OGGETTO: I Bitcoin di Hamas
DATA: 12 Giugno 2023
SEZIONE: Tecnologia
FORMATO: Racconti
Non è soltanto nelle Terre Palestinesi che il Mossad cerca di contenere il principale movimento di resistenza. Uno dei loro teatri di scontro è invisibile agli occhi: è il criptoverso.
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Questa storia inizia dalla fine. È la storia di Hamas che ha imparato la lezione: le criptovalute non sono uno strumento che si presta al crimine. Il movimento palestinese infatti, fino all’inizio del 2023, organizzava campagne di crowdfunding sui criptomercati. Ma la trasparenza delle blockchain si è rivelata fatale e ha messo fine alla breve ma intensa epopea di Hamas nel criptoverso. A fine aprile, ufficialmente per proteggere i donatori dalle possibili rappresaglie di Israele, le Brigate Ezzedin al-Qassam, ala militare di Hamas, avrebbero deciso di rinunciare alle criptovalute. Epilogo infelice – o felice, a seconda dei punti di vista – di una storia iniziata nel 2019.

Per tessere la tela che ha portato Hamas nel criptoverso occorre fare un salto indietro: nel 2019. Quell’anno le Brigate Ezzedin al-Qassam lanciano un appello rivolto ai fedeli, invitandoli a donare tramite Bitcoin così da aiutare la suborganizzazione ad aggirare l’isolamento finanziario. È il 31 gennaio, sempre del 2019, quando le Brigate pubblicano per la prima volta, sul proprio canale Telegram, l’indirizzo del loro portafoglio (wallet) di Bitcoin. Indirizzo che, secondo la società di intelligence Whitestream, si trovava su un exchange di criptovalute statunitense: Coinbase. Calcolo avventato o studiato che, in entrambi i casi, avrebbe fatto rizzare le orecchie ai servizi segreti di Israele.

Un mese dopo, in febbraio, la ritorsione: una società israeliana operante nel blockchain identifica alcune delle donazioni in Bitcoin ricevute da Hamas. Poi il nulla, silenzio assordante, fino all’agosto 2020, quando le autorità statunitensi sequestrano più di un milione di dollari collegati alle Brigate e gestiti da una società di criptovalute, senza licenza, con sede a Gaza. Ed è solo l’inizio.

Nel 2021, mentre le forze armate israeliane portano avanti Guardian of the Walls nella Striscia di Gaza, gli hacker del Mossad conducono il cyber-paragrafo dell’operazione nel criptoverso. Risultato: colpiti diversi wallet delle Brigate. Punto. Fine. No. Hamas aveva perso la battaglia, ma non la guerra.

Gli hacker israeliani erano riusciti a colpire diversi wallet delle Brigate, ma non tutti. Forse, anzi, soltanto una minima parte. Perché ciò che spiccava delle campagne di crypto-funding delle Brigate era la sofisticata infrastruttura per la generazione di indirizzi. Così sofisticata da rendere difficile agli investigatori il tracciamento delle varie donazioni.

L’abilità di (ri)adattamento di Hamas era un indicatore delle sue potenzialità. Hamas era una sorta di primus inter pares in materia di campagne di crypto-funding tra i vari protagonisti del terrorismo islamista. Secondo quanto riportato da Chainalysis, infatti, Hamas avrebbe prima utilizzato più tipi di indirizzi wallet per le donazioni, ostacolando il lavoro degli investigatori impegnati nello sbrogliamento della matassa, e poi optato per un sistema in grado di generare un nuovo indirizzo per ogni donatore. Ma dall’altra parte, ad ogni modo, c’era un fuoriclasse come Israele. Una partita persa ancor prima del fischio d’inizio.

Le Brigate, mentre Hamas rifiniva gli angoli della sua cripto-strategia, spiegavano attraverso dei video pubblicati sui loro canali come donare in modo anonimo. Il primo metodo prevedeva l’utilizzo di ḥawāla, un sistema informale di trasferimento di denaro basato sulla fiducia, diffuso in Nordafrica, Medioriente e Asia dall’Ottavo secolo, che consente di muovere denaro “senza muovere denaro”, in modo veloce ed economico, recandosi semplicemente in un centro specializzato. Una volta lì, i donatori avrebbero dovuto consegnare il denaro e fornire l’indirizzo ricevuto dall’organizzazione, mentre gli addetti di ḥawāla si sarebbero occupati della trasformazione di quanto ricevuto in Bitcoin. Il secondo metodo era più tecnico e consisteva nella creazione di wallet privati da utilizzare per l’invio delle donazioni; i video spiegavano quali wallet aprire e in quali exchange fosse possibile scambiare la propria valuta in Bitcoin.

Il risultato è stata l’irruzione delle criptovalute nelle case dei palestinesi e con esse il sentimento rivoluzionario che sta alla base del progetto. Sentimento che ben si confà al desiderio di rivalsa del popolo palestinese. La geheimen Schule delle Brigate ha gettato le basi per un possibile secondo round, nel prossimo futuro, tra Hamas e Israele. Round durante il quale le case dei sostenitori potrebbero diventare dei centri operativi per la raccolta di denaro, anche piccole cifre, così da aggirare la minaccia delle autorità antiriciclaggio. Tutti potrebbero aspirare al ruolo di raccoglitori di criptovalute: questa è l’epoca, del resto, dei video tutorial che sostituiscono i corsi di formazione e che e trasformano gli individui in dei “professionisti amatoriali”.

Quel che è certo è che l’ala armata di Hamas, pur avendo perso una battaglia, in quattro anni è stata una degna avversaria di Israele. Perché era riuscita a svettare sul podio dei maggiori raccoglitori di criptovalute nell’Internazionale islamista. Perché aveva magnetizzato un ammontare di donazioni pari a circa un miliardo di dollari. Amici e nemici avranno preso appunti. Nell’attesa di capire come utilizzarli per i propri fini. Nell’attesa di portare il Cripto-Jihad verso nuove mete.

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