L'editoriale

Spie pop. Film, fumetti e pulp da edicola della stazione

Dopo "Un bambino a cavallo d'un cannone", pubblichiamo, stavolta integralmente, un altro capitolo tratto da Segretissimo di Diego Gabutti.
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L’asceta zen dev’essere capace di rubare un po’ di cibo all’affamato.


Elémire Zolla, Joan Petru Culianu 1950-1991

Per raccontare questo thrilling metafisico conviene partire di lontano, dalla fine degli anni Venti, quando Mircea Eliade, all’epoca giovane studente rumeno, in futuro storico delle religioni e novelliere fantastico, conosce a Firenze Giovanni Papini, bestemmiatore redento, e due storici delle religioni, il sacerdote Ernesto Buonaiuti, già in odore d’eresia, e il professor Vittorio Macchioro, entrambi ai ferri corti con Chiesa e fascismo. Eliade, in Italia, raccoglie la documentazione per la sua tesi di laurea sulla Filosofia italiana da Marsilio Ficino a Giordano Bruno e legge A history of indian philosophy di Surendranath Dasgupta (laurea a Cambridge, dove tiene periodicamente dei corsi, e cattedra di filosofia in India). È la lettura di questo libro a suggerirgli una di quelle idee sfacciate che decidono il corso d’una vita. Poiché la sua famiglia non può permettersi di pagargli gli studi in India, dove vuole trasferirsi dopo aver letto Dasgupta, Eliade scrive al maharaja Manindra Chandra Nandy di Kassimbazar chiedendogli una borsa di studio. Questi gliene offre una a stretto giro. Poche settimane dopo Eliade è a Calcutta e studia con Dasgupta. Impara rapidamente il sanscrito, scrive novelle, tiene un diario, studia yoga e storia della filosofia indiana. Passano 45 anni, è il 1972, e un giovanissimo studente dell’est, Ioan P. Culianu, suo connazionale, scrive a Eliade una bella lettera dagli abissi della Romania di Ceausescu. A Bucarest, gli dice, non potrò mai studiare storia delle religioni (e sa Visnù quanto lo vorrei). Eliade, il suo modello, un compatriota, non potrebbe procurargli una borsa di studio americana, visto che insegna a Chicago? È praticamente la stessa lettera che Eliade, nel 1927, aveva scritto al maharaja di Kassimbazar. 

Come ci sono offerte che non si possono rifiutare, ci sono favori che non si possono negare: Eliade si prende a cuore il caso. Ma niente Chicago: il Dipartimento di Stato americano, probabilmente temendo (forse a buon titolo) un’infiltrazione dei servizi segreti rumeni, risponde picche alla richiesta di Culianu. Senza scoraggiarsi, ma più in piccolo, Eliade riesce a procurare una borsa di studio italiana al giovane studioso rumeno (il solo rumeno che sotto Ceausescu e signora, una coppia di serial killer da horror film che ha elevato Vlad III di Valacchia detto l’Impalatore (e Conte Dracula) a eroe nazionale, osi manifestare interesse per una materia antisocialista come la storia delle religioni e addirittura intrattenga una fitta corrispondenza con un notorio nemico del popolo come il fascistissimo Eliade). Culianu, in Italia pubblica alcuni libri belli e fondamentali sul dualismo, sull’identità tra religione e politica, sulla filosofia rinascimentale, e in particolare su Giordano Bruno e sulle tecniche della propaganda. Soltanto all’inizio degli anni Ottanta Culianu ottiene finalmente un visto per l’America. Non è più considerato, come qualche anno prima, un rischio per la sicurezza nazionale. A Chicago, finalmente, Culianu è assistente e professore supplente d’Eliade (suo amico e maestro, e forse anche suo «bersaglio», come si dice in gergo spionistico) all’Università di Chicago, dove lo storico delle religioni insegna storia del cristianesimo; alla sua morte, nel 1986, Culianu gli succede sulla cattedra. 

