Pier Francesco Pingitore

"Se per cinismo significa rinunciare ai luoghi comuni, allora sono una persona molto cinica. Sui sentimenti fondamentali, non credo di essere un uomo cinico".
"Se per cinismo significa rinunciare ai luoghi comuni, allora sono una persona molto cinica. Sui sentimenti fondamentali, non credo di essere un uomo cinico".

Molti, negli anni, hanno acclamato Pier Francesco Pingitore come un maestro. Lo hanno venerato, amato, osannato, e hanno tanto riso, riso, riso. Risate, a volte, di puro divertimento, altre, invece, amare. E la pancia del popolo italiano, mai satolla, ha anche imparato con la sua satira, diciamolo pure, a conoscere le sottigliezze, le vergogne, le debolezze, i tic e i rituali della politica e della nostra società, spesso solo appannaggio degli intellettuali o presunti tali.

Quegli intellettuali, che, a eccezione di pochi, spesso, lo hanno criticato ferocemente, disprezzato, irriso, messo da parte, come fosse un invisibile. Ma Pingitore, insofferente ai dogmi, allergico alle parrocchie, alle conventicole, e ai posti da spartire, se n’è sempre fottuto del giudizio altrui e, duro come il marmo di Carrara, è andato dritto per la sua strada, consapevole che l’applauso del pubblico fosse più interessante, lusinghiero e sincero di tante parole vergate dagli snob. Ed è proprio nella vasta landa dell’emarginazione e dell’indifferenza di certi salotti, per come la vedo io, che il Nostro ha saputo costruire la sua carriera, ricca di allori, audience, donne, e denaro. Prima d’incontrarlo, avevo letto articoli, interviste. Tanto, troppo, sulla sua vita di autore e regista. Tante domande, le solite, sul Bagaglino, sulle soubrette. Che noia, mi sono detto! Sarà mai possibile andare oltre la crosta superficiale?

Volevo sapere altro, conoscere l’uomo Pingitore, tratteggiare la sua figura, scavare nei suoi ricordi, mettere un po’ a nudo le sue numerose debolezze, e ripercorrere, insieme a lui, senza ruffianeria, o partigianeria, la sua storia. Giunto quasi alla soglia dei novanta autunni, questo romano dal sangue e tempra calabresi, pur nostalgico della sua Epoca dorata, ha ancora la vivacità intellettuale, e la curiosità di un bambino che, per la prima volta, spalanca gli occhi in questa immonda e stupenda terra. Ascoltandolo attentamente, penso che Pingitore, nei suoi numerosissimi spettacoli, abbia portato in scena anche qualche pezzetto della sua vita – il suo smisurato ego, una certa prosopopea e l’amore spasmodico e infinito per le donne.

Nella nostra chiacchierata, avvenuta in un piovosissimo sabato, nel fin troppo placido quartiere Trieste, l’Uomo degli Specchi, almeno per un po’, ha deposto le armi della timidezza e della riservatezza. Assiso su una poltrona come fosse ancora il regista dei suoi spettacoli, con in testa il solito Borsalino, il bambino nato a Catanzaro, smessi i panni del direttore autocrate, ha scritto, con noi, la sceneggiatura – vera, malinconica, schietta, dolorosa, furba – della sua vita.

                                                                F.M / francesco.melchionda@tiscali.it


Fotografie di Ludovica Borghesi

Pingitore, da qualche mese è in libreria il suo Confessioni spudorate. La prima curiosità che voglio togliermi con lei è: come mai il suo libro è stato pubblicato da una casa editrice minore, per i più sconosciuta? Non era un granché?

Lei che dice?

Ah, non lo so, me lo dica lei…

Primo: l’Editore che ha pubblicato il mio libro è un signor editore e anche se minore fa egregiamente il suo mestiere e non posso che essergli grato. Secondo: gli editori non minori sono tutti di sinistra: per me, come ho detto più volte, non c’era posto. E, pensi, non ho trovato grandi editori neanche quando lavoravo a Mediaset…

Lei mi sta dicendo che neanche la Mondadori si è interessata a lei?

