Contro la retorica del viaggio cinematografico

Più pensieri, più problemi, più nostalgia, meno quattrini. La commedia nostrana ci insegna sul viaggiare più di qualsiasi film fighetto-autoriale.
Più pensieri, più problemi, più nostalgia, meno quattrini. La commedia nostrana ci insegna sul viaggiare più di qualsiasi film fighetto-autoriale.

Che barba che noia: mai una volta che chi viaggia in un film torni peggio di come è partito. Tutti hanno appreso, si sono formati, hanno capito, hanno conosciuto, sono migliorati. Se non ci lasciano le penne, vedi Il Sorpasso o Easy Rider, allora tornano più forti. È la regola. Si dirà di Nebraska, di Una storia vera e di altri mille perfetti road movie, ma qui la questione è un’altra, più programmatica se vogliamo. Prendete quella signora sarda che occupa da mesi gli studi del Terzo canale. Tempo fa aveva concesso il teatro a uno dei tanti show sagaci in cui più le battute fanno schifo e più il pubblico di studio ride. Di certo non poteva non concedersi un intervento didattico a base di lana caprina e amenità para-femministe. Per lei il cosiddetto viaggio dell’eroe – cioè quello schema narrativo che da Propp in avanti ha messo a modello i princìpi di ogni racconto – risulta discriminatorio e diseducativo, ché poi le bambine si illudono di trovare il principe azzurro e finiranno per riconoscerlo nel primo che passa (sic!), chiamando “capitano” uno con la panzetta e la felpa con su scritto Poggibonsi. 

Vorrei alzare una modesta protesta contro questa storia dell’eroe – ha detto – riferendosi appunto con questa storia dell’eroe al principio narrativo sopra evocato. Ecco, se ci è concesso – e se è concesso alla signora in questione sarà concesso pure a noi, suvvia – vorremmo alzare anche noi una modesta protesta, una sorta di manifesto programmatico non contro il viaggio dell’eroe ma contro la retorica del viaggio cinematografico. La signora critica l’impostazione patriarcale del primo, che subordina la donna all’azione maschile; noi lamentiamo l’eccessivo ricorso alle proprietà benefiche del secondo, discriminatorio rispetto a chi, dai viaggi, torna più malconcio di come partito. Ci piange il cuore a prenderlo come esempio negativo, ma il finale di Basilicata coast to coast, per dire, è esattamente ciò che non sopportiamo più: allo studente tornerà la voglia di studiare, al muto di parlare, all’indeciso di decidere e via verso i titoli di coda. 

E ancora che barba e ancora che noia: metafora della vita, della morte, dell’amicizia, della formazione, dell’educazione sentimentale, di tutto e di nulla. La verità è che non c’è quasi mai nulla da imparare da un viaggio, e che soprattutto non si torna di certo migliorati, bensì con più pensieri, più problemi, più nostalgia, più stanchezza, più delusioni, meno quattrini. E allora al bando i viaggi di formazione sulla Route 66, evviva quelli di distruzione! E al bando pure quelli con la famiglia scoppiata che poi si ricompone, evviva quelli in cui il nucleo si disintegra. Per non parlare del filone della fuga con ritorno fortificante, di quello dei missionari, dei viaggi sulla Luna, su Marte, in altre dimensioni, in camper, in aereo, in camion, in treno. Fateci caso, chi è che prende i ceffoni in Amici miei? Chi parte in treno o chi resta in stazione? Appunto, e allora viva coloro che partono già con due labbrate in saccoccia. E poi c’è il Mastroianni di Divorzio all’italiana, un fallito che mentre viaggia sui binari crede di essere più furbo dei furbi, infatti poi s’è visto com’è andata a finire. Un evviva anche per lui.

Ma i più tristi, i più distrutti e quindi i nostri viaggiatori preferiti sono forse quelli mutuati dalla penna di Bianciardi. Le ultime sequenze de La vita agra di Lizzani ci mostrano due sconfitti che dalla Maremma giungono in treno a Milano: la moglie tradita con una giornalista emancipata, l’amico tradito negli intenti bombaroli di far saltare il torracchione. Anche lì, gli sganassoni – questa volta simbolici – li prende chi viaggia e non chi resta. D’altra parte anche il viaggio di Luciano verso la capitale del boom non doveva essere stato piacevole, con negli occhi l’esplosione della miniera di Ribolla e gli amici del paese morti o mutilati. Anche per lui quella fuga non avrebbe migliorato le cose, piuttosto lo avrebbe reso schiavo della stessa compagnia che in principio aveva promesso di fare a brandelli.

