L'editoriale

I russi sono matti lucidissimi

Nel mondo antico, per farti sentire, devi mettere il Kalashnikov sul tavolo e, se necessario, puntarlo sul tuo vicino. In questa "sceneggiata russa", Prigožin ha conquistato gli onori, gli stessi che avevano richiesto i ceceni con Khadirov in passato. Vladimir Putin invece il cambio di narrativa all'estero. Ora è un argine agli estremismi.
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Fin da subito era chiaro che non si trattava di un “colpo di stato” ma di un gioco delle parti che vedeva come protagonisti Vladimir Putin ed Evgenij Prigožin. È facile dirlo ora quando tutto sembra rientrato con l’intermediazione durata qualche ora del presidente bielorusso Alexander Lukashenko, ma nel nostro gruppo di redazione esistono le prove di quanto si sta scrivendo. Un regolamento di conti interno insomma, una sceneggiatura tipica del mondo russo, o come diceva un detrattore di Puskin, una sequela di “scenette insignificanti da vite insignificanti” che però fanno di questa nazione un Paese immenso, non solo geograficamente. “I russi sono matti” del resto è il titolo di uno straordinario saggio di Paolo Nori che andrebbe letto e riletto dagli ultras – di ambo le parti – della guerra in Ucraina, ma soprattutto dai sostenitori del regime change. Meglio un matto lucido o un matto e basta? La realtà dunque è che la Russia è un mondo antico, tribale, con le sue regole, le sue leggi, i suoi codici. Contano ancora in quelle latitudini, da Rostov a Vladivostok, valori pre-moderni come il prestigio, la gloria, l’onore, e in particolare il valore delle armi. Le armi come strumento di legittimazione morale, quindi politica. In più bisogna comprendere due cose: se Vladimir Putin è uno Zar, Evgenij Prigožin è prima di tutto un’oligarca e poi un capo di un gruppo di mercenari ultra-specializzati che porta il nome del Gruppo Wagner. La psicologia dell’oligarca non è tanto diversa da quella di un bambino, cioè esiste l’azione come gioco, che si somma ai soldi, quindi al piacere.

Non solo 25mila uomini non avrebbero mai potuto prendere il Cremlino, ancor meno se i soldati che si erano diretti verso Mosca era poco più di 4mila, perché gli alti ufficiali si erano tirati fuori da questo gioco delle parti. E poi le truppe mercenarie, per chi ha studiato Il Principe di Niccolò Machiavelli, “sono molto poco motivate a difendere lo Stato dagli attacchi esterni, sono inutili e pericolose nella loro incompetenza, poiché non hanno nessuna ambizione, sono senza disciplina e sempre pronte al tradimento se si fa loro una proposta più allettante”. Non a caso, quei 4mila soldati che si erano uniti a Prigožin erano coloro che probabilmnente avanzavano pretese, di tipo salariale aggiungiamo, ora più che mai visto che sono loro che hanno combattuto in prima linea in Ucraina e combattono tuttora. Il punto di rottura, è che Evgenij Prigožin è stanco di essere considerato “il cuoco di Putin” e “il mercenario dello Zar”: da mesi dopo aver chiesto più munizioni, chiedeva al Ministero della Difesa un riconoscimento formale del Gruppo Wagner e maggiori tutele dei suoi soldati. Una delle aspirazioni massime infatti è quella di accreditarsi come corpo d’élite nell’apparato di sicurezza nazionale della Federazione Russa e non essere più considerato un semplice gruppo privato che agisce per mandato. Il capo, reduce dalla tremenda battaglia di Bakhmut, è entrato così nel circo della grande politica russa, arena sotto lo stretto controllo del Cremlino, dove gli ingressi sono di prassi concordati e, se non si concorda, non si entra. Prigožin vuole un posto al sole, e una sedia al tavolo delle grandi decisioni. Tutte richieste che per mesi non hanno ricevuto risposta.

Ecco allora, che nel mondo antico, per farti sentire, devi mettere il Kalashnikov sul tavolo, se necessario, puntarlo sul tuo vicino. Così la richiesta è diventata una priorità, ed è arrivata direttamente sul tavolo dello Zar. Ora per esaudire le richieste, Vladimir Putin deve far crollare il vecchio organigramma del Ministero della Difesa, in special modo il ministro Sergej Shoigu e il capo di Stato maggiore Valerij Gerasimov, personalità che Prigožin ormai attacca quotidianamente da qualche settimana a questa parte. Putin ha sfruttato così l’occasione e accolto le richieste di Prigožin che rimane un suo fedelissimo nonché un ricattato (il Cremlino ha il controllo sulle sue fortune e patrimoni) e le ha fatte diventare una leva a suo favore. Si è portato a casa il cambio di narrativa all’estero diventando un argine agli estremismi; mentre Prigožin ha conquistato gli onori, il prestigio e la gloria – gli stessi che avevano richiesto i ceceni con Khadirov in passato – oltre che una via d’uscita per il futuro in Bielorussia. Ora per i soldati ucraini sul fronte, inizia la contro-offensiva della contro-offensiva. Il nemico deve onorare gli accordi, riconquistare la stima e giurare fedeltà allo Zar. Il terreno di scontro è il perimetro dell’affidabilità.

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