OGGETTO: Stati Disuniti d’America
DATA: 08 Gennaio 2021
SEZIONE: inEvidenza
Il tragico carnevale di Capitol Hill ha ridato vita a “The Donald”, candidato a diventare l’Ayatollah di un nuovo partito politico. Oppure, semplicemente, sparirà, come un meme di cattivo gusto
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La farsa che si è consumata negli scorsi giorni a Washington, nata nelle strade e straripata fino al cuore del Campidoglio, risuona quasi in controcanto al gennaio del 2020, quando fu ucciso il generale Soleimani; allora si parlò di una terza (improbabile) guerra mondiale, oggi si parla di una seconda (meno improbabile) guerra civile americana. Delle prossime ore saranno le polemiche per il ruolo svolto dalla polizia, i dibattiti e gli scambi politici, e il cordoglio per i morti, protomartiri del culto di The Donald, candidato a divenire l’Ayatollah, la guida morale, spirituale e (non più?) politica degli Stati Uniti.

Ma come siamo arrivati a questo? Chi ritiene che la degenerazione comunicativa sia iniziata con le elezioni presidenziali ha ragione, ma probabilmente indica quelle sbagliate: l’inarrestabile crescendo rossiniano di Trump è in corso forse da sempre, come minimo dal 2016. Esageriamo, diciamo che è almeno dalle primarie repubblicane che sta predisponendo questo momento.

Il Senatore Graham, repubblicano, South Carolina, aveva avvertito: se incoroniamo Trump, sarà la fine del nostro partito. Una considerazione di fatto postuma, dato che non si rendeva conto che i Repubblicani erano già morti e che proprio per questo candidavano l’indesiderato Trump. La posa incontenibile del magnate si è palesata come priva di ogni controllo da parte del GOP negli ultimi mesi, ma lo era fin dal principio. Quella che in questi anni il Presidente ha messo in atto è stata una (inconsapevole?) distruzione/decostruzione del suo partito adottivo, che non ha voluto né saputo fornirsi di anticorpi a questo elemento estraneo che portava nuova linfa, nuovi linguaggi, nuovi elettori. Tutti quelli che hanno pensato di poter cavalcare Trump, hanno scoperto di non averne il fisico.

Ma chi dice che è la politica, del Presidente o in generale, ad aver creato divisioni, rabbia o disagio per nutrirsene, sbaglia. La politica ha semmai sfruttato tutto quello che già c’era, ma che prima non aveva volto o espressione. The Donald ha indossato il suo pubblico, gli ha dato voce e forza, coraggio in alcuni casi, ma non ha inventato nessun fenomeno che non fosse in corso almeno già da un ventennio prima di lui.
Chi parla di come la politica a stelle e strisce ha permesso che si arrivasse al tragico carnevale di Capitol Hill dovrebbe spingere la domanda un po’ più in là: chiedersi, per onestà intellettuale e completezza ricostruttiva, come si sia arrivati alle condizioni che hanno costituito le basi per il 6 gennaio 2021. Bisogna trovare la cura al virus, non a chi si è mangiato il pipistrello. E qui il pipistrello sono una globalizzazione che ha lacerato il tessuto sociale degli Stati Uniti, l’aumento costante delle diseguaglianze, il crollo del tenore di vita di molti, le conseguenze umane e occupazionali delle crisi, la perdita di innocenza dall’Undici Settembre in poi, e tanto altro.

Chi si lamenta del sostegno che la politica ha dato a questi umori, come se li avesse generati oggi e non invece lascati degenerare da decenni, dovrebbe analizzare anche il sostegno, esplicito o implicito, che il risentimento crescente ha avuto dai media. Non solo da quei giornali, televisioni e siti internet che hanno alimentato il fuoco, ma anche e forse soprattutto da quelli che pensando di spegnerlo come una candelina sulla torta di festeggiamento di Joe e Kamala ci hanno ugualmente soffiato sopra.

