L'editoriale

La diplomazia dell’Intelligence

Con la nomina di Piero Benassi, Giuseppe Conte ha blindato sé stesso, ma si è anche proiettato nel futuro della più antica arte di trattare le informazioni e gestire la sicurezza interna ed esterna del Paese.
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Piero Benassi, ormai ex consigliere diplomatico di Giuseppe Conte, è il nuovo delegato ai Servizi segreti italiani. È chiaro che con questa nomina, e con quelle dei due vicedirettori all’Aise (il generale della GDF Luigi della Volpe, già caporeparto dell’agenzia, e l’ammiraglio Carlo Massagli, consigliere militare a Palazzo Chigi) e un vice all’Aisi (il generale dei carabinieri Carlo De Donno, collega di corso del nuovo comandante dell’Arma – Teo Luzi – e caporeparto del servizio interno), il premier ha blindato anche sé stesso. In un momento di grande instabilità politica, per lui e per la maggioranza, dopo la crisi aperta da Matteo Renzi. Una decisione dunque molto avventata e rischiosa, soprattutto perché entrambi, Conte e Benassi, si stanno giocando il tutto per tutto. Come scrive Carlo Bonini su La Repubblica infatti “per la prima volta nella storia repubblicana, un ambasciatore in forza ai ranghi della diplomazia diventa terminale politica degli apparati di intelligence. Assommando dunque su di sé il potere informativo frutto della rete di relazioni date dal suo rango diplomatico dentro e fuori la Farnesina e quello dato dalla disponibilità di materiale classificato”. Del resto oggi chi controlla l’intelligence controlla le linee di tendenza della politica di un Paese sul versante geopolitico e ha una grande riserva di influenza sul piano interno. Ora sul tavolo di Piero Benassi è un fior fiore di dossier: dal 5G al Golden Power, dalla Libia alla difesa e all’aerospazio, fino alle acquisizioni ostili dall’Estero e i rischi di instabilità legati alla crisi economica e bancaria post-Covid.

Il suo curriculum parla da sé: ambasciatore di livello, capo di gabinetto dei ministri degli Esteri Emma Bonino e Federica Mogherini, poi consigliere diplomatico del premier nei due governi da lui guidati, sopravvissuto dunque al passaggio dal Conte I al Conte II, accompagnandolo dal nazional-populismo “legastellato” all’europeismo convinto “giallorosso”, grazie al rapporto privilegiato con Uwe Corsepius, consigliere diplomatico di Angela Merkel. È lui ad aver introdotto “l’avvocato del popolo”, privo di rapporti all’estero, nelle centrali di potere internazionale. E in questi anni intensi è diventato il suo alter ego in politica estera filtrando tutto ciò che concerneva la geopolitica, assumendo inoltre un ruolo predominante a Bruxelles nella negoziazione per il Recovery Fund.

Il rapporto di fiducia va ben oltre la fede calcistica per la Roma, infatti Piero Benassi pare non averci pensato due volte ad accettare un incarico a una settimana da un voto decisivo che potrebbe rimettere in discussione l’attuale governo (Conte ter o addirittura un governo senza Conte), a tal punto da uscire temporaneamente dal corpo diplomatico, e rinunciare al ruolo di Sherpa italiano del G20. E alla Farnesina pare che questa decisione abbia sbloccato una situazione fino ad ora immutabile, poiché l’anno scorso Luigi Di Maio, appena insediatosi al Ministero degli Affari Esteri, dopo aver scelto Ettore Sequi come capo di gabinetto, aveva deciso di trattenere (seppur in uscita) Elisabetta Belloni, detta la “zarina”, al ruolo di Segretario Generale.

Calcoli di crisi di governo a parte, quella del premier rimane una scelta in controtendenza col passato quanto in anticipo sul ruolo che l’intelligence avrà nel nostro secolo. In controtendenza perché le personalità che ricoprirono questo ruolo non provenivano dal corpo diplomatico (Berlusconi diede l’incarico a Gianni Letta, Mario Monti a De Gennaro, Enrico Letta e Matteo Renzi a Minniti, Gentiloni a Pizzetti) e se provenivano da questo avevano fatto almeno un passaggio per un’agenzia “minore” (come gli ambasciatori Massolo al DIS e Fulci al CESIS). In anticipo perché Conte e il suo entourage hanno capito prima degli altri l’evoluzione della più antica arte di trattare le informazioni e gestire la sicurezza interna ed esterna. Non a caso, il cinema, che è uno degli indicatori più importanti del futuro, già sta modificando da tempo la percezione dell’opinione pubblica sull’intelligence, svecchiandone la tradizionale immagine che se ne ha. Persino il Mossad, tra i più enigmatici e micidiali servizi del mondo, con la serie televisiva Teheran (su Apple TV) si è inserito nel solco già tracciato dal MI6 (con James Bond), dalla Cia (con Homeland) e la DGSE francese (con Le Bureau des légendes). L’anonimato, “l’estetica dell’oscurità”, insomma non è più un tabù.

Nell’era della competizione globale permanente, con il ritorno del multilateralismo, dove le alleanze e i rapporti di forza sono mutevoli, ci sono due fattori imprescindibili che possono risultare determinanti nella conquista di mercati, risorse, e terreni: il tempo e la capacità di negoziare. Che in politica significa anticipare gli scenari e avere grande capacità di adattamento nel disordine mondiale. Per questo motivo occorre prevedere il futuro attraverso una fitta e trasversale rete di conoscenze, informazioni e dati. Quale istituzione dunque è in grado di costruire scenari e lavorare sottotraccia e senza interferenze per l’interesse nazionale? L’intelligence. E che tipo di figura può negoziare a livello internazionale meglio di altre, se necessario nella segretezza? Un diplomatico. Ecco in sostanza come si spiega il sodalizio tra Piero Benassi e i Servizi segreti italiani.


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