Barbara Alberti

"Mi innamorai di Majakovskij, il grande illuso. Il tema, più che la gelosia, riguardava in realtà il mondo in cui è vissuto il poeta russo; un mondo fatto di utopie, dove i grandi delle avanguardie raggiunsero la massima felicità artistica".
"Mi innamorai di Majakovskij, il grande illuso. Il tema, più che la gelosia, riguardava in realtà il mondo in cui è vissuto il poeta russo; un mondo fatto di utopie, dove i grandi delle avanguardie raggiunsero la massima felicità artistica".

Seguivo Barbara Alberti da anni. Nel panorama letterario italiano, quest’umbra anomala e per niente provinciale, si è sempre distinta per essere una scrittrice raffinata, mai banale. Gelosa di Majakovskij e il Vangelo secondo Maria, tanto per dire, si divorano per intensità. Sono parole vergate con il fuoco. E’ una delle poche, vere bohémien rimaste in circolazione; e, nonostante, i successi, gli agi, il denaro, divorato come la sua esistenza, la popolarità, cresciuta a dismisura grazie anche alla televisione, la sua vita, nonostante tutto, non è mai cambiata. Anzi.

La sua storia, personale e professionale, è un libro aperto. Nella nostra lunga chiacchierata, avvenuta in un parco dalle parti del quartiere Trieste, in una giornata calda, primaverile, questa farfalla della parola, guardandomi dritta negli occhi, non si è persa in barocchismi, ghirigori, infingimenti, né, tantomeno, in perifrasi diplomatiche, stucchevoli e noiose. La sua dialettica, veloce, secca, tagliente arriva dritto al cuore. Non è, di certo, un personaggio pirandelliano. Barbara è proprio come la si legge o la si vede sul piccolo schermo. Non si sdoppia, al massimo si ritrae dinanzi alla volgarità o alla piccolezza dell’umanità televisiva.

Alla maniera di Claudio Rinaldi, storico e grande direttore di settimanali oggi in coma – vedasi, per esempio, Panorama e l’Espresso – l’approccio albertiano alla vita è leggero e solenne allo stesso tempo. Alleggerisce, con la sua risata contagiosa, temi scottanti, delicati, pesanti; e, senza scomporsi, rende impegnativo e importante un capriccio, un divertissement. Ascoltarla, registrare i suoi mutevoli umori, tenerla inchiodata su una panca è stato un bellissimo esercizio intellettuale. Se uno vuole provare a riflettere, mettersi in discussione, provare a cambiare registro, è ora che la ascolti. Questa donna minuta ed elegante, sobria e raffinata. C’è da imparare, anche quando magari non si è d’accordo.

                                                                      F.M / francesco.melchionda@tiscali.it

         *    *   *

Fotografie di Ludovica Borghesi

Barbara Alberti, cominciamo dalle tue origini: nasci in Umbria, ma appena puoi scappi dalla provincia, giusto?

Non sono scappata. Assisi per me era il paradiso. Ma avevo 15 anni,  i miei genitori si sono trasferiti, e li ho dovuti seguire. A Roma rimasi  sconvolta dalla freddezza della grande città. Quando ero al liceo, incontravi dei ragazzi a una festa, li rivedevi al mattino nei corridoi della scuola, e neanche ti salutavano. Al cinismo romano non mi sono mai abituata.

In quegli anni, che Roma era?

Una Roma molto meno popolosa di oggi; mi sembrava un grande paesone, o una metropoli dell’Ottocento. Roma mi sconcertava. Stavo diventando donna, e i commenti sboccati della strada, per me erano una violenza. I complimenti sarebbero stati graditissimi ma non quelle aggressioni verbali, offensive. Andando a scuola facevo lunghi giri per evitare certi bar dove mi lanciavano frasi umilianti.

Che rapporto avevi con la tua famiglia, cattolica, se non erro?

Non erri. Un rapporto di contrasto, di rivolta. Noi ragazzi di allora ci potevamo permettere il lusso della ribellione. Che battaglie! Che soddisfazione, fare il contrario dei nostri genitori!