L’incendio è più diffuso e l’interezza del sistema dei media statunitensi (e globali) pare non si sia accorta di aver reso possibile ciò che è accaduto. Trump parla la lingua contemporanea dei media e questi non fanno che rilanciare e sostenere il suo linguaggio, che non è fatto tanto di contenuti e parole, quanto di emozioni e contrasti divisivi: la notizia rimane il postino che morde il cane, anche se nessuno sa come o perché. Ciò che conta è l’intensità, non la direzione, della reazione. Ogni rabbia ha finito così per alimentare e addirittura in parte giustificare l’azione incendiaria di Trump, che ancora durante gli stessi scontri di Washington utilizzava twitter per rintuzzare la brace. E quanta ironia c’è nel social che proibisce il retweet dei cinguettii del Presidente uscente, mentre tutte le televisioni del mondo – specialmente quelle ideologicamente a lui avverse – lo inquadrano e rilanciano all’infinito?

Lo stesso hanno fatto con le immagini della protesta, dell’invasione del Popolo nel Palazzo aperto con la facilità neanche una scatoletta (ricorda qualcosa?), ma del tonno che si taglia con un grissino. In una Nazione sotto Dio, ma sulla terra, costruita alla svelta e bisognosa di Simboli, tutti i media mondiali e anche (soprattutto) quelli nemici di Trump hanno trasformato lui e questa giornata in un’icona per taluni già solenne, dissacrando un tempio civile come il Congresso e trasferendo la sua forza sacra alla folla pittoresca e inferocita, al Popolo, al We, the People of Donald Trump. Visione tremenda per qualcuno, di speranza per altri, esemplare per molti, colma in ogni caso di quella forza comunicativa che rimane in molti casi tutto ciò che conta, oggigiorno.

Da qui dove si va? Non lontanissimi. Trump farà qualsiasi cosa per rimanere al potere, si diceva. L’ha fatto, e difatti ci è riuscito: rimane – e lo sarà per quanto a lungo? – titolare di un potere mediatico, emotivo, morale nei confronti del suo popolo, costruito in questi anni e tramutandosi oggi in un potente simulacro, in un avatar biondo. Il più potente influencer politico dei Disuniti Stati d’America. Il Papa di Facebook. L’Ayatollah di twitter. La potenza della divisione e l’impotenza degli strumenti, che erano salvifici quando permettevano ad Obama di diventare Presidente e premio Nobel, e che sono invece oggi mortiferi.

La peggiore soluzione parrà a qualcuno l’unica: probabilmente Trump aspetta per la sua Beatificazione ovvero la censura totale sui social. L’enigma, il dubbio amletico o più semplicemente morettiano, diventerà: lo si nota di più se c’è e parla, o se lo sbattiamo fuori? Certamente la seconda. D’altronde, se vi dicessero che hanno censurato un post, la prima cosa che vorreste sapere non è proprio cosa c’era scritto? Non è proprio l’assenza a generare interesse, a conferire mistero dunque potere?

Ciò che rischia di sfuggire a molti è che se Trump venisse espulso, escluso, censurato, in un colpo solo si cementificherebbe il suo status di “vittima dei poteri forti” (lui! proprio lui!) e santo patrono di ogni complottismo. Si certificherebbe inoltre la dimensione liberticida dei social, rivelandone definitivamente la matrice totalitaria, che è tale non per l’essere medium dei totalitarismi o dei populismi, ma per la naturale vocazione a dividere e monetizzare per diventare gli unici media.

Non sappiamo se Trump punti a fare il padrone del partito repubblicano (difficile, ora), il fondatore del primo vero partito personale d’America (possibile), o semplicemente a sopravvivere. Non sappiamo neanche se, lasciato semplicemente ‘libero’, sarebbe destinato a spegnersi come i trendig topic e ogni tendenza della rete, a invecchiare come un meme che non fa più ridere, ucciso dalla propria ripetizione. Quel che pare certo è che questa in ogni caso non è una fine, ma un inizio. In un mondo di immagini e simboli, il caos creativo del 6 gennaio 2021, la triste baraonda di Capitol Hill, ha ricaricato simbolicamente The Donald.

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