Esattamente. Dopo il rifiuto della Mondadori, il mio primo libro, “Memorie dal Bagaglino”, dovetti pubblicarlo con un altro editore, che vendette tutta la tiratura e si dovette anche ristamparlo.

È autobiografico, questo libro?

Come diceva Flaubert: Madame Bovary c’est moi! Elena, il personaggio principale del libro, non dico che sono io… Ma alla fine, quando si scrive un romanzo, nel protagonista c’è sempre qualcosa dell’autore.

Lei nasce in Calabria, ma, a due anni, e neanche il tempo di capire chi è, lascia, con la sua famiglia, Catanzaro, per venire a Roma: come mai? Cosa spinse suo padre ad una scelta così radicale?

Il motivo fu molto semplice: mio padre, ingegnere, scelse Roma per lavoro; la Calabria, come può ben immaginare, offriva poco, e poi, come tutti i meridionali, avevamo il sogno di vivere nella Capitale…

Fotografie di Ludovica Borghesi

Dove andaste a vivere, se lo ricorda?

Appena arrivammo, per un torno di tempo, dalle parti di Santa Maria Maggiore; successivamente, scegliemmo il quartiere Trieste-Salario. Pensi che da quasi 60 anni vivo in questa casa…

Addirittura! È uno stanziale, timoroso dei cambiamenti?

Esattamente! Vivo così bene qui: perché cambiare?

Come vi accolsero i romani? Erano gli anni mussoliniani…

Vivemmo benissimo; non c’era nessun pregiudizio nei confronti dei calabresi.

Come viveste il regime?

Mia madre, con mio padre in Africa per lavoro, viveva praticamente sola, con quattro figli da crescere. Non aveva particolari obblighi, anzi. Una volta, ricordo, il capo fabbricato la chiamò chiedendole come mai non partecipasse a certe riunioni indette dal regime. Lei, candidamente, gli disse: ma io ho quattro figli da allevare! Non si preoccupi – fece lui – curi loro… Insomma, c’era una certa tolleranza e comprensione.

I suoi genitori simpatizzavano per il Duce?

Mio padre aveva fatto la Grande Guerra come ufficiale di artiglieria. E succedeva che a molti tra gli ufficiali raffermati, piccole folle di esagitati sputassero loro addosso; e questo provocò, in lui, forse per reazione, molta simpatia nei confronti del fascismo. Ma poi, come ho già detto prima, dovette andare in Africa per lavorare, dal che si deduce che non aveva certo particolari agganci con il regime.

Lei che ricordi ha di quell’epoca? Ce n’è uno che conserva e che non l’ha mai abbandonato?

Di ricordi ne ho tanti, in realtà. Ma ne voglio citare due: l’adunata del sabato pomeriggio vestiti da balilla o da figli della lupa, e la corsa in bicicletta, nel quartiere San Lorenzo, subito dopo il bombardamento terribile del 1943.

Capiva, pur essendo bambino, cosa stava facendo e accadendo?

I bambini capiscono tutto. Sono i grandi che non capiscono quanto i bambini siano in grado di capire.

Finita la guerra e la dissoluzione del regime, aveste paura di ritorsioni o diventaste, come un sol uomo, tutti antifascisti?

Noi non potevamo subire ritorsioni perché non avevamo avuto alcuna carica durante il fascismo. A parte le adunate, per il resto vivevamo, come tanti, ai margini. A Roma, poi, non è che si vide tanto, a essere onesti, la caccia al fascista. Le cose si acquietarono ben presto.

Ripensandoci ora, cosa non le piaceva del fascismo?

All’epoca ero troppo piccolo per capire cosa non mi piacesse; in quegli anni, il Duce era visto e considerato come una sorta di divinità. E quando cadde, restammo tutti sbalorditi. Oggi, se ci ripenso, sicuramente non potrei mai aderire al regime perché amo troppo la libertà e la democrazia… Trovo assurdo, allo stesso tempo, che non si possa dire pubblicamente le cose apprezzabili fatte da Mussolini. Ma, insomma, se si governa vent’anni, qualcosa di buono si sarà pur fatto! Lo dice la statistica…

E lei, fosse stato nella età giusta, avrebbe fatto il partigiano o il fascista?