Ti sei sentita subito libera, libera di essere te stessa?

Ma che vuol dire? Ancora oggi, con un piede nella fossa, come posso dire di essere veramente me stessa!? Chi è veramente consapevole di sé? Poi sogni, e sei un altro. Io scrivo, e sono un’altra persona. Scrivo cose di cui non saprei parlare. Ci penso pochissimo. Lascio che le parole vengano, la scrittura è una rivelazione.  Tu ti conosci? Io mi conosco un po’, ma di vista. Oggi è tutta una certezza, tutto logico, tutto risolvibile…ma esiste il mistero.

Dopo gli studi in Filosofia alla Sapienza, come campava?

No ho mai “campato”. Ho vissuto. Mi ero iscritta a Filosofia per equivoco. La scelsi per omaggio e devozione alla mia insegnante di Filosofia, che era una maestra di libertà. Le sue lezioni e il suo modo d’essere ci hanno insegnato la dignità nella libertà. Una volta venne il preside, un ometto autoritario e arrogante. Entrò in aula spalancando la porta, senza bussare. La professoressa gli disse: Preside, lei è entrato senza bussare. E lui : ho facoltà di farlo. Lei, calmissima: va bene, queste sono le disposizioni. Ma io sto facendo lezione, ed è un momento sacro. La prego di uscire e di bussare. Lei era Nora Giacobini, donna indimenticabile. Per diventare un po’ lei, mi ero iscritta alla facoltà di Filosofia. Seguìi un percorso tutto letterario, con una tesi sul concetto della libertà in Jean Paul Sartre.

La tua carriera ha preso mille forme: giornalista, scrittrice, sceneggiatrice, conduttrice, opinionista. Non si è fatta mancare nulla, a quanto pare. Si sente una donna con talento o, come sovente accade a chi fa carriera, miracolata?

Credo di avere talento per la scrittura e la radio, mezzo bellissimo che stimola l’immaginazione e il fiabesco. Il resto è avvenuto per caso. Ho scritto sui giornali ma non ho la professionalità del giornalista, mestiere difficilissimo. Quando vado in televisione ho sempre paura, perché lì vieni giudicato per il fisico, e anch’io mi giudico per quello, e se mi vedo sul monitor perdo sicurezza. Non condivido il mio aspetto, se avessi potuto disegnarmi da sola mi sarei fatta come la Valentina di Crepax.  Alla radio invece sei una voce, sei immateriale, e non c’è ostacolo fra te e chi ascolta, si è veri come in sogno.

Scrivevi per ispirazione o perché i morsi della fame, in una città spietata come Roma, si facevano sentire?

I morsi della fame non li ho mai sentiti perché mi manteneva la mia famiglia. Vorrei poter vantare un’infanzia dickensiana, ma non è così. Ci ho messo anni per imparare a scrivere; se mi vado a rileggere quello che scrivevo a 16-17 anni mi faccio pena. Però, sapevo che quella era la mia strada. E a un certo punto la scrittura è “venuta”. E’ un dono, non dipende da te.

E la pagina bianca di cui tutti parlano?

Fanno male a parlarne. E’ fatuo. E impudìco. Questa retorica della pagina bianca non la sopporto. Disprezzo gli scrittori che parlano del dramma della pagina bianca. In nessuna arte la si fa così lunga come nella scrittura. Mai sentito un pittore lamentarsi della tela bianca o un musicista col dramma del pentagramma vuoto. Ma va’ ! Se non ho l’ispirazione faccio una passeggiata, leggo, ascolto Tartini, spazzolo il cane…E aspetto.

Goethe diceva: la parola muore sotto la penna. Ti è mai capitato?

Credo di più a Emily Dickinson: “Dicono che una parola muore/ quando la si pronunzia/ Io dico che annunzia/ la sua nascita allora” (trad. Ginevra Bompiani).

Ti piacerebbe essere un best-seller?

Certo che mi piacerebbe, così non vado più in televisione! Nel senso che, risolvendo la questione economica con i libri venduti, e non devo più farmi vedere in tv, specie ora che sono tanto vecchia.

