È la storia segreta di una Repubblica nata come sorvegliata speciale, fra le rovine della dittatura e il tramonto dell’Impero britannico. La cronaca delle influenze inglesi volte a condizionare la politica estera italiana che hanno cercato di dirottare la storia della Resistenza e della Ricostruzione. Dalle trame per portare al governo il “fascismo buono” di Grandi dopo la caduta di Mussolini alla macchina del fango contro De Gasperi e Piccioni negli anni del centrismo fino alle evoluzioni delle campagne degli anni Sessanta e Settanta contro Mattei a Moro. Una vicenda attentamente documentata e approfondita da Giovanni Fasanella e Mario Cerenghino nel loro “La maledizione italiana. La guerra di Churchill contro De Gasperi, le trame per il controllo del Medio Oriente e del Canale di Suez, la lunga storia di una ribellione stroncata” (Fuoriscena, 2025). Per approfondire i nodi di questo testo abbiamo intervistato Giovanni Fasanella, giornalista, saggista, tra i maggiori conoscitori della storia invisibile del nostro Paese.
–Come nasce il suo ultimo libro e perché “La maledizione italiana”?
Questo libro, scritto insieme a Mario José Cereghino, si inserisce in un progetto di ricerca avviato due decenni fa negli archivi di Londra, e non ancora concluso. È l’ultimo di una serie di libri che hanno come filo conduttore la nostra storia unitaria ricostruita dal punto di vista britannico. Il punto di vista del più grande impero coloniale mai esistito, che ha avuto un’influenza diretta sulla politica del nostro paese, ma incredibilmente sottovalutato o addirittura ignorato dalla storiografia italiana.
-Cosa emerge dagli archivi del Soe (Special Operations Executive, ndr) sulla genesi dell’Italia antifascista e della Ricostruzione?
Direi “anche” dagli archivi del Soe. In massima parte, ci terrei a sottolinearlo, sono documenti politico-diplomatici ufficiali liberati dal segreto. Fonti primarie che hanno generato un flusso costante di informazioni. Mi lasci precisare, però, che «riscrivere la storia» non è la nostra missione, perché Cereghino ed io non siamo storici di professione: io sono un giornalista, Mario è un ricercatore. Se proprio si vuole riconoscere una peculiarità del nostro lavoro, diciamo piuttosto che integriamo, portando documentazione inedita e qualificatissima. Ecco, questo sì. Che cosa emerge da quegli archivi? Che c’è stata un’attenzione costante da parte inglese verso la nostra penisola, con l’obiettivo di influenzarne la politica interna ed estera attraverso il controllo delle sue élite.
–Perché De Gasperi, figura chiave della svolta atlantica ed europeista, viene identificato come un ostacolo da Downing Street?
Perché era espressione della classe dirigente antifascista di una nazione che, finita la guerra, voleva riscattare il proprio passato e ambiva ad occupare un ruolo di primo piano sulla scena internazionale. Londra non voleva l’Assemblea costituente e la Repubblica, non voleva che l’Italia ottenesse un seggio all’Onu e facesse parte dell’Alleanza atlantica, non voleva che partecipasse ai progetti di difesa comune europea e mediorientale. E soprattutto non voleva che avesse un proprio ente energetico di Stato in grado di competere con le sette sorelle petrolifere americane e britanniche. Insomma, per Winston Churchill l’Italia poteva respirare, ma non correre.

–Nel testo si mostra la macchina del fango subita da parte della DC. Quali sono le macchine del fango di cui lo statista trentino e i suoi fidatissimi finiscono vittima e che ruolo svolsero nella crisi del centrismo? E come si arrivò alla fine di De Gasperi?
Nel decennio del suo ciclo politico, dal 1944 al 1954, fu oggetto costante dell’attenzione dei servizi britannici. Già nell’ottobre 1944 – la guerra non era finita, ma l’esito era ormai scontato – sfuggì a un attentato. Sessanta chili di tritolo piazzati al Viminale, dove all’epoca si riuniva il Consiglio dei ministri, avrebbero dovuto radere al suolo il governo Bonomi con tutti i suoi ministri, tra cui De Gasperi e Togliatti. Era il secondo Bonomi, incaricato di avviare il percorso verso l’Assemblea costituente. La strage fu sventata per miracolo, solo perché l’esplosivo fu scoperto pochi istanti prima che il governo si riunisse. Poi, negli anni successivi, la macchina della propaganda occulta inglese diffuse veline contenenti notizie false che mettevano in dubbio l’“italianità” di De Gasperi e persino la sua moralità. E infine, le false lettere pubblicate dal Candido di Guareschi, secondo le quali durante la guerra il politico democristiano aveva chiesto agli alleati di bombardare Roma, ancora occupata dai tedeschi, per indurre la popolazione civile a insorgere. Lo scandalo fu enorme. Nel libro ricostruiamo la trattativa segreta del governo italiano con Churchill per scagionare De Gasperi. Alla fine, il presidente del Consiglio ottenne dagli inglesi le dichiarazioni che lo discolpavano, ma in cambio promise che avrebbe abbandonato la vita politica. E così avvenne.
-Che rischi poneva la Roma di De Gasperi e Pacciardi nella sfera di influenza britannica nel Mediterraneo e nel Medio Oriente?
Rischi enormi per gli interessi coloniali inglesi nelle aree petrolifere e lungo il canale di Suez. La decisione di eliminarlo definitivamente dalla scena fu presa da Churchill tra il 1952 e il 1953. In quei due anni esplosero contestualmente le crisi persiana e egiziana. In Iran, il leader laico e nazionalista Mossadeq espropriò le compagnie petrolifere britanniche. Londra decise l’embargo nei confronti di Teheran, ma il governo italiano non aderì e fu accusato di essere un «ladro di beni inglesi». In Egitto, c’era stato il golpe anti-inglese degli ufficiali laici Nagib e Nasser. La monarchia filo-inglese fu rovesciata e fu instaurata la repubblica. De Gasperi non solo fu accusato di aver appoggiato e armato il golpe, ma anche di aver fomentato la guerriglia egiziana lungo le sponde del Canale, ancora controllato dalle truppe britanniche.