Tre anni più tardi, quando Nicolae Ceausescu e signora sono finalmente sbalzati dal trono, Culianu non s’unisce al coro dei rumeni esultanti, ma sente subito odore d’imbroglio. Soprattutto quando a Timisoara comincia la macabra saga dei cadaveri: centinaia d’oppositori assassinati e sotterrati in un campo, che la polizia politica rumena, passata dalla parte degl’insorti, disseppellisce uno dopo l’altro (puro Bram Stoker) in diretta televisiva, all’ora dei telegiornali americani. Tra gli altri libri, tutti importantissimi, Culianu ha scritto un libro eccezionale, Eros e magia nel Rinascimento, nel quale si racconta, a partire da un’opera a torto ritenuta minore di Giordano Bruno, il De vinculis in genere, che la magia rinascimentale non era un «affare d’abracadabra», come si legge nei centoni e nei feuilleton magico-esoterici. Per capire la magia rinascimentale, scrive Culianu, «bisognerebbe essere al corrente dell’attività dei vari ministeri della propaganda e poter dare un’occhiata ai manuali delle scuole di spionaggio. Se il principe di Machiavelli è l’antenato dell’avventuriero politico, la cui figura è in procinto di sparire, il mago del De vinculis è il prototipo dei sistemi impersonali dei mass media, della manipolazione globale e della censura indiretta». Nelle fosse comuni di Timisoara, secondo Culianu, non c’è soltanto lezzo di putrefazione ma anche odore di magia rinascimentale. Quinta essenza alchemica, che Bruno aveva distillato dopo decenni di studi dotti e di prove sul campo, la magia rinascimentale era detta anche «erotica» per le passioni che aveva lo scopo di suscitare e per i mezzi di cui si valeva per vincolare e manipolare il prossimo suo (altro che amarlo, come a Bruno era stato insegnato in seminario). In pratica era la stessa arte che oggi praticano, oltre ai trusts e alle oscure potenze di cui parla Culianu, anche gli uffici pubblicitari e i programmatori televisivi, gl’istituti che sondano il mercato e l’opinione pubblica, gli uffici studi al servizio delle moderne segreterie di partito, gli hacker che diffondono fake news mirate, gli specialisti di guerra asimmetrica russi e cinesi, i conduttori di talk show, i leader carismatici burini. Per questo parlare di Bruno come d’una specie di Mago Magò fa un po’ ridere. Fa un po’ ridere, del resto, anche presentarlo come un martire del libero pensiero, formuletta che ancora funziona quanto al martire ma poco ci azzecca col libero pensiero. Bruno era un cacciatore d’anime. Insegnava a creare vincoli e ad accendere prodigi. Per lui la libertà era inverosimile. 

Fa problema, invece, per Culianu, che con una serie di fax diretti a giornali e tivù di tutto il mondo spiega che i cadaveri di Timisoara, addebitati dalla diretta televisiva e dalla polizia rumena al Conducator deposto, sono in realtà giochi di magia dei servizi segreti. È occultismo politico. Alla fine, com’è naturale, salta fuori che ha ragione lui. Quella di Timisoara è stata davvero una sceneggiata, i cadaveri sono quelli d’un vicino obitorio, che i servizi segreti hanno sepolto nel campo per impillolare i media internazionali e pilotare l’informazione: vogliono poter fucilare i Ceausescu in pace, dopo un processo farsa, evitando che i due satrapi, parlando in pubblico, senza museruola, trascinino nella rovina anche i nuovi padroni della Romania, già loro complici. 

Passano pochi anni da quando ha denunciato (e smascherato) i maghi neri di Timisoara e Culianu viene ucciso a revolverate da un killer mai identificato mentre sta facendo pipì nei gabinetti dell’Università di Chicago. È il 21 maggio del 1991. Culianu ha quarantun’anni. Giorgio Gatti, giornalista in America, pubblica alla fine degli anni novanta un romanzo di spionaggio sulla sua morte, Il presagio, Rizzoli 1996. Forse a uccidere Culianu, ipotizza Gatti, è stato un superkiller al soldo della grande finanza. Oppure, chissà, il professore di storia del cristianesimo è stato ucciso dal mago Perdurabo, bestia brutta e demenziale che guida da un tempio sotterraneo, nascosto nei labirinti della metro di New York, una setta d’occultisti e amateurs del sangue sparso a scopi rituali? Gatti ha scritto un romanzo decisamente sopra le righe (ma anche un po’ sotto: trascura, tra i possibili assassini, il servizio segreto rumeno). Nel 1996 un giornalista americano, Ted Anton, pubblica una biografia di Culianu solo di poco più sobria (Eros, magia e l’omicidio del professor Culianu, Settimo Sigillo 2007). 

Di magia erotica, cioè dell’arte della propaganda e della manipolazione delle coscienze, ma in particolare dell’arte specificamente bruniana delle religioni «fai-da-te», parlano anche i racconti del Rotolo diafano, un’antologia di novelle scritte da Culianu, soprattutto storie come Il viaggiatore Ibn Gubair e il collegio invisibile, L’enigma del disco di smeraldo o Il corridore tibetano (un’intera sezione della Talpa di Le Carré, quella dedicata all’interrogatorio della spia inglese, Jim Prideaux, da parte dei servizi sovietici, racconta esattamente la stessa impresa). Sono storie che Borges avrebbe firmato volentieri. Ogni novella del Rotolo diafano, come del resto tutti i libri di Culianu, compresi quelli accademici, è una riflessione sugli arcana della politica, sulla natura del mondo e sulla letteratura, di cui Culianu studia, in tutti i suoi libri, anche accademici, le ricadute nella realtà: l’immaginazione scientifica, la religione, l’evasione, il timor panico, la teoria politica. Su Culianu, nel 1994, Elémire Zolla scrive un breve saggio, Culianu, per le Edizioni Tallone di Torino. Proprio in una lettera a Zolla – con la quale gli annuncia la pubblicazione del suo ultimo libro, I miti dei dualismi occidentali. Dai sistemi gnostici al mondo moderno – Culianu scrive che «si può anticipare sia il veleno che l’ambrosia che il libro finirà col produrre. Si può già anticipare perché è lì, nelle menti umane, come tutto, d’altra parte: questa pacifica giornata di febbraio, il terrore dell’imperatore Atahualpa allo scorgere Pizarro, l’orecchio tagliato di Van Gogh e il lancio della prima nave intergalattica. È tutto lì, e tra tutte queste cose ci sono invisibili nessi. Ecco, dimenticavo: c’è chi chiama anche questo gnosi». 

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