Hai fatto e fai molta televisione; cosa ti spinge ad accettare inviti, programmi? Denaro, vanità, narcisismo, conferme del tuo spessore?

È un lavoro che mi viene offerto, anche seducente, e lo accetto volentieri. Ti puoi esprimere, è una grande occasione pubblica, ma mi fa sempre un po’ spavento, perché te l’ho detto, il mio corpo mi imbarazza. Nella vita mi sta bene, ma sapere che ti vedono…E poi, se dici una stupidaggine in tv se accorgono tutti, è per sempre! Quello che mi piace è l’ambiente. Mi sento come Pinocchio tra i suoi fratelli burattini, da Mangiafoco. C’è l’atmosfera del teatro. Conduttori, autori, truccatori, tecnici, parrucchieri, c’è un entusiasmo nel fare spettacolo che di rado ho visto in altri mestieri, e finché non mi trovo davanti alla telecamera mi sento a casa. Credo che se i dirigenti della RAI fossero entusiasti e coscienziosi come le loro maestranze, farebbero una televisione meravigliosa.   

Fotografie di Ludovica Borghesi

Negli anni hai scritto per tanti giornali. Qual è la stata l’esperienza giornalistica di cui va meno fiera?

Nessuna. Ho sempre scritto con trasporto. Anche quando –  tanti anni fa – accettai di recensire i film porno per Playmen. Li proiettavano in cinemini pieni di fumo e di uomini-ombra, un inferno. Tutti maschi. Con queste facce infelici, sguardi sfuggenti, colpevoli, e scontentissimi della mia presenza, come un’invasione di campo in un rito esclusivamente maschile. Io, con taccuino e penna, prendevo appunti su film bruttissimi, così grossolani e ripetitivi da ammazzare qualsiasi forma di  erotismo. La morte del desiderio. Uscivo nauseata, raggelata, danneggiata, temevo di diventare un’invalida del sesso. Ci sono andata due volte, poi ho smesso, e me li sono inventati tutti. Recensivo film immaginari, introvabili- i film che avrei voluto vedere io. Tutti in bianco e nero, con un solo atto sessuale, il resto era allusione, atmosfera, attesa, erotismo e penombra.

Per oltre trentacinque anni, hai curato una sorta di posta del cuore. Cosa hai imparato dai lettori e, soprattutto, da quelli che ti scrivevano?

Non “una sorta di posta del cuore”, proprio la posta del cuore, nel senso più tradizionale. Che avventura! Parlarsi fra sconosciute- con la busta, il francobollo… Quello che ho capito, attraverso migliaia e migliaia di lettere, è che in amore, la gente farebbe qualsiasi follia pur di essere infelice. Le persone, quando ti scrivono, non vogliono un consiglio, non credono che tu possa risolver loro la vita con una risposta, no, vogliono solo che tu stia loro vicino, che tu condivida e abbracci il loro dolore.  Come quando ti confidi con un amico. Vuoi solo calore.

Vale anche per te? Sei mai stata infelice in amore?

In amore sei felice e infelice sempre, basta uno sguardo per farti temere la catastrofe, l’amore è costante timore della perdita. Non si soffre per amore. Si soffre dell’amore. Come dice la volpe al Piccolo Principe, “Si soffre, sai, quando ci si fa addomesticare”.

Quanto ha contato, nella tua carriera, la bellezza?

Credo nulla! Non ero neanche così bella. Naso lungo, capelli arruffati…   

Quali sono stati gli incontri determinanti nella tua vita?

Mio padre. Mi ha insegnato che esiste il “maschio-madre”, quello che profondamente si compiace della tua esistenza, gioisce della tua vita, delle tue felicità, sente i tuoi dolori. Mio padre era così. E poi l’ho trovato in mio marito, Amedeo Pagani.

Cosa ti ha insegnato Amedeo?

