Non è possibile morire...

Perché si muore? Perché tormentiamo chi sta per morire? A Lev Tolstoj è stato dato il dono di nominare l’innominabile. “La morte di Ivan Il’ič”, una lettura
Perché si muore? Perché tormentiamo chi sta per morire? A Lev Tolstoj è stato dato il dono di nominare l’innominabile. “La morte di Ivan Il’ič”, una lettura

Non a tutti è data la capacità di scandagliare come palombari fantasmatici la terribile evidenza della morte. Colei che è padrona del mondo, traguardo ultimo di ogni essere vivente – poiché anche questo vuol dire essere viventi: confluire nella morte – si cela agli occhi di chi vuole farsi dimentico del proprio destino. Ma Lev Tolstoj non è caduto in questo tranello dell’istinto di sopravvivenza e La morte di Ivan Il’ič ne è superba prova.

Tolstoj racconta la morte di un uomo, e in retrospettiva l’intero suo passato, la cui vita “era la più semplice e comune e la più orribile”. Un uomo come tanti, che ha studiato, ha fatto carriera come magistrato, si è sempre circondato della crème della società, che ha sposato una donna non particolarmente attraente ma di status. Un uomo che ha vissuto l’intera vita “in modo piacevole e decoroso”, nel “rispetto delle forme esteriori determinate dall’opinione pubblica.” Professionista stimato ma persona insignificante, culturalmente banale, senza guizzi né vezzi, tiepido nei sentimenti: un uomo di cui, una volta trapassato, non si può dire altro che “Ivan Il’ič è morto”, come fa un suo collega leggendo l’annuncio sul giornale, senza fremito o contrizione.

Chiunque si sia ritrovato solo di fronte a un corpo in disfacimento, prossimo a rimettere nell’oblio il proprio vissuto, che nessuno mai potrà serbare se non in forma di vago ricordo, mentre gli occhi di entrambi brillano di commiserazione e vergogna nel constatare che il tempo condiviso è scivolato nell’irripetibilità, e di tanto affetto e tanta energia non resta che l’abbandono nell’attesa della morte, nell’attesa che quella persona vibrante e quotidiana, mutata in organismo senziente ma insufficiente, divenga infine salma marmorea, sa che nulla è tanto difficile quanto proferire parola. A Tolstoj invece è stato dato il dono di nominare l’innominabile.

Nel raccontare vita e morte, senza miracoli, di un uomo tanto vitreo e inconsistente come Ivan Il’ič, Tolstoj racconta vita e morte di ogni uomo che abbia mai calpestato la faccia della terra. Qui il grande scrittore russo applica quella che il teorico Viktor Šklovskij chiamava la tecnica dello straniamento, che consiste nella traslazione del punto di vista, ossia nel rimuovere il lettore “dall’automatismo della percezione”, mostrandogli un fatto a tutti noto (cosa c’è di più noto della morte?) come se lo si vedesse per la prima volta. Come se, a essere precisi, nessuno prima di Ivan Il’ič sia mai morto, e allora questo evento stupefacente e imprescindibile deve essere raccontato con dovizia di dettagli e candore di spirito per rivelarne l’essenza.

Innanzitutto, la malattia. Prima tutto scorreva placidamente, i giorni si rincorrevano, la vita era scandita dalla routine quotidiana. Poi la consapevolezza che l’orologio si è rotto, che la fine può essere vicina. L’uomo diventa allora irrequieto e ciò disturba la quiete degli altri.

“Qualcosa di orribile, di nuovo e di significativo […] si stava compiendo in lui. E solo lui lo sapeva, tutti quelli che lo circondavano non capivano o non volevano capire e pensavano che tutto, al mondo, fosse come prima. […] I familiari, soprattutto la moglie e la figlia, che avevano la mania di uscire, in quel periodo, non capivano niente, si arrabbiavano perché lui era così triste e così esigente, come se la colpa fosse sua. Benché si sforzassero di nasconderlo, lui capiva che per loro era un intralcio”.

Ma anche il malato, sebbene si renda conto del proprio decadimento, convivendo ogni giorno con sé stesso fatica a percepirlo appieno, finché non si vede un giorno dall’esterno e capisce che non può più tornare indietro. Tolstoj rende l’epifania in modo semplice e magistrale, attraverso l’artificio convenzionale dell’arrivo di un estraneo: il cognato che va a fare visita ignaro di tutto. “Sentiti i passi di Ivan Il’ič, il cognato aveva alzato la testa e lo aveva guardato per un secondo in silenzio. Da quello sguardo Ivan Il’ič aveva capito tutto. Il cognato aveva aperto la bocca come per esclamare qualcosa, poi l’aveva richiusa.” A quel punto Ivan Il’ič si guarda allo specchio e si rende conto di essere un morto che cammina, un uomo solo.