Ma il cinema, prima di trasformarsi in fabbrica di clichés sul viaggio, ne aveva già capito la reale essenza. Il primo film della storia a sperimentare un montaggio lineare, evitando cioè la staticità delle scene autoconclusive, fu anche un limpido esempio di come viaggiare fosse roba da perdenti, nonché primo film western di assalto al treno: La grande rapina al treno in poco più di dieci minuti esaltava una brigata di fuorilegge pronta ad assaltare gli imbellettati viaggiatori di una locomotiva elegante. Chissà se questi si poterono poi dire fortificati una volta giunti a destinazione. Si direbbe di no, quindi un abbraccio anche per loro. A pensarci bene è proprio il treno con stazione annessa a dominare nel troppo ristretto campo del viaggio distruttivo.

Viene alla mente Il terzo uomo di Hitchcock: un tennista professionista intende separarsi dalla moglie carogna, intanto frequenta una ragazza angelica con cui sogna il secondo matrimonio. C’è un tizio strano che ne conosce le gesta sportive e che tra una chiacchiera e l’altra, durante un viaggio, gli propone quasi a mo’ di scherzo uno scambio di omicidi. Il tipo strano ucciderà la moglie del tennista consentendogli di sposare la nuova compagna, a patto però che questo uccida il padre padrone del primo. Inutile descrivere la catastrofe che ne seguirà, così come inutile sarebbe specificare il luogo del primo incontro tra i due viaggiatori, basti solo dare un occhio al titolo originale: Stranger on a train. E che dire di quei patetici snob di Elio e Oliver in Chiamami col tuo nome, vi sembrano felici di viaggiare? Come arriva il treno, in quella stazioncina del nord Italia, si aprono le cataratte. E chiedete ai passeggeri del film più socialista degli ultimi tempi, Snowpiercer, se il loro perpetuo girellare in treno è cosa da ostentare come esperienza formativa oppure un incubo senza fine.

In quel caso il treno era suddiviso in carrozze che replicavano le classi sociali, mentre fuori l’apocalisse aveva reso quel continuo errare l’unico modo per sopravvivere in un mondo al collasso. Andava a finire anche lì a cazzotti e sangue, sa va sans dire, con una ribellione delle classi sottoproletarie decise a raggiungere la vetta dello Snowpiercer per ammazzarne il padrone-macchinista. Si dirà che anche in questo caso il treno e il viaggio siano usati come metafora, ma domandate a uno qualunque di quei passeggeri – tanto a quelli di prima classe quanto agli stipati nell’ultima carrozza – se viaggiare per loro fosse un modo per arricchirsi. Evviva dunque anche loro, dal tennista che parte innocente e arriva criminale ai passeggeri divisi in ceto che muoiono per la rivoluzione sui binari. 

Si procede per iperbole, è evidente, ma mica possiamo cedere a quella retorica stantia senza nemmeno lottare un po’. Oltretutto, se c’è a chi non va giù il viaggio dell’eroe tanto da smontare in prima serata la base dell’Odissea, della Divina Commedia e di tutte le storie immaginabili, non vediamo perché qui non si possa forzare la mano anche solo un pochino. E allora di nuovo che barba e di nuovo che noia: almeno in Prossima fermata: l’inferno i passeggeri dell’ultimo treno notturno si intrattenevano con demoni e zombie sfigurati. La solita trafila del viaggio come maestro di vita lì non era di casa. Certo, andava a finire male quasi per tutti, ma almeno non tornavano con qualche nuova inutile consapevolezza da raccontarci. Bene allora che la fine del viaggio coincida con il punto più basso della parabola dell’eroe, altro che momento di rinascita, almeno vedendoli sullo schermo potranno far sentire i nostri mesti ritorni un po’ meno penosi.

Rispondiamo allora a chi ancora oggi ci propina la solita solfa picaresca con l’insegnamento del Monicelli prima evocato, ché tanto le soluzioni ruspanti sono quelle più efficaci, e la commedia nostrana risulta ancora una volta assai più utile di qualsiasi film fighetto-autoriale sul viaggio: schiaffi metaforici in stile Amici miei a queste pellicole, schiaffi concretissimi a chi invece trasla una tale abitudine letteraria e cinematografica nel mondo reale, gente che elenca le proprie mete usando il verbo fare come se le avessero inventate loro. Un bel viaggetto sullo Snowpiercer non vi farebbe male, almeno per vedere se poi ne tornate arricchiti dentro come vi piace dire.


Dal Bestiario degli Italiani n. 10, “Il viaggio”. Abbonati alla rivista.

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