Tutto. Mi ha ispirata e guidata nella scrittura dei miei primi sette romanzi; mi ha insegnato a scrivere le sceneggiature, che sono un’ottima scuola di invenzione. E mi ha insegnato ad amare senza confini, senza risparmio. E il riso! Senza il riso, che è una forma di santità, non potrei vivere. Alla lettera. Morirei di paura, e di noia. Il riso è sempre una piccola trascendenza.

E oltre a tuo marito, quali sono stati altri incontri determinanti?

Devo farti l’elenco di una vita, in un tempo di così grande fioritura in letteratura e nel cinema? Age, Scarpelli, Sonego, Scola, Antonioni, Fellini, Visconti, Monica Vitti, Claudia Cardinale, Calvino, Leonardo Sciascia, Vittorio Sereni, Vittorio Sgarbi, Luce D’Eramo, Raymond Queneau, Dario Bellezza, Elemire Zolla, Maria Antonietta Macciocchi, Ida Dominijanni, Natalia Aspesi, Vittorio Corona, basta, ho incontrato molte persone piene di ingegno e di coraggio fuor di misura.

Anni fa, lessi che hai un rapporto pessimo con la memoria, sostenendo che non ricordare aiuti a vivere meglio. La pensi ancora allo stesso modo?

No, per niente. Mi pare una stupidaggine consolatoria. Non vorrei avere una memoria analitica, ricordare tutto- che peso! Ma vorrei ricordare l’infanzia dei miei figli. Non avere memoria è una colpa. Un peccato, in senso cattolico. Vuol dire che vivi distrattamente, che sei frivolo, che sei solo un edonista. Chi non ricorda non possiede la sua vita. Una volta mio marito, dopo uno dei miei “non ricordo” ha detto: Con te è come non aver vissuto.

Qual è stata la tua vera emancipazione? L’indipendenza economica o la comprensione della tua bisessualità?

Nessuna delle due. L’indipendenza economica l’ho sempre avuta. Negli anni della mia giovinezza era così facile avere un lavoro, cambiarlo, siamo stati gli ultimi giovani col diritto di essere giovani, non ti chiedevano di chinare la testa. La scoperta di poter amare anche una donna è stata una gran gioia. L’eterosessualità come monoteismo è un’invenzione culturale. L’amore sfugge a ogni volontà. Quando ti innamori, mica ti metti a chiedere i documenti. Ti attira quella persona, e basta.

Fotografie di Ludovica Borghesi

Eri sposata all’epoca, quando accadde?

No.

Una volta hai detto che, in una relazione stabile e duratura, le donne sono più noiose degli uomini. Perché?

Se l’ho detto, era una sciocchezza. Le donne hanno, come dice l’antropologo Lévy Strauss, la scienza del concreto, che è anche scienza del sogno. I maschi hanno sempre paura. La disgrazia del maschio è che deve sempre dimostrare di essere maschio. Cioè, dominatore. Poveretti. Lo dico con sincera compassione. Io sono molto gentile coi maschi, in ragione della loro disgrazia, l’erezione. Un meccanismo infido e disobbediente, che diventa la clessidra della loro vitalità, e li ossessiona. Meno male che sono nata senza, e mi è stata risparmiata questa prova umiliante. Orgogliosa come sono, ne avrei sofferto molto. Le donne hanno amore di vita e di verità. Vivono più profondamente. E più a lungo. E sono così spiritose! La peggiore calunnia sulle donne è che non hanno il senso dell’umorismo. Se non ce lo avessimo avuto ci saremmo estinte, con quello che abbiamo passato nei secoli.

Tu ce l’hai, questa sorta di amore?

Sì. È un dono. Come la scrittura.

Qual è stato il vero motore della tua vita. L’amore o il sesso? Spesso, o quasi sempre, non complementari…

La vera spinta della mia vita è stata la vita stessa. Io mi sveglio la mattina e mi rallegro infinitamente di essere ancora viva. L’amore, per fortuna, c’è sempre stato, e il sesso è solo un incantevole dettaglio. Se ci si ama, per forza lo è. Se la persona è quella con vuoi stare in quel momento, qualsiasi atto si compia, non può essere che bellissimo e perfetto.

Sei stata mai schiava del sesso o della sessualità che il partner del momento sprigionava?

