OGGETTO: Outlet Italia
DATA: 30 Settembre 2024
SEZIONE: Economia
AREA: Italia
Il piano del governo Meloni per la cessione di quote degli asset pubblici italiani mira alla riduzione del debito pubblico, ma le operazioni oltre ad essere poco profittevoli da un punto di vista finanziario in alcuni casi sono delle vere e proprie intromissioni della finanza globale nella cosa pubblica.
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La stagione delle privatizzazioni sembra voler proseguire sotto altre prospettive. Il governo Meloni ad inizio 2024 ha proposto un piano che prevede la cessione di quote (all’apparenza marginali) di aziende statali citando plurimi obiettivi. Primo tra tutti la missione di contenimento del debito pubblico italiano che, in base alle note ufficiali dell’Ufficio Parlamentare di Bilancio (UPB) dovrebbero contribuire a contenere l’incremento del rapporto debito/PIL, che per il 2026 è proiettato verso la soglia allarmante del 140%, e che nel 2028 potrebbe addirittura diventare più alto di quello della Grecia, strappando il triste primato negativo in Unione Europea. 

Le sirene preoccupanti, che in Italia ormai si ignorano da anni, quasi diventata consuetudine, rispetto alla smisurata pressione del debito rispetto alla ricchezza prodotta, non sembrano accennare a placarsi. Dalla crisi finanziaria del 2007, quando tale percentuale si attestava intorno al 104% e si raccoglievano gli illusori effetti positivi dell’entrata dell’euro in corso legale (sotto il governo Berlusconi III il miglior risultato degli ultimi 30 anni), il debito pubblico continua ad erodere inesorabilmente risorse pubbliche. L’avvento del Covid, il processo di uscita dalla crisi pandemica e l’immediato tracollo delle crisi internazionali (Ucraina e Medio Oriente) hanno reso stabile questa tendenza di crescita del disavanzo pubblico e quindi dell’incremento del peso del debito, complici anche il coma apparentemente irreversibile del sistema industriale e produttivo nazionale, che da decenni si accontenta di quote di crescita sotto l’1%, sebbene la propaganda politica post Covid si nasconda dietro cifre di crescita drogate dal crollo dovuto alla pandemia. 

Ultima ratio regum, dunque, questa nuova ondata di cessioni dei gioielli di stato, che mirano a raccogliere una cifra oggettivamente ridicola: 20 miliardi (già rivisti al ribasso a 16) a fronte di un debito pubblico che veleggia pericolosamente a ridosso della soglia dei 3000 miliardi. Parliamo letteralmente di briciole, che contribuirebbero ad un altrettanto irrisorio impatto sugli interessi passivi corrisposti sull’emissione di debito. Il problema di fondo, se legato alla riduzione degli esborsi sugli interessi, è che a fronte di un contenimento di tali remunerazioni agli investitori, lo Stato rinuncerà a dividendi sulle partecipazioni pubbliche che in alcuni casi ammontano al doppio degli interessi risparmiati. In sostanza, sono operazioni a effetto zero in termini di cassa, con addirittura un taglio delle proprietà pubbliche. 

Nei giorni scorsi si è inoltre osservato il via libera del governo alla partecipazione del fondo americano BlackRock con una quota in Leonardo di oltre il 3%, soglia limite riconosciuta ad investitori privati per la partecipazione in aziende ritenute strategiche per lo Stato. In questo caso sotto la lente d’ingrandimento ci finisce il fiore all’occhiello della Difesa nazionale, che dal febbraio 2022 ad oggi ha vissuto una crescita monstre nel suo valore azionario, grazie anche alla crescita delle commesse a seguito del surriscaldamento dei fronti di crisi a livello globale. Sebbene l’opinione pubblica sia stata rassicurata del fatto che non vi saranno variazioni nei diritti amministrativi del colosso statunitense degli investimenti (peso in assemblea commisurato comunque al 3%), preoccupa sicuramente questo crescente interessamento della finanza a stelle e strisce per i gioielli dell’industria italiana. È ormai noto che il gruppo finanziario KKR stia facendo spese a saldi nella boutique nazionale, prima rilevando il controllo di NetCo, ramo d’azienda di Telecom Italia proprietario e gestore dell’infrastruttura di rete fissa e commerciale della compagnia italiana e, recentemente, giungendo all’accordo per l’acquisizione di una quota tra il 20 e il 25% di Enilive, la “zampa verde” del cane a sei teste, che si occupa di prodotti energetici bioraffinati e di mobilità sostenibile. 

Visto e considerato il quadro prospettato, queste operazioni di finanza straordinaria hanno un retrogusto che sa di grand strategy politica. La necessità di giustificare oltremodo l’aumentata presenza della società finanziaria più potente del mondo in termini di total asset nel gruppo italiano della difesa sembra voler mirare ad un duplice obiettivo: ricordare all’Italia che la linea della cortina di ferro è più evidente e rossa che mai e, dall’altro lato, che i governi di tutto il mondo stanno perdendo la loro autorevolezza di fronte ai desiderata della finanza globale. Gli spettri del 1992 sono più vividi che mai.

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