brutale: il consenso totale non era più necessario; bastavano pochi uomini armati e convinti per tenere a bada folle oceaniche. Una strategia tanto vincente quanto crudele destinata a ripetersi. D’altronde Khamenei capisce la lezione già impartita dal predecessore della Rivoluzione: nessuna concessione, nessun segno di cedimento.

Ma se le armi bastavano a contenere le piazze, non potevano fermare l’isolamento finanziario che sarebbe avvenuto da lì a poco. Nel 2012, l’esclusione dal circuito SWIFT ordita dall’amministrazione Obama rappresentò un esperimento socioeconomico senza precedenti, che ridusse l’Iran a un’isola economica. Eppure, nonostante la fame, l’Iran nel 2014 ha continuato a espandersi, appoggiando gli Houthi in Yemen per creare una terza testa di ponte contro Israele e l’Arabia Saudita. Creando un incudine e un martello che terrà molto occupata Israele schiacciata tra Hezbollah e gli Yemeniti. I sacrifici enormi del popolo iraniano dunque non vanno per la costruzione di infrastrutture sociali ma per la lotta ideologica.

Il punto di rottura vero e proprio è però nel giugno 2025. Un’escalation durissima vede Israele e Stati Uniti colpire direttamente il cuore del potere iraniano, con bombardamenti ai siti nucleari partiti anche dalle basi aeree saudite. Khamenei e il suo programma nucleare sono messi all’angolo, ma il regime è rimasto in piedi. E’ il secondo attacco straniero diretto da una potenza straniera ai danni del paese.

Cosa accadrà nei prossimi mesi rimane un’incognita che sfida ogni analista. Finora, né le sanzioni, né le proteste, né le influenze esterne sono riuscite a disarcionare la teocrazia in questo lungo e sanguinario rodeo. L’Iran resta un Paese profondamente orgoglioso, dove un intervento diretto straniero rischia spesso di produrre un effetto paradossale: quello di ricompattare la popolazione attorno alla bandiera, per quanto odiato possa essere chi la impugna.

Tuttavia, lo scenario del 2026 è radicalmente diverso da quello del 1980 o del 2009. Il pilastro della Stabilità vacilla perché l’Iran ha perso la sua “profondità strategica”. Lo sgretolamento dei proxy regionali — con il crollo definitivo del regime di Assad nel 2025 e il ridimensionamento di Hezbollah — ha lasciato Teheran nuda di fronte ai suoi nemici. Senza più lo scudo siriano, il gigante persiano si ritrova isolato come mai prima d’ora. Israele ha capito che il polpo va mangiato dai tentacoli se si vuole arrivare alla testa.

A ciò si aggiunge l’incognita dei suoi grandi alleati. La Russia, indebolita dai propri conflitti e privata del porto sicuro di Assad, potrebbe non avere più la forza per proteggere gli Ayatollah. Ma dovrebbe pesare molto le sue scelte future: anche l’Iran ha iniziato il suo collasso perdendo alleati chiave. Ucraina, Armenia, Azerbaijan e ora Venezuela, con diverse spinte anche in Georgia, potrebbero essere solo un cupo presagio.

 La Cina, dal canto suo, guarda ai propri mercati e alla stabilità dei flussi petroliferi; dopo aver perso senza battere ciglio il Venezuela vedremo come si comporterà in Iran. Se il Nezam non sarà più in grado di garantire i flussi petroliferi il Dragone avrà l’essenziale necessità di esplorare nuove alleanze geopolitiche.

Il vero baratro, però, è quello dell’Identità. Le generazioni nate dopo il 2000 non sentono più il richiamo della rivoluzione del ’79; per loro, il trinomio huxleyano è diventato una gabbia. Se la Comunità dei Bazaari e dei giovani non si riconosce più nel Nezam, e se la Stabilità non è più garantita dai Pasdaran, ciò che resta è solo un guscio vuoto che attende l’inevitabile urto della storia. Il sistema non sta solo lottando contro Israele o gli Stati Uniti; sta lottando contro il tempo e contro la propria obsolescenza. E in questo scontro, nemmeno il pragmatismo e la spietatezza di Khamenei potrebbe bastare a evitare che il Nadir si trasformi in un definitivo tramonto. Aprendo a scenarimai visti: Israele, Arabia Saudita e Turchia avrebbero una vera autostrada geopolitica.

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