Né l’uno né l’altro.

Hai dissipato più denaro o amori?

Denaro. Non ho la capacità di conservarlo, ed è una colpa. Un segno di superficialità e immoralità. Gli amori invece non sono dissipabili. Anche se durano due giorni, sono tutti eterni.

In un libro, intitolato Gelosa di Majakovskij, hai raccontato il tema della gelosia. Come nacque quel libro?

Nacque perché mi innamorai di Majakovskij, il grande illuso. Il tema, più che la gelosia, riguardava in realtà il mondo in cui è vissuto il poeta russo; un mondo fatto di utopie, dove i grandi delle avanguardie raggiunsero la massima felicità artistica. Prima che arrivasse Stalin, vi fu un tempo di libertà e sperimentazione inebriante. Davanti a molti di loro, Pasternak mi sembra uno scrittore per signorine.Penso a Bulgakov, Platonov, Erhenburg, Pilnijak, Esenin, Cvetaeva, Berberova, Achmatova…e Majakovskij. L’intensità della loro esperienza noi ce la sognamo.

Hai mai sofferto di gelosia? Se sì, quando?

Beh, sì, molto. L’amore è gelosia. Appena ti innamori, diventi geloso.  Però, se mi tranquillizzano, mi passa subito. Il geloso vuole solo essere rassicurato. Il geloso maniacale, compulsivo, invece, vuole le corna. Guai se non gliele mettono. In lui il poliziotto supera l’amante, e l’amore diventa un giallo in cui sono tutti colpevoli da indagare

Hai mai rubato un uomo a qualche tua amica?

Rubato? Un uomo non è un ombrello, e né un furto avrà avuto sicuramente avuto una parte attiva. No, non credo. Me lo ricorderei. Ma chissà che non abbia civettato…

Vittorio Sgarbi, se non sbaglio, è stato un suo grande, folle amore. Cosa, e come, la conquistò? Lei disse, testualmente, lui per me è stato il grande risarcimento della solitudine letteraria e artistica nella quale vivevo… Cosa volevi dire?

Folle amore? Ma che dice? Così lo diminuisce. È stato un rapporto marziano, un viaggio nello spazio. Lo vidi, all’inizio degli anni 90, grazie ad una registrazione (non avevo all’epoca il televisore), al Costanzo Show. Pensavo fosse un dandy sprezzante, arrogante. Invece era un esile professore di Ferrara, timido, gentilissimo. Volevo fargli un’intervista. Mi disse: allora per qualche giorno deve vedere come vivo altrimenti non capirà niente! Mi ha portato in macchina a casa sua, dove ho conosciuto un immenso personaggio letterario, sua madre, la Rina, l’unica che gli stava a pari come memoria e velocità di pensiero, e ho continuato ad andare in giro con lui in quella che lui hemingweianamente chiamava la sua festa mobile.  In viaggio con Sgarbi, ho passato tre anni di pura infanzia. Andavo a casa solo per cambiare le scarpe. In famiglia mi capivano, sono molto bambini anche loro. Sgarbi mi ha fatto capire che abitavo in Italia. Questo nomade geniale mi ha mostrato tutte le sue bellezze. Oggi si abusa della parola geniale. Sgarbi, con la sua memoria prodigiosa, è tecnicamente un genio.

Cosa non ti piaceva di Sgarbi?

Nulla, allora. E col tempo ho capito che lui è un’opera d’arte. Ho smesso di dare una valenza politica a ciò che dice, i suoi interventi sono la rappresentazione della dissidenza permanente, seria o burlesca, da tutto, anche da sé stesso. In televisione è sempre in guerra. Nella vita è impeccabile, e spiritoso come un angelo.

Quanti amori clandestini ha coltivato nella tua vita?

Per me l’amore deve essere sempre segreto. È un mistero, e va rispettato. Proprio per questo Il matrimonio, all’inizio, è stato uno shock. Ci eravamo sposati per far contenti i nostri genitori. Il primo mese, io e lui ci siamo guardati con sospetto perché temevamo di vederci d’un tratto trasformati in marito e moglie, non più amanti e compagni d’avventura. Ma non accadde.

