Chi censura vince

Facebook e Twitter censurano il Presidente in carica degli Usa. Oscurare Trump (indipendentemente da cosa pensiamo di Trump) significa oscurare la democrazia
Facebook e Twitter censurano il Presidente in carica degli Usa. Oscurare Trump (indipendentemente da cosa pensiamo di Trump) significa oscurare la democrazia

Il presidente in carica degli Stati Uniti è stato messo in isolamento. Facebook prima, e Twitter poi, hanno deciso di oscurare i suoi account social. Oscurare il Presidente degli Stati Uniti non significa difendere la democrazia o le istituzioni, ma esattamente il contrario; significa mettere sotto scacco la più alta carica dello Stato e significa farlo nel modo più arbitrario possibile, ovvero attraverso il giudizio di società private quotate in borsa.

Due ore dopo l’inizio della protesta, il presidente Trump, in un video pubblicato sui suoi account, aveva detto: “I know your pain. I know your hurt. But you have to go home now”. Di fatto nel video non condanna i manifestanti, ma chiede loro di fare un passo indietro appellandosi al canonico “law and order”. Il punto della questione non riguarda un giudizio di merito sulla protesta di Washington o sulla conseguente reazione del presidente Trump, ma sulla legittimità di una azienda privata di silenziare una delle figure politiche più importanti al mondo.

Mark Zuckerberg ha motivato la sospensione a tempo indeterminato dell’account, sostenendo che Trump ne abbia fatto un utilizzo sostanzialmente scorretto, ovvero: “per condonare piuttosto che condannare le azioni dei suoi sostenitori al Campidoglio”; aggiungendo in seguito che le affermazioni del presidente erano state rimosse: “dopo aver giudicato che il loro effetto – e probabilmente il loro intento – sarebbe stato provocare ulteriori violenze”. La domanda sorge spontanea: se la violenza o meglio la sua condanna è il criterio di giudizio di queste aziende, per quale motivo non è stato bannato anche il profilo ufficiale dei Black Lives Matter? E soprattutto: chi può decidere se una protesta sia lecita oppure no, se la violenza che genera sia condannabile o meno? Possiamo dire chi sicuramente non dovrebbe farlo: i CEO della Silicon Valley e i loro consigli d’amministrazione.

Forse è lui l’autentico Presidente degli Stati Uniti d’America…

Eppure ci sono personaggi come Gad Lerner che non solo si dicono favorevoli alla decisione presa contro il presidente americano, ma con quel misto di indignazione e supponenza sostengono che “dovrebbero farlo anche in Italia con alcuni”. Bisognerebbe spiegare ai vescovi Tempier dell’ultima ora che far dipendere la propria opinione sulla censura da ciò che viene censurato, significa di fatto sostenerla. Se un giorno dovessero finire anche loro sotto la ghigliottina non potrebbero lamentarsi, perché ne hanno accettato lo spirito.

Edward Snowden su Twitter ha scritto: “Nel bene o nel male, questo avvenimento verrà ricordato come un punto di svolta nella battaglia per il controllo del digital speech”. Un controllo che si farà sempre più stringente, poiché non soltanto è ben visto dagli esponenti liberal-democratici, ma da questi è domandato a gran voce; esattamente come ha fatto Hillary Clinton, quando con un tweet ha chiesto di far bannare il profilo del tycoon. Desiderio poco dopo esaudito.

Nell’udienza al senato del 17 novembre scorso, il senatore repubblicano Ted Cruz chiede al CEO di Twitter, Jack Dorsey: “Twitter è un editore?”, la risposta di quest’ultimo è: “No, non lo siamo. Distribuiamo informazioni”. Il senatore Cruz allora domanda per quale motivo Twitter decise di censurare un’inchiesta del “The Post” che vedeva coinvolto il presidente eletto Joe Biden negli affari di suo figlio, Hunter Biden, in Cina e Ucraina. Dorsey risponde: “Non volevamo che Twitter fosse un distributore di materiali hackerati”, e poi aggiunge: “dato che il New York Post mostrava screenshot dei materiali diretti non era chiaro come fossero ottenuti”. Dunque il senatore del Texas ha osservato che la censura del “The Post” si è estesa ad altri giornalisti che hanno fatto circolare il reportage su Hunter Biden, i quali hanno subito il blocco dei loro account, che è durato fino a quando non hanno eliminato i tweet relativi all’inchiesta. In passato però, come fa notare il senatore Cruz, non sembra esserci stata nessuna censura nei confronti della distribuzione di articoli basati su documenti trapelati come, ad esempio, quelli raccolti nel 2013 dall’ex informatico del NSA Edward Snowden. Insomma, quello che viene contestato dal senatore è una mancanza di imparzialità di queste piattaforme che, nel momento in cui decidono di oscurare un post o un tweet, oppure di metterne in rilievo altri, non fanno altro che seguire una linea editoriale ben precisa.

È per questo che il presidente Trump ha messo in discussione la Sezione 230 del Communications Decency Act, una legge varata nel 1996 per regolare internet. La legge nasce in un contesto per ovvi motivi diverso, ed era stata pensata per tutelare i proprietari di piattaforme informatiche che ospitavano contenuti provenienti da terze parti. La legge recita semplicemente: “Nessun fornitore o utente di un servizio informatico interattivo dovrà essere trattato come l’editore o il responsabile di qualunque tipo di informazione pubblicata da un altro soggetto”. In un’intervista rilasciata al “New York Time” lo scorso gennaio, il presidente eletto Joe Biden si era detto favorevole alla revoca del comma sopra citato, ma per motivi differenti. Secondo Biden, società come Twitter e Facebook dovrebbero essere responsabili delle presunte fake news che su questi vengono pubblicate. “Dovrebbe essere revocato perché [Facebook] non è solo una società di Internet”, ha detto Biden, “sta propagando falsità che sanno essere false. È irresponsabile. Totalmente irresponsabile”. In sostanza, ciò finirebbe per tradursi in una censura ancora più stringente nei confronti degli utenti e delle loro idee, perché molto spesso, soprattutto in politica, la linea che separa la realtà dalla rappresentazione della stessa non è così netta.

Il dibattito negli Stati Uniti è sempre più acceso, temi come la privacy e la censura sono diventati centrali. Soltanto negli ultimi due giorni è cresciuto in modo significativo il numero di utenti che hanno deciso di scaricare app di messaggistica alternativi a WhatsApp: 2,2 milioni Telegram e 100.000 Signal. Un dato importante che ci dice che esiste ancora una volontà di tutela della propria privacy, della propria libertà d’espressione, e anche di quella degli altri. Giovenale nelle satire si chiedeva: Quis custodiet ipsos custodes? La risposta è: nessuno. Fin quando esisterà un sistema fortemente centralizzato, come quello dei sopra citati social media, ci sarà sempre il rischio che coloro che si sono eletti o sono stati eletti a custodi della democrazia ne divengano i tiranni.

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