Bella domanda! Me lo sono chiesto tante volte. Sicuramente avrei fatto una scelta netta, di campo. Potevo diventare repubblichino o partigiano, secondo le persone e l’ambiente che in quel momento avrei frequentato.

Sicuramente non sarei rimasto a guardare. Penso anche un’altra cosa: che quelli che si sono schierati, a prescindere dal loro orientamento politico, sono comunque i migliori della loro generazione.

Non molto tempo fa, ha detto: “Avrei tanto voluto essere di sinistra! Ma purtroppo non c’era più posto…”.  Perché?

Era una battuta, che nasconde un dato di fatto. La sinistra è una grande fabbrica di posti. La più grande che esista in Italia. Ma i posti a un certo punto finiscono e quindi bisogna per forza chiudere le iscrizioni…

Ha sofferto per essere considerato, dalla sinistra, un artista inferiore, un reietto?

No, per niente! Più che inferiore, la sinistra mi ha considerato un invisibile.

Che ragazzo era Pingitore?

Avevo una gran voglia di fare, senza sapere esattamente cosa. Giornalista, scrittore, calciatore…

Da giornalista a calciatore: un’oceanica distanza. Era confuso…

No. Ero solo desideroso di fare.

Come mai non ha continuato a calciare un pallone?

Mi resi conto, ben presto, di essere una mezza pippa.

Si vedeva bruttino?

Non mi sono mai posto la questione. Pensavo di essere un ragazzo accettabile, e di non avere particolari problemi.

Dinanzi alle ragazze, non ha mai avuto sentimenti d’inferiorità?

No, tutt’altro.

Fotografie di Ludovica Borghesi

Negli anni della sua gioventù, preferiva studiare, leggere, o, molto più semplicemente, andare nei bordelli, con le mignotte?

L’una cosa non escludeva l’altra. Anzi! Nei bordelli ci si andava ogni tanto; non giravano molti quattrini all’epoca. Erano stabilimenti molto meno mostruosi di quanto ci si immagina. Avevo amici, invece, che passavano interi pomeriggi sui sedili dei casini: i cosiddetti “flanellisti”. Odiatissimi dalle maitresses, che gestivano i bordelli, perché spesso non facevano nulla, e invece di “consumare”, chiacchieravano all’infinito con le ragazze. Quando poi la chiacchiera diventava troppo rumorosa e caciarona, la maitresse brandiva lo scopettone, si metteva a urlare “Fuori tutti, disgraziati!”, assestava qualche buon colpo nel sedere di qualche “flanellista”, e cacciava tutti da quel luogo di delizie.

Era un voyeur o amava partecipare?

Non ero un guardone allora, e non lo sono mai stato dopo.

Moriva di fame in quegli anni?

Non vivevo nella bambagia, ma a casa mia si stava discretamente. Capii in fretta, però, dopo gli studi, che bisognava lavorare e rendersi autonomi.

Come mai si ritrovò a scrivere per Playmen? Era solo un modo per riempire la pancia?

Prima di Playmen, in verità, ero stato caporedattore dello Specchio. In concomitanza con gli inizi del cabaret, però, la direzione del giornale mi pose una sorta di aut-aut. O il giornale o il cabaret. Da buon calabrese, insofferente alle costrizioni, mi dimisi dallo Specchio. Un mio carissimo amico, Luciano Oppo, mi propose allora di collaborare con Playmen. Ero disoccupato: accettai volentieri, anche perché trovavo giuste le battaglie sulla liberalizzazione dei costumi.

A 31 anni, se non sbaglio, insieme a Castellacci, con qualche soldo preso a prestito, fonda, dalle parti di piazza Navona, il Bagaglino. Come nasce l’idea?

A parte un precedente tentativo di Maurizio Costanzo, che era durato poco, a Roma non c’era un vero e proprio cabaret. Allora, con alcuni amici, tra cui Castellacci, pensammo che, forse, era giunto il momento di provare. Trovammo una cantina, a dire la verità molto umida, e, senza grossi calcoli, ma con la sola voglia di sperimentare liberamente quello che amavamo fare, demmo vita al Bagaglino. I primi a seguirci, in questa meravigliosa avventura, furono: Oreste Lionello, Pino Caruso, Gabriella Ferri…

Come furono gli inizi? Temevate di non farcela?