Che madre sei stata con i tuoi due figli?

Una madre clown. Li ho soprattutto fatti ridere. Per noi essere padre e madre è stato un grande gioco. Non so se sarei diventata magari una madre impicciona e molesta, ma i figli mi hanno educata alla discrezione, mi hanno insegnato presto a rispettare la loro intimità.

Li hai messi al mondo con consapevolezza o per caso?

Per caso. Con stupore. Con un senso del miracolo. La mia grande fortuna è di non essere mai stata costretta ad abortire. L’aborto è il più paradossale dei suicidi, la madre uccide sé. Nessuna donna vorrebbe mai abortire, ma deve essere libera di poterlo fare. Nessuno può mettersi fra una donna e il figlio che ha concepito. Il diritto di aborto non è sindacabile. Già il prezzo che paghiamo è altissimo. Conosco donne che dopo anni e anni soffrono ancora terribilmente per aver dovuto rinunciare a un figlio. Non si guarisce dall’aborto. E la favola che le donne lo facciano con leggerezza è una calunnia inaccettabile. Solo Papa Francesco ha parlato della tragedia delle donne, a proposito dell’aborto.

Della tua scrittura, sovente si viene catturati per la crudezza e lucidità. In non poche tue opere viene fuori il tema della bassezza umana, di cui nessun essere umano è immune. Quali sono stati, ripensandoci, le peggiori bassezze della sua vita. Se te le ricordi?

Ci saranno state delle piccole viltà che ho commesso, è inevitabile. Ma da piccola ho letto i romanzi cavallereschi, e non ne sono uscita più. Io mi voglio piacere. Voglio essere in pace, faccio di tutto per meritare il mio rispetto. Ho avuto la buona sorte di vivere in un’epoca più facile di questa.  Non sono mai stato nella condizione di dover fare una bassezza. Diciamo che l’egoismo mi costringe a permettermi il lusso della moralità. Ci provo.

Cosa intendi per essere morale?

Riconoscere la verità. Tener conto dell’altro. Se fai del male, ripararlo, subito! Devo andare leggera. Pesi non ne voglio.

Tra tutti i libri scritti, qual è quello che, in realtà, non ti ha soddisfatta?

Nessuno. Se non mi soddisfa, lo butto. Tutto quello che ho scritto mi ha reso felice. Con i tormenti che la felicità comporta. I miei libri sono pieni di dolore ma si ride tanto. Sono le mie altre esistenze, divento un altro o un’altra, e mi libero di me. Che sollievo.

Fotografie di Ludovica Borghesi

I libri sono stati quelli che, forse, non ti hanno mai abbandonata. A quale sei legato in modo particolare? Hai un ricordo vivido di qualche pagina?

Sicuramente Delirio. Narra la storia di un uomo, assolutamente ignobile, egoista, che pensa solo al sesso, tragicomico. comicissimo. Per due anni mi sono immedesimato nel maschio, e lì ho capito la tragedia dell’erezione. Dopo aver scritto questo libro, sono diventata molto più clemente con gli uomini, in considerazione della loro disgrazia.

Tu fai ancora sesso?

Non parlo di sesso fuori dal letto. È osceno. È atroce tutto questo parlare di sesso che si fa oggi. Lo svilisce, lo profana.

Ti ha mai incuriosito lo scambismo?

Non si è mai presentata l’occasione, ma non ho pregiudizi sul sesso. Certo se avessi letto da giovane Il gioco di Carlo D’amicis, un capolavoro assoluto sull’argomento, forse avrei voluto provare. Ma già è difficile in due…la moltiplicazione giova?

Cosa pensi dei premi letterari? Li brami?

Se me li danno sono contenta. Penso che tutto può aiutare l’artista. Nei grandi premi letterari, però, spesso non vincono gli autori, ma gli editori.

