OGGETTO: Manifesto dello scrittore sciamano
DATA: 06 Agosto 2021
SEZIONE: inEvidenza
Agli scrittori ombelicali, agli autori da salotto, pieni di sé, indignati per contratto, impegnati per ignavia, preferiamo il poeta sciamano. Un manifesto
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Credere nello spirito selvaggio trasmigra nell’innocuo il titolo originale del libro: Croire aux fauves. Fede che mette in croce, croire; fauves sono, propriamente, le fiere, le belve, i predatori. Fauves, rimanda, poi, alla fiaba, alla favola. Le fiabe, si sa, predano. Il libro di Nastassja Martin, antropologa, edito da Gallimard nel 2019, tradotto da Bompiani quest’anno, è poco più che interessante. La Martin racconta come è sopravvissuta all’assalto di un orso, nell’Estremo Oriente Russo; la sua lenta guarigione, la tensione verso lo “spirito selvaggio”. Il libro parte bene, la scrittura – diaristica – si annacqua quasi subito, si disfa, anonima, sembra la didascalia a un documentario. Per capire lo “spirito selvaggio” – concetto cretino, che di per sé ci colloca, subito, nell’alveare turistico, in qualcosa, infine, di domestico, non aggressivo, docile, da lettura estiva – è meglio leggere Dersu Uzala, lo straordinario reportage di Vladimir Arsen’ev, da cui Akira Kurosawa ha tratto il suo capolavoro: pubblicato da Mursia nel 1977, ristampato più volte (pure con “corredo didattico” del grande Ezio Savino), è incredibilmente scomparso dal mercato librario. In realtà, tutto un mondo editoriale avventuriero, foriero di solari inquietudini, selvaggio – le mitiche collane ‘per ragazzi’ – è scomparso.

Più che il libro della Martin, è interessante la Prefazione di Antonio Franchini. Non che sia audace, furibonda, fuori onda, foriera di rivelazioni. Per lo più, avanza – così pare – un’idea di letteratura. Franchini attacca così:

“Ci fu un tempo in cui gli esseri umani comprendevano il linguaggio degli animali e vivevano in armonia con il creato. Poi quel tempo finì, una grande catastrofe travolse tutte le creature e – come accade ad Adamo ed Eva cacciati dall’Eden – gli umani persero per sempre il loro dono e diventarono quello che anche noi siamo: mortali, sessuati, obbligati al lavoro per vivere e in conflitto con gli animali. È qui che interviene lo sciamano, il quale attraverso l’estasi riesce a ripristinare, provvisoriamente, la condizione originaria e non solo diventa capace di comprendere il linguaggio degli animali, ma può lui stesso trasformarsi in animale… La trasformazione in animale – osserva Mircea Eliade – significa che lo sciamano ha ricostituito la condizione paradisiaca”.

Franchini procede parlando del significato dell’orso nella cultura sciamanica, dello sciamanesimo, e via sciamando. Da qui, comunque, forzando gli argini alla pia prefazione, va distillato un pensiero. Lo scrittore-sciamano contro lo scrittore da metropoli; lo scrittore selvaggio sconfigge l’autore da salotto. L’autore da salotto è quello che, scrivendo, compie un’azione mediatica più che medianica: si prefigge il successo, consapevole che ciò accade finché coltivi le convinzioni del lettore, pettini il suo desiderio di rilassatezza, gli stuzzichi le vergogne. Gli autori salottieri sono funzionali al sistema dell’informazione, non svelano né denudano: raccontano storie che indignano gli ipocriti, si inchinano a un ‘impegno’ privo di inquietudini, dicono ciò che va detto, si arrabbiano a comando, intorno a temi talmente da vaghi da rendere vano il contraddittorio (chessò: contro il precariato, la povertà, il razzismo, il femminicidio…). Gli autori salottieri – abili nell’ancheggiare da un ruolo all’altro, a fare rafting in un acquazzone di aggettivi egualmente insignificanti – fanno del proprio ombelico un tempio, del grigiore una virtù, della modestia un allevamento di premi. Infine, sono innocui, genericamente vanitosi, invidiano la grandezza, l’oro del bene – che, in quanto tale, è feroce e privo di vili sofismi –, il genio, inarginabile.

Quando si parla di sciamanesimo, ci sarà sempre chi ti ride dietro. Chi vive nel delirio della ragione ha bisogno, per assolversi, di deridere l’altro mondo, un altro modo di vivere. D’altra parte, ci sono gli sbandieratori new age, gli esoterici del palazzo di fronte, i sultani dello gnosticismo fai-da-te, gli adelphi dell’idiozia. Alla peggio, c’è chi ritorna alla natura facendo un viaggio in crociera, iscrivendosi a “National Geographic”, e scambia, di norma, il bosco con l’ecologismo, il verde con il green, la cura con la politica. Prodigo in prodigi, lo scrittore sciamano rischia di inciampare in una sovrana ingenuità, eppure è scaltro per eccesso d’innocenza. Studia lo sbaglio di natura, l’anello che non tiene; tenta l’affronto della Storia; scopre l’animale, quel barrito di gioia e di debolezza; propende per l’osceno; sa parlare con i morti. Disinteressato all’esito dei suoi scritti, esercita un compito: non ha bisogno di essere compreso, gli bastano, per le sue escursioni, una raggiera di lucertole, l’arco composto da una vipera, la sapienza del ragno, la sfera composta dal falco che comprende anche lui, un tradimento.

Lo scrittore sciamano è disinteressato a sé – egli scrive, cioè agisce –, sciolto da ogni codice sociale, discinto; vede di ogni uomo ciò che non va visto, il punto in cui crolla, il lato molle; crea una insidia, ci colloca in un vespaio di paradossi. Va al di là del noto, del previsto, del precedente: si ritrae da reazione e progresso, a volte pare uno fuori posto, improbabile, che entra nella piazza, pianta una candela, e ha l’acciarino sulla lingua. Non lo affascina l’elegia politica, il piagnisteo sulle umane sorti, il peana, la coscienza civica: sa sgusciare come un fiume ed è orientato al criterio delle costellazioni. Il libro dunque – paradigma della contraddizione, dacché ogni parola è una botola che ne contiene mille – è una kamlanie, una seduta sciamanica, un viaggio, infine, verso i meandri dell’altrove, l’impuro.

“Al momento di intraprendere il suo viaggio, lo sciamano si confonde con l’animale, riveste la sua personalità. Egli abbandona così i limiti propri dell’uomo per avere più facile accesso al mondo trascendente in cui gli animali si trovano a proprio agio. Trasformato in uccello, egli vola senza difficoltà, batte le ali; divenuto cavallo, egli nitrirà, galopperà; divenuto cane, egli abbaierà, leccherà, salterà. Non è da escludere che la danza sciamanica sia in parte una danza erotica”.

Ugo Marazzi

Lo sciamano è una collusione, uno scisma: che altri godano del fuoco che scaturisce dalla sua storia, che corrodano la sua sapienza, egli è il separato, il sacrificato, il pupazzo degli spiriti. “La malattia, la meditazione, l’isolamento” eleggono lo sciamano al proprio compito, così come “una separazione fisica dalla normale vita di comunità” (Ugo Marazzi, Testi dello Sciamanesimo siberiano e centro-asiatico, Utet, 1984).  

Ogni paragone, va da sé, è fuorviante, per algebra grammaticale, è improprio. Eppure, lo scrittore, come lo sciamano, viaggia in altri mondi, accarezza i morti, evoca la vita, convoca le bestie, sa invocare. Inabile a tutto, sa ciò che gli altri hanno dimenticato, giace nel suo bosco, foss’anche una stanza dalle pareti simili a betulle. Esistono, gli scrittori-sciamani, all’assalto del miracolo: Rudyard Kipling, Joseph Conrad, Saint-John Perse, René Char, Cormac McCarthy e Marina Cvetaeva, Hayao Miyazaki e Marguerite Yourcenar. “Lo sciamano agisce a favore degli uomini. Il ruolo dello sciamano è per sua natura benefico”. Anche quando ci immerge nel veleno, lo scrittore ha a cuore la salvezza. Santo per collasso, tende al bene – e ne soffre – perché è il primo tra i peccatori. Le librerie, piuttosto, vomitano romanzi lividi, storie piene di livore, scritte rasoterra, dal baricentro di una fame banale, e vogliono flussi di frustrati, massa di ignavi che fotografano la montagna ma arretrano di fronte al rischio dell’ascesa.  

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