–Come Clement Attlee e Winston Churchill provarono a influenzare la politica della neonata Repubblica?
Ci provarono attraverso la propaganda occulta, utilizzando i mezzi di comunicazione di massa per orientare le élite del nostro paese e contrastare le politiche dei nostri governi. Quando quei mezzi di persuasione non funzionarono, ricorsero ad altri strumenti. La macchina del fango contro De Gasperi. Nel caso di Mattei, quando capirono che le campagne di stampa alimentate contro di lui non lo avrebbero fermato, decisero di «passare la pratica all’intelligence»: così si legge nei documenti non più top secret conservato negli archivi di Kew Gardens, Londra. E poi Aldo Moro, l’erede delle politiche di De Gasperi e di Mattei. Oggi sappiamo con certezza documentale che per fermarlo furono pianificate azioni illegali. Nei primi sei mesi del 1976, di concerto con i paesi più influenti della Nato (Usa, Francia e Germania) e con l’avallo dell’Urss, il governo britannico pianificò un colpo di Stato da attuare attraverso quinte colonne italiane. Ma il progetto, ritenuto impraticabile, fu poi accantonato. E si passò al piano B: «Appoggio a una diversa azione sovversiva».
–Quanto la proiezione britannica a favore della Jugoslavia condizionò la questione istro-dalmata per l’Italia?
L’appoggio inglese alle istanze titine fu determinante. Non solo sul piano politico-diplomatico, ma anche sul terreno delle operazioni coperte. Il Soe britannico e l’Ozna jugoslava lavoravano fianco a fianco, insieme ai francesi, per sabotare il “compromesso costituzionale” tra De Gasperi e Togliatti. Puntavano sulla rottura dell’unità politico-territoriale dell’Italia e su una ripartizione del nostro paese in almeno tre aree di influenza: il Nord-Est a Tito, il Nord-Ovest a De Gaulle, il Centro-Sud e le isole agli inglesi. Il piano fallì innanzitutto perché gli americani si opposero. E poi perché ressero le politiche di unità nazionale delle forze cielleniste.
–Nel libro di parla anche di Giulio Andreotti. Che ruolo svolge il divo in questo testo?
Fu l’uomo di fiducia di De Gasperi in tutti i suoi governi. Nel suo archivio personale, al quale abbiamo avuto accesso grazie alla disponibilità dei figli Stefano e Serena, abbiamo trovato documenti di grande importanza sul piano storiografica, perché confermano dal punto di vista italiano quanto è scritto nei documenti di Kew Gardens.
–Nel testo emerge come fin dall’inizio del governo Bonomi (vittima di un controverso attentato fallito) gli opposti estremismi venivano sfruttati per destabilizzare il Paese. Può raccontarci degli elementi esemplari di ciò?
Nel 1944-1947 l’Italia fu il laboratorio in cui vennero creati e sperimentati modelli della strategia della tensione poi esportati in altre parti del mondo e replicati di nuovo in Italia tra il 1969 e il 1978. I Servizi inglesi, francesi jugoslavi e la filiera anglofila dell’Oss americano (poi Cia) usarono il reducismo di Salò e i partigiani comunisti anti-togliattiani per creare una situazione che portasse al «lago di sangue». A una cruenta guerra civile che giustificasse l’occupazione militare permanente del nostro territorio. Ci fu un crescendo impressionante di violenza politica di segno opposto che provocò migliaia di morti. Ma il progetto fallì perché, ancora una volta, resse l’intesa istituzionale tra democristiani e comunisti. Ci fu una coda qualche mese dopo le elezioni politiche del 1948, con il famoso attentato a Togliatti del luglio di quell’anno. Le organizzazioni periferiche del Pci, al cui interno allora erano molto influenti le correnti insurrezionaliste, insorsero in tutto il Centro-Nord del paese ed erano pronte a riprendere la lotta armata. Ma l’appello alla pacificazione lanciato da Togliatti dal letto d’ospedale per fortuna riuscì a calmare gli animi.
–Quali erano le figure che Churchill avrebbe voluto alla guida dell’Italia sia tra 43 e 46 che dopo con il suo ritorno? E che ruolo svolse la corrente di centrosinistra nell’assecondare le ambizioni britanniche?
Per il governo, Churchill e i conservatori puntavano sul riciclaggio del “fascismo buono”: i gerarchi della filiera anglofila sopravvissuti, primo fra tutti Dino Grandi. Mentre la continuità istituzionale doveva essere garantita dalla monarchia. I laburisti invece avevano un rapporto privilegiato con le correnti laico-azioniste della politica italiana. Entrambi, conservatori e laburisti, detestavano i cattolici.
–Che ruolo gioca in questo contesto la vicenda di Enrico Mattei?
Come ho già accennato Mattei fece dell’Italia un interlocutore privilegiato dei paesi che, dopo la seconda guerra, combattevano per liberarsi dal giogo coloniale inglese e francese. Il suo appoggio senza riserve ai movimenti di liberazione nazionale fu certamente uno dei fattori che determinarono la crisi dei grandi imperi coloniali europei dell’Ottocento. Gli inglesi definirono Mattei una «verruca», un’«escrescenza».
–Sta già lavorando a un prossimo libro?
Sì, Cereghino ed io abbiamo già in cantiere altri progetti. Gli archivi di Kew Gardens sono un pozzo senza fondo.