OGGETTO: Aria di Falkland nel Mar dei Caraibi
DATA: 30 Novembre 2023
SEZIONE: Geopolitica
FORMATO: Analisi
Il Venezuela agita lo spettro di una guerra nelle Guyane al fine di evitarla. Se l'Essequibo venisse annesso, la Grande Colombia tornerebbe a vivere e rappresenterebbe la rivincita di un popolo allevato al mito di Bolívar, ma finora condannato a essere potenza di seconda classe. La posta in palio sono i secondi giacimenti d'oro nero più grandi del Sudamerica. Gli Stati Uniti temono che Russia e Cina possano intromettersi nella questione: e la loro paura non è così infondata.
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Nicolás Maduro ha chiamato i pronipoti di Simón Bolívar al voto. Il tre dicembre dovranno decidere a chi appartiene l’Essequibo, la Malvina dei venezuelani, e lungo la Georgetown-Londra-Washington si respira già aria di Falkland. Da Caracas giunge voce, infatti, che alle forze armate sia stato l’ordine di prepararsi ad ogni scenario. Anche al più remoto: l’invasione.

Storia, identità, calcoli politici e previsioni economiche si mescolano nell’equivalenza di Maduro, che crede sia possibile risolvere un contenzioso più vecchio del Venezuela per mezzo della sempreverde diplomazia delle cannoniere. Ma se le pressioni psicologiche non dovessero attecchire sulla Guyana, s’approssimerebbe lo spettro della guerra clausewitziana.

Di ventri molli vulnerabili a infiltrazioni esterne e ad esfiltrazioni malevole, il Sudamerica ne è pieno. La Triplice frontiera è crocevia di mafie transnazionali, terroristi di ogni credo e agenti segreti di ogni continente. Le Tre frontiere sono punto di congiunzione di guerriglieri e narcotrafficanti. Essequibo è zona cinerea che contrappone Caracas e Georgetown e in cui s’incontrano e scontrano le strade di Londra, Mosca, Nuova Delhi, Pechino, Tehran e Washington.

Essequibo è uno degli argomenti più divisivi del settentrione del cono sud. Quest’area di quasi centosessantamila chilometri quadrati è governata de jure et de facto dalla Guyana, che la ha avuta in eredità dalla madre Inghilterra, di cui è stata colonia dal 1813 al 1966, e presenta una particolarità: le sue acque conterrebbero più di undici miliardi di barili di petrolio.

Ma non è (solo) per il petrolio che Caracas sogna Essequibo. È dalla fine dell’Ottocento, a onor del vero, che il Venezuela reclama la sovranità su ciò che giace a ponente del fiume Essequibo, che dà il nome all’intera regione, e che prova ad appropriarsene. Arbitraggi multinazionali, appelli alla dottrina Monroe, richieste di mediazione alla giustizia internazionale. Tutto è stato vano: l’Essequibo è stato riconosciuto lascito britannico ai guyanesi.

Echi ancestrali, oltre che più recenti irruzioni geoeconomiche, impongono al Venezuela di non abbandonare l’Essequibo. Se annesso, la Grande Colombia tornerebbe a vivere. La rivincita di un popolo allevato al mito di Bolívar, ma finora condannato a essere potenza di seconda classe.

Il popolo, tutto, è contro Maduro su quasi ogni argomento. E il popolo, tutto, incluse l’opposizione di Juan Guaidó e la Chiesa cattolica, è con Maduro su una cosa: Essequibo è del Venezuela. Maduro, per i motivi di cui sopra, sa che esiste un unico modo di vincere le presidenziali del 2024: dare ai venezuelani del circenses, in assenza del panem, ovvero Essequibo.

Se i sondaggi somministrati alla prole di Bolívar non sono stati truccati, sono preludio di una vittoria schiacciante del fronte del sì al referendum del 3 dicembre. Data il cui arrivo le grandi potenze attendono con un’ansia che si presta a più significati.

Gli Stati Uniti, che sono i custodi della Guyana e delle sue acque, che sorvegliano militarmente e da cui sperano e aspettano di estrarre l’oro nero che gli è stato promesso, temono lo scoppio di un conflitto produttore di (im)prevedibili danni umanitari ed economici: dall’arrivo di nuove carovane all’influenza negativa sul petromercato internazionale. Ma temono anche la prospettiva di un risveglio della questione essequiba generato dall’asse Mosca-Pechino.

Il Regno Unito ha espresso preoccupazione utilizzando con astuzia il foro del Commonwealth, di cui è parte anche l’India, che la demografia rende sorella maggiore della Guyana, provenendo quattro abitanti su dieci dalla valle dell’Indo.

Russia e Cina osservano con indifferenza il crescendo escalatorio nelle Guyane, ma non con diffidenza. La Guyana francese è da tempo in fermento e pullula di quinte colonne in potenza che chiedono l’indipendenza dall’Eliseo. Gli ultramontanisti del nazionalismo surinamense chiedono anch’essi pezzi di Guyana. Un Venezuela abbagliato e disperato potrebbe risultare incapace di gestire il bluff, ripercorrendo le orme dell’Argentina nel 1982, e servire su un piatto d’oro l’occasione di aprire un altro fronte contro gli Stati Uniti. Stavolta nel cuore delle Americhe.

Forse non sarà guerra per l’Essequibo. Ma è lapalissiano che i rivali dell’America stiano reagendo al soffocamento in Eurasia incanalando sempre più il loro nervosismo nel giardino di casa degli Stati Uniti. E in tempo di guerra mondiale, come il Novecento ha dimostrato per ben tre volte, prima o poi l’aspirante all’egemonia globale di turno scaglia Bolívar contro Monroe.

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