Qual è la donna più inutile e vanitosa che ha incontrato o frequentato? Ci faccia un nome…

Credo mia madre. Inutile no, ma vanitosissima. Attraverso di lei, già a quattro anni capìi come fosse umiliante vantarsi. Quando mi portava a passeggio, e la sentivo vantarsi con tutti di tutto, avrei voluto sprofondare. Oggi, se ci ripenso, mi fa tenerezza.

In una intervista del 2000, rilasciata a Sabelli Fioretti, a proposito di Ida Magli, hai detto: “Perché crede di essere il Papa? Perché ha un “Io” oceanico? Perché dietro le sue asserzioni non c’è mai un’idea, un pensiero, una visione?” Cosa ti spinse a dare un giudizio così tranchant, quasi senza appello?

Sono stata ingiusta, e mi dispiace. Non mi riconosco in questa dichiarazione ingenerosa ed estremista. Non è vero ciò che ho detto, Ida Magli ha lasciato invece una interessante eredità, un esempio di studio e di libero pensiero.

Il cinema è stato un suo grande amore spirituale, o mero salvagente dagli stenti?

Scrivere sceneggiature per il cinema è stata una grande scuola, e poi si veniva pagati bene, ovvero si era liberi.

Quale regista, negli anni, hai ammirato di più?

Pochi se lo ricordano, ma penso ad Italo Zingarelli, produttore regista e sceneggiature, che ci fu maestro, con una generosità rara. Ho di quell’epoca un ricordo angelicato.

Qual è stato, invece, lo sceneggiatore a cui ti sei ispirata di più?

In Italia, i nostri sceneggiatori preferiti erano Age e Scarpelli, Sonego, Giorgio Arlorio, Flaiano…

Casa tua è piena di libri. Ci sono autori che segnaleresti al pubblico?

Michele Mari, Antonio Pennacchi, Carlo D’Amicis, Chiara Barzini, Isabella Santacroce, Massimilano Parente, Stefano Massini, Jonathan Bazzi, Viola di Grado, Ermanno Cavazzoni, Ginevra Bompiani, Chiara Valerio, Michela Murgia, Federica De Paolis, ma la lista sarebbe lunga, oggi c’è una letteratura in Italia di una bellezza stupefacente.

A cosa stai lavorando adesso?

Proprio come il sesso; se te lo dico, svanisce.

La vita di un artista è, quasi sempre, sdoppiata da quella reale. Barbara, quante vite hai?

Fotografie di Ludovica Borghesi

Visibile, una. Sono vissuta da bohémienne, da giovane e da vecchia.

A bruciapelo, e facendo un po’ i conti con te stessa: sei stata più crudele o stronza nella tua vita?

Nessuna delle due. Sono stata spensierata. Non ho la grandezza della crudeltà.

Che ruolo ha avuto la musica? Quali artisti ascoltavi?

Eravamo molto canonici: quelli che ascoltavano tutti. Joan Baez, Bob Dylan, Beatles, Rolling Stones, i canti della guerra civile spagnola, gli chansonniers francesi, Brassens, Gainsbourg, Serge Reggiani, Yves Montand, Edith Piaf, i Gufi, Jannacci…

Quante depressioni ha vissuto? E perché?

Ho avuto drammi, dolori, ma la depressione mai; la depressione è un termine inventato oggi per azzerare tutte le passioni umane, riunirle sotto un solo termine e curarle con la chimica.  I protagonisti della tragedia greca non sono depressi, vivono le loro sventure, e ogni dolore ha un suo nome. La parola depressione medicalizza e anestetizza il dramma umano, nega la varietà e l’introspezione.

Qual è il dramma peggiore che hai sopportato?

La paura della morte. La rabbia della morte. Con la quale vivi da quando ti hanno detto che esiste.

Emil Cioran sosteneva che l’idea del suicidio “era un toccasana perché il solo pensare di mettere fine alla propria vita dava sollievo nei momenti di grande buio”. Hai mai pensato al suicidio?

Il pensiero del suicidio mi sta appollaiato sulla spalla, come il pappagallo al bucaniere. Mi fa compagnia. Mi allunga la vita. Mi rassicura.

Hai paura di morire senza affetti?

Perché, tu no?

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