Non ci ponemmo questa domanda. Cominciammo e basta. Fu subito un grande successo; ogni sera, in quella cantina che poteva contenere al massimo 60-70 persone, la gente che assisteva agli spettacoli era sempre il doppio. Erano tutti ammassati, affumicati dalla mancanza di aspiratori adeguati, ma ciononostante felici di trovarsi in quel posto. Ecco: una delle più grandi soddisfazioni della mia vita, fu quando la prima sera del primo spettacolo del Bagaglino, scoprii che la gente alle battute scritte da me rideva. Voleva dire che potevo fare l’autore di cabaret.

Pensa di essere un comico, un giullare?

No, più semplicemente un autore satirico.

Come reagì la città, in lento declino dopo gli anni ruggenti della Dolce Vita?

La città, in realtà, era in piena Dolce Vita. La gente usciva, si divertiva, e la mondanità era al suo massimo splendore. La nostra cantina di via della Campanella furoreggiava. Pensi che un giorno telefonarono dall’Ambasciata Americana: volevano prenotare quattro posti per la signora Jacqueline Kennedy in visita a Roma. Ma la nostra segretaria, esasperata dalle tante telefonate che riceveva a getto continuo, ringhiò:  “Non c’è posto!”. E attaccò. Dopo sette anni, a causa anche di forti reumatismi di cui cominciai a soffrire, ci trasferimmo al Salone Margherita. Il teatro, che all’epoca era un tristissimo cinema d’essai, con noi ebbe subito una fioritura meravigliosa, con un pubblico straripante e felice. Degno del suo grande passato di tempio liberty del varietà. Sul cui palcoscenico si erano esibiti i più grandi, da Petrolini a Totò.

Nel frattempo, se non ricordo male, nel Settanta, ha inizio la sua, per molti dimenticabile, carriera cinematografica. Come mai: aveva bisogno di denaro, di riconoscimento?

Io non ho mai fatto nulla per denaro, ma solo per passione! Il denaro, che è venuto dopo, non è mai stato una mia ossessione… Ho fatto il cinema perché mi piaceva fare il cinema. Punto. E me lo hanno fatto fare perché i miei film hanno sempre incassato. A volte pure un sacco di soldi.

Quali sono le pellicole più brutte che ha girato?

I più brutti non si possono dire. Succede come con i figli: il più brutto è sempre quello più amato. E poi non ho mai fatto film brutti. Al massimo qualcuno era un po’ meno meraviglioso…

Come sceglieva gli attori? Cosa dovevano trasmetterle?

In genere dovevano avere talento, che nessuno ti può dare se non te lo porti da casa, e poi una certa elasticità, e non mostrare eccessive resistenze. Un attore deve avere un po’ le caratteristiche della cera: bravo e abile a modellarsi a seconda del copione che gli viene affidato.

Fotografie di Ludovica Borghesi

In maniera ecumenica, proprio come un parroco, ha detto di amare tutti gli attori e attrici che hanno lavorato con lei. Pingitore, mettendo da parte un po’ d’inutile diplomazia, può dirci quale artista le ha regalato maggiori soddisfazioni?

Oreste Lionello, senza dubbio.

Perché?

Perché c’era una grande consonanza tra noi due. Oreste era un uomo di grande intelligenza e capacità. Oltreché, come attore, di una bravura totale. Giorgio Albertazzi disse che Lionello era il più grande attore italiano.

Come ha preso la sua morte?

Malissimo. È morto, pensi, due ore dopo che l’ero andato a trovare.

Quale, invece, l’ha delusa maggiormente?

Uno che potrebbe fare di più in relazione alle sue qualità artistiche: Manlio Dovì. Manlio era quello che sapeva imitare perfettamente chiunque. In particolare di Francesco Cossiga faceva una imitazione formidabile, di cui si parlava molto in giro. Una volta, ricordo, Cossiga, che all’epoca era presidente della Repubblica, e che per ovvie ragioni non poteva venire al Salone Margherita, lo invitò al Quirinale e si fece fare l’imitazione. Questo le dà la misura dello spessore di Dovì.