All’improvviso Ivan Il’ič deve fare i conti con l’idea di morire, cioè con quella che fino ad allora gli era sembrata un’ipotesi, un evento che sapeva reale e che aveva visto, ma che non aveva mai immaginato rispetto a sé stesso, e gli sovviene un ricordo di scuola:

“Quell’esempio di sillogismo che aveva studiato nel manuale di logica del Kiesewetter, Caio è un uomo, gli uomini sono mortali, dunque Caio è mortale, gli era sembrato, per tutta la vita, valido solo in rapporto a Caio, e in alcun modo in rapporto a sé stesso. Una cosa era l’uomo-Caio, l’uomo in generale, e in questo caso il sillogismo andava benissimo; ma lui non era né Caio né l’uomo in generale […] Certo che Caio è mortale, lui è giusto che muoia, ma io, piccolo Vanja, io, Ivan Il’ič, con tutti i miei sentimenti, i miei pensieri, io sono un’altra cosa. Non è possibile che mi tocchi morire. Sarebbe troppo orribile”.

Quella del morituro diventa una sequela di consapevolezze. Si susseguono le dolorose acquisizioni di essere malato, destinato a morire, e per giunta solo.

“Tutto l’interesse che gli altri provavano per lui consisteva nella domanda se avrebbe lasciato libero presto, finalmente, il proprio posto, se avrebbe liberato i vivi dall’imbarazzo prodotto dalla propria presenza, e se avrebbe liberato sé stesso dalle proprie sofferenze”.

E il malato diventa allora tignoso, sofferente e insofferente, incredulo di come gli altri possano continuare a vivere mentre lui sta per morire, ignari di come “oggi tocca a me, domani a loro; toccherà anche a loro”.

Di fronte all’ineluttabilità della morte, Ivan Il’ič si avvicina alla sacralità, nel senso che percepisce la solennità di quel che gli sta accadendo e non sopporta più la mondanità, la quotidianità dei vivi. Per dire di come la letteratura incrocia e illumina la nostra esistenza, un giorno sorpresi la mia bisnonna ultranovantenne parlare da sola in terrazzo, assisa su una sedia coi braccioli, in vestaglia nera e coi capelli d’argento accrocchiati nello chignon. La sua salute era ottima, ma aveva perso la memoria a breve termine: raccontava solo aneddoti risalenti agli anni Trenta e Quaranta, storie di gloriosi raccolti, di cavalli, del fratello morto in guerra, storie semplici che irradiavano di commozione e rimpianto il poco che restava della sua vita. Nell’introdurmi per l’ennesima volta uno dei soliti aneddoti, su quel terrazzo, mi disse che si era all’epoca nello stesso periodo dell’anno, quello della mietitura. Io la corressi perché eravamo in ottobre e non in maggio. Lei mi guardò allora con un sorriso di allegra autocommiserazione, come a dirmi: che vuoi che ti dica, non vedi che non azzecco più niente? Mi sentii un vigliacco. Nella mia stupida contemporaneità, deturpai la solennità del ricordo di una donna prossima alla morte, confermandole la sua inadeguatezza nel mondo dei vivi.

Chi sta per morire va lasciato in pace. Nell’estremo raccoglimento di chi esamina la propria esistenza e con essa quella di ogni essere umano, non c’è posto per i vivi. Chi deve ancora indaffararsi sotto il sole è separato da un alto muro da chi ha concluso il proprio cammino: chi ha ancora futuro non può parlare con chi ha solo passato. “Negli ultimi tempi della solitudine nella quale si trovava, […] Ivan Il’ič viveva solo immaginando il passato. Uno dopo l’altro gli si presentavano solo quadri del suo passato. Si iniziava sempre con il passato più recente, e si finiva per arrivare al più remoto, all’infanzia, e lì ci si fermava.” Ma presto si arrendeva perché “non bisogna pensarci… fa troppo male”.

Infine, alla rassegnazione si affianca spesso la disperazione. È difficile immaginare qualcosa di più doloroso del dramma personale di chi sta per morire ma non vuole. Mai dimenticherò il giorno in cui una delle persone che più mi sono state care mi disse: ma chi la vuole lasciare ’sta bella vita. Non voleva, eppure l’ha lasciata. E allora, di fronte alla terribile incognita, tutto diventa retrospettivamente bello, anche i dolori, i lutti, l’emigrazione, le malattie, i tedeschi coi mitra puntati.

Forti solo della flebile speranza nell’aldilà, i vecchi tornano a stupirsi di tutto, del raggio di sole, del profumo del caffè, del sorriso di un passante. Tornano ad essere dei bambini ipotetici, sensibili, fragili e bisognosi, magari allegri ma in fondo tristi, perché sottratti del futuro, bene capitale dell’infanzia, e per questo desiderosi di pietà.

“Nessuno aveva pietà di lui [Ivan Il’ič] come lui avrebbe voluto che avessero pietà di lui: in certi momenti, quando aveva sofferto molto, più di tutto avrebbe voluto, anche se si sarebbe vergognato a confessarlo, avrebbe voluto che, come un bambino malato, qualcuno avesse pietà di lui. Avrebbe voluto che lo accarezzassero, che lo baciassero, che lo compiangessero così come si accarezzano e si consolano i bambini. Sapeva di essere un funzionario importante, con la barba bianca, e che perciò questo era impossibile; ma lui comunque l’avrebbe voluto”.

*I brani qui riportati sono tratti da “La morte di Ivan Il’ič” di Lev Tolstoj, a cura di Paolo Nori, Feltrinelli, Milano, 2014.

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