Un disperato bisogno di rito

Torna “Il catechismo buddista”, il testo che ha divulgato la dottrina del Buddha in Occidente. Dialogo con la curatrice, Claudia Gualdana
Torna “Il catechismo buddista”, il testo che ha divulgato la dottrina del Buddha in Occidente. Dialogo con la curatrice, Claudia Gualdana

Le date permettono viaggi avventurosi. Giuseppe De Lorenzo, professore di geologia, accademico a Napoli, senatore del Regno d’Italia, tra i primi divulgatori del buddismo nel nostro Paese, firma un’introduzione al Catechismo buddista nell’aprile del 1922. Aveva licenziato la versione originaria di quel libro, fortunatissimo, venticinque anni prima. Era amico di Karl Eugen Neumann, austriaco, il primo traduttore del Canone pali buddista. Corrono i tempi… April is the cruellest month, attacca La terra desolata di Thomas S. Eliot, il poema pubblicato nel 1922, che si svolge tra il Tamigi e il Gange (“Quasi secco era il Gange, e le foglie afflosciate/ Attendevano pioggia, mentre le nuvole nere/ Si raccoglievano molto lontano, sopra l’Himavant”), tra Sant’Agostino e le Upanishad, non privo di intenti mistici. Il Buddha aveva cominciato, con decisione, a ‘colonizzare’ le magioni d’Occidente: pochi anni dopo, Giuseppe Tucci avrebbe inaugurato una serie di spedizioni, decisive, in Tibet, Nepal, India. Il catechismo buddista, composto nel 1881 dall’enigmatico Subhadra Bhikshu – dietro cui si cela Henry Steel Olcott, americano, convertito alla via del Buddha, presidente della Theosophical Society – fu il primo, efficace manuale per cercatori, adepti, trapezisti dello spirito. Fu una specie di Hagakure per samurai della via spirituale: lo schema compositivo delle domande-e-risposte (che simula quello dei dialoghi del Buddha) facilitava la comprensione dei nessi più ardui; il volume era composto, anche, in funzione anticristiana, dacché “si rivolge agli audaci, che non vogliono credere ma conoscere, rifiutano di seguire ciecamente un’autorità perché preferiscono pensare con la loro testa… insoddisfatti dalle dottrine dominanti” e dai “progressi della scienza che, malgrado i brillanti risultati, resta confinata nel mondo dei fenomeni e non può penetrare nell’essenza delle cose”. Il libro ha ancora una cupa brillantezza: edito da Bompiani la prima volta nel 2004, a cura di Claudia Gualdana – autrice, tra l’altro, nel 2019, per Marietti, di una affascinante “storia culturale” della Rosa –, con una breve introduzione di Franco Battiato, ritorna quest’anno, a 150 anni dalla nascita di De Lorenzo. “Fu un eroe mistico, un guerriero senza spada che combatté l’ignoranza e il dolore con la forza dell’intelletto puro, non contaminato dalle emozioni”, scrive la curatrice, in una densa postfazione, raccontando per bagliori, la storia di Siddharta. L’abbiamo interpellata.

Il catechismo buddista è una storia che tiene in sé tante storie. Intanto: chi è il suo autore, Subhadra Bhikshu?

Bhikshu significa monaco, Subhadra è una dea, sposa dell’eroe Arjuna nel Mahabharata. Un fatto curioso, perché sembra che dietro questo pseudonimo invece si nasconda un uomo, il colonnello americano Henry Steel Olcott. Ha fondato la Società teosofica con Madame Blatavsky. Un personaggio stravagante. Il Catechismo in Italia fu pubblicato nel 1897 senza che la sua identità fosse rivelata, ho scelto di fare la stessa cosa nel rispetto dell’edizione originale.

Chi è il suo traduttore, Giuseppe De Lorenzo?

De Lorenzo era ordinario di Geologia all’Università di Napoli, ma è ricordato soprattutto per i libri sul buddismo. Per l’esattezza in Italia è il pioniere degli studi orientali, la traduzione del Buddhacarita di Carlo Formichi è del 1912, quindi la storia dell’orientalistica italiana inizia dopo. De Lorenzo era amico personale dell’indologo austriaco Karl Eugen Neumann, il quale gli consigliò di curare e tradurre questo testo dalla semplicità disarmante, accessibile a chiunque eppure completo e puntuale. In seguito, proprio con Neumann, tradusse il Majjhima Nikaya per Laterza.

Cosa c’entri lei col Catechismo buddhista?