Quanta ruffianeria, per non dire prostituzione intellettuale, ha scorto tra i suoi artisti, anche quelli più importanti?

Nessuna, anche perché non ho mai costretto i miei artisti a fare qualcosa che non fosse di loro gradimento.

Sì, ma tanti facevano a gara, soprattutto quando finiste in tivù, pur di lavorare con lei…

Sono sempre stato una persona refrattaria a raccomandazioni e ruffianerie.  Ho sempre scelto io, in assoluta libertà, chi doveva lavorare con me.

Era quasi un dittatore, un autocrate?

Sì, assolutamente. Il regista deve essere autocrate. Non c’è democrazia nell’arte.

Perché lei, invece, preferiva stare più dietro le quinte? Timidezza, vergogna?

Per un fatto di stile, più che altro. Ma quando dovevo apparire, mi facevo vedere senza problemi.

Di quali spettacoli va meno fiero?

Guardi, avendone fatti tanti, quasi non ricordo tutto quello che ho fatto. Forse, rifacendoli, li farei meglio. Diciamo che l’applauso del pubblico cancellava qualsiasi dubbio o perplessità.

Tutti i potenti, o quasi, hanno calcato la vostra scena; quanti, presi per il culo, la chiamavano, il giorno dopo, per lamentarsi o minacciarla?

Nessuno.

Ha mai temuto, portando in scena certi spettacoli, qualche rappresaglia?

Ma quando mai! Se scrivo e porto in scena uno spettacolo, è perché sono convinto di quello che sto facendo. Ho sempre fatto cose di cui fossi in grado di rispondere pienamente. Il che ti dà sicurezza di fronte a chiunque.

Che rapporti aveva con Andreotti?

Andreotti, che avrò visto quattro volte al massimo, era una persona intelligente, spiritosa. Lo apprezzavo perché era un uomo capace di fare, anche se questo può dare spazio a mille interpretazioni.

Ha mai invidiato il talento di altri?

Io sono un uomo molto presuntuoso: non vorrei il talento di nessuno! Mi basta il mio. E certe volte m’avanza pure.

È vero che la cultura di sinistra, forse sbagliando, l’accusava di volgarità e grossolanità. Ma a lei, stando in prima fila, sarebbero davvero piaciuti i suoi spettacoli?

Certo che mi sarebbero piaciuti. Le dirò di più: Io non ho nessuna scusa dei miei eventuali fallimenti o spettacoli meno riusciti, perché ho sempre deciso io cosa fare e scrivere.

Come si sente quando la chiamano Maestro? Inorridisce?

Mi viene da ridere. Però mi fa anche piacere. D’altra parte in Italia, passata una certa età, se non ti affretti a morire, ti chiamano maestro.

Perché puntava molto su una bellezza non proprio discreta? Aveva bisogno di tette e culi per attirare il popolo e fare ascolti?

È un luogo comune, il suo. Ho sempre cercato, e scelto, donne che, in primis, piacessero a me, da un punto di vista artistico e umano. Se le donne erano discinte, o abbigliate in un certo modo, era solo perché lo richiedeva l’esigenza dello spettacolo, dello sketch, o del balletto.

“Troiaio”, “puttanaio”, così, spesso, da casa, apostrofavano gli spettacoli che metteva in scena; se li avesse letti sui giornali, l’avrebbero ferita questi epiteti?

Intanto non ho mai saputo di nessuno che da casa usasse quei termini. Poi se li avessi letti sui giornali, avrei preso a schiaffi l’autore.

Perché?

Perché le offese non le accetto.

Uno dei momenti cult dei suoi spettacoli era, sicuramente, la torta in faccia. Cosa voleva simboleggiare? Disprezzo?

Nessun disprezzo, mai, nei confronti di nessuno. La torta in faccia era solo un gioco, cui alcune grosse personalità politiche accettarono di sottoporsi. Era semmai goliardia, mai offesa.

