L'editoriale

Tutti pazzi per il Deep State

Rocco Casalino era il sottoprodotto culturale narcisista di cui avevamo bisogno per poter parlare liberamente del potere con il linguaggio del potere, e allo stesso tempo sarà la rovina di uno “Stato Profondo” incapace di governare in futuro nell’oscurità, di conservare i segreti, di agire per ragion di Stato.
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Lo “Stato profondo” non è più un tabù. Finalmente, aggiungiamo noi. Ci voleva l’epidemia a spostare l’attenzione mediatica dalle piazze ai Palazzi, vere centrali di potere. Dove tutto prima o poi si decide. Del resto ce lo spiegavano già i grandi “elitisti” italiani, tra questi Vilfredo Pareto, “con o senza suffragio universale, è sempre un’oligarchia a governare e a saper dare alla volontà del popolo l’espressione che desidera”. Il Deep State, lo “Stato profondo”, è soltanto l’anticamera del potere, nonché la sua prosecuzione con altri mezzi (e metodi). Un substrato metapolitico in cui funzionari di carriera, boiardi di Stato, attori più o meno istituzionali, si infiltrano, si incontrano, si muovono, nei corridoi di potentati economici, associazioni religiose, organi di Stato, autorità pubbliche, apparati burocratici, fondazioni, gruppi editoriali, ambasciate, e via discorrendo. È un sistema complesso, dinamico, scomposto dove ognuno per convenienza o per vocazione, insegue un obiettivo di breve, medio o di lungo periodo. Un luogo in cui tutti cospirano e nessuno cospira, infatti come ricordava Leo Longanesi nemmeno troppo ironicamente, in Italia la rivoluzione è impossibile perché gira e rigira tutti si conoscono. In un Paese come il nostro, campanilista e anarchico, dominato da una città tribale e clanica come Roma, dove la conquista del potere passa attraverso la capacità di costruire un sistema di relazioni forte, coeso e trasversale, diventa imprescindibile studiare i movimenti, le macchinazioni e i collegamenti di tutte le fazioni in competizione fra loro. Anticipare gli scenari dunque, incrociando conoscenze, informazioni e dati, significa prevedere il futuro, di conseguenza riposizionarsi (nel lobbying), riciclarsi (nella politica) oppure ottenere un canale privilegiato con interlocutori privilegiati (nel giornalismo). In questi mesi di crisi di governo i retroscenisti più raffinati, predatori e dominatori assoluti della cronaca quotidiana, ci hanno raccontato tutto questo. Possiamo forse dirlo una volta per tutte: non esistono complotti, e con loro i “complottisti”, ma solo strategie finalizzate a raggiungere determinati obiettivi politici. Per alcuni era il Conte Ter, per altri invece era l’arrivo di Mario Draghi.  

Limes aveva capito già tutto: leggere alla voce “riserva suprema”

E ora che i giochi sono fatti, tutti i mezzi di informazione raccontano “il dietro le quinte” per capire il futuro attraverso i nuovi protagonisti del nuovo governo: capi di gabinetto e grands commis, portavoce e gran consiglieri, spin doctor e civil servant. Coloro insomma che sussurrano, orientano, agiscono, ma soprattutto restano nelle centrali di potere quando i politici invece se ne vanno. L’Italia, dove sono nati Machiavelli e il suo “Principe” (oggetto peraltro di un libro pubblicato qualche anno fa dal nuovo capo di gabinetto di Mario Draghi, Antonio Funiciello), doveva aspettare le serie televisive americane come House of Card o West Wing, per poter raccontare gli intrighi e le meccaniche profonde del potere senza commettere il reato di “post-verità”. Il merito è anche quello di Rocco Casalino che nel suo libro Il Portavoce. La mia storia (Piemme) racconta la sua esperienza professionale prima come capo della comunicazione del Movimento 5 Stelle, poi al fianco dell’ex premier Giuseppe Conte nel ruolo appunto di portavoce.

Rocco Casalino, formatosi nella più grande scuola politica italiana, il Grande Fratello, è infatti il sottoprodotto culturale narcisista di cui avevamo bisogno, per poter parlare liberamente del potere con il linguaggio del potere. Ma allo stesso tempo tutti questi riflettori saranno la rovina di uno “Stato Profondo” incapace di governare in futuro nell’oscurità, di conservare i segreti, di agire per ragion di Stato. È “l’inferno dell’Uguale” di Byung-chul Han ne La società della trasparenza (Nottetempo), una catena in cui l’Uguale risponde all’Uguale, in cui la confidenzialità cede il passo allo svelamento collettivo, in cui la fiducia, un non-detto metafisico, è un patto di legittimità necessario tra governati (e non cittadini!) e governanti che si dissolve alla luce del sole.


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