C’entro eccome. In quegli anni mi occupavo di orientalistica per Il Sole 24 Ore, le vie orientali sono state la mia prima tappa nell’interesse per il sacro, che non ho mai abbandonato. Anche il saggio che ho scritto di recente, Rosa, è la storia di un simbolo potente del cristianesimo. Continuo a credere che, sotto la letteratura e la filosofia, vi sia un substrato più profondo, l’archetipo che determina la mentalità e l’inclinazione intellettiva dei popoli: il retaggio religioso.

Cosa ci dice oggi, che del Buddhismo sappiamo moltissimo, abbiamo disparati reperti, Il catechismo buddista?

Abbiamo moltissimo, ma non alla portata di tutti. Il catechismo invece lo è. Lo schema a domanda e risposta avvicina senza intimorire, chiarisce senza complicare troppo la trama del discorso. La teologia induista, di cui il buddismo è una costola, è di infinita complessità e richiede una buona logica. Il catechismo buddista espone soprattutto l’etica, perché Siddharta di questo si è occupato, senza sfiorare l’idea di Dio.  

Quando si associa la figura di Gautama Buddha a quella di Gesù non si rischia un improprio sincretismo? Da una parte abbiamo il pensiero della compassione, dall’altra la sequela della passione…

Associare il Cristo a Buddha è segno di grande confusione, non tanto della persona singola, che si accosta a un credo sconosciuto con tante e comprensibili incertezze, quanto del mondo cui appartiene. Gesù fonda il cristianesimo, che è il mistero dell’incarnazione, del Dio che si è fatto uomo nella purezza di un bambino per salvare il mondo dalla tenebra. Gautama Siddharta è un uomo, lo si direbbe un filosofo, certo non il figlio di un’entità superiore, ma è “risvegliato”, questo significa la parola buddha, perché egli sa, vede il dharma, la legge eterna che governa tutte le cose, mentre gli altri sono ciechi. Il risvegliato non vuole salvare il mondo, intende sfuggirgli. Gesù alza gli occhi verso il creatore, nella paternità di un privilegio dell’umano su tutte le altre creature che è il marchio di ogni successivo umanesimo. Buddha invece ignora il creatore perché è al di là della nostra comprensione, insegna una prassi per annullare il ciclo delle rinascite. Nel Cristo il tempo è lineare, egli entra nella storia per cambiarla per sempre, in Siddharta la storia è un ciclico susseguirsi di errori cui si può porre rimedio solo con il distacco. Può sembrare un paradosso ma Gesù, che ha tanto sofferto ed è morto in croce, era molto più ottimista del Buddha. Io credo che molti occidentali si avvicinino al buddismo perché è tradizionale, ovvero ha conservato le cerimonie antiche: la lingua sacra, i paramenti, la severità di un culto senza divinità. A mio avviso l’uomo ha un disperato bisogno di riti e purtroppo il cristianesimo ha svuotato la liturgia, di qui l’esodo verso l’ignoto.

Che fine ha fatto il sacro, oggi? Pare che pure la sua ombra fugga dai sacrari… Tu, dove lo trovi il sacro? 

Il sacro è negli occhi di chi sa vederlo. Chi crede vede la vita risorgere dopo ogni tempesta. La fede è un’attitudine. Per esempio, ti fa pensare che il sacro non può mai fare ombra, perché è pura luce e come tale rifugge l’oscurità. Ecco, in molte chiese si è fatto buio, perciò il sacro è scomparso. Dove si celebra la messa invece c’è eccome, ma la messa cattolica è in latino oppure non è, almeno questo io credo. Si parla di crisi delle vocazioni sacerdotali, invece ce ne sono ancora, ma di qualità. I sacerdoti più giovani spesso cercano il cristianesimo medievale. Amano la messa gregoriana, che tra l’altro è bellissima. Posso chiudere con una battuta? A volte penso che Dio sia un esteta: non si presenta nelle chiese moderne e dove si celebra la messa postconciliare perché sono sciatte. Può sembrare superficiale, invece non lo è. Al contrario, lo è pensare che tutto si possa risolvere in un generico irenismo ecumenico, in cui ogni strada va bene, perché l’importante è la meta. In realtà è il percorso a fare la differenza, anzi il pellegrinaggio. Il religioso di solito è un buon camminatore: il monaco buddista fa la questua per strada con la sua ciotola, anche il pellegrino cristiano va a piedi. Ma l’uno cerca uno stupa, l’altro un santuario. 

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