Fotografie di Ludovica Borghesi

Quant’è spiccato il suo lato femminile?

Non lo so. Sono anni che lo vado cercando…

Avendole frequentate a lungo, cosa ha imparato dalle donne?

Che sono il vero sesso forte.

Che rapporti aveva con Berlusconi?

Di stima e simpatia. La prima cosa che gli dissi, quando mi offrì di passare a Mediaset (all’epoca eravamo in Rai), fu questa: dei copioni che scriveremo io e Castellacci e Vistarini, non vedrai mai nulla! È stato un editore libero e di parola.

Negli anni della sua massima notorietà, si è mai sentito usato?

No, mai.

C’è una buona dose di cinismo nella sua vita, vero?

Se per cinismo intende rinuncia ai luoghi comuni, allora sono una persona molto cinica. Sui sentimenti fondamentali, non credo di essere un uomo cinico.

Ha tradito più in amore o in amicizia?

In amicizia non penso di aver mai tradito.

Quanti amori ha avuto?

Eh… Un po’ di amori li ho avuti…

Quali sono stati i periodi più bui o peggiori della sua vita?

I periodi peggiori li ho cancellati. Sicuramente, i lutti mi hanno sempre colpito molto.

Quali lutti l’hanno piegata di più?

Quelli legati alla mia famiglia e, poi, la perdita di qualche amica.

Pensa di essere un uomo vendicativo?

No, non penso. Ritengo di essere un uomo passionale, istintivo. A volte, ho avuto delle reazioni forti, a volte scomposte, violente, ma covare la vendetta non è nelle mie corde. Penso ci sia di meglio da fare nella vita…

È stato più disonesto o permaloso nella sua vita?

Permaloso. Disonesto mai.

Incuteva timore negli artisti?

No, timore, no, forse una certa soggezione…

Le piaceva che accadesse?

Mi sorprendeva, piuttosto…

Casa sua è piena di specchi. Cos’è: narcisismo? Ossessione? Cosa celano questi specchi?

Specchiarsi sempre ti dà l’illusione di essere sempre lo stesso, di non invecchiare mai.

Le piace alimentare l’illusione, quindi?

L’illusione è tutto ciò cui facciamo finta di credere, sapendo benissimo che è un’illusione. Cioè una realtà benemerita della mente.

Quanto ha guadagnato nella sua vita?

Abbastanza, ma, probabilmente, meno di quanto avrei potuto, ma non me ne lamento.

Perché?

Perché, come ho detto prima, i soldi, per me, sono solo un mezzo per vivere con una certa serenità. E magari per aiutare, con discrezione, qualche persona. Accumulare il denaro non m’interessa.

Sessualmente parlando, è stato un uomo dissoluto?

Mi sono piaciute le donne, molto, ma senza esserne schiavo.

È mai stato ossessionato dalle donne?

Qualche volta, sì, è successo.

Come n’è uscito?

Facendo decantare l’ossessione.

Fotografie di Ludovica Borghesi

Recentemente, su Dagospia, Mughini ha scritto un articolo proprio su di lei. Com’è nata l’amicizia con Giampiero?

Quand’era a Panorama, Giampiero mi fece un’intervista. Ci raccontammo le nostre esperienze. Nacque, tra persone schiette, una certa simpatia, senza paraocchi. Diciamo che chi ragiona per dogmi, difficilmente sarà mio amico.

Quanti amici ha, adesso?

Non pochi, alcuni dei quali conosciuti dopo i sessant’anni, quando, di solito, è più difficile stringere e costruire un’amicizia.

È stato più amato o ha più amato?

A dir la verità non lo so. Uno pensa di essere stato molto amato, ma sarà poi vero? Diciamo che il carosello è stata abbastanza movimentato…

Come vive il suo presente?

Questo è un periodo molto malinconico…

Perché?

Per la rassegnazione che si respira nell’aria e per il tempo che passa.

Quali vorrebbero essere le sue ultime volontà?

Cambiamo discorso, sono un po’ scaramantico…

Le piacerebbe fare ancora l’amore?

Ci sono modi di fare l’amore a tutte le età. Se si